
PESCARA – Nel sud dell’Abruzzo, c’è una parte del territorio segnata dalla presenza di meravigliosi ragni giganti, definiti allo stesso modo dal poeta D’Annunzio, gigantesche macchine pescatrici che nascondono storie sconosciute. E’ la Costa dei Trabocchi che si estende da Francavilla a San Salvo includendo Ortona, San Vito Chietino, Rocca San Giovanni, Fossascesia, Torino di Sangro, Casalbodrino e Vasto.
Una terra dove la spuma del mare abbraccia i pali di legno fissati negli scogli. Da qui ergono i trabocchi del mare Adriatico. In particolare, il trabocco di “Punta Tufano” di Rinaldo Verì in località Rocca San Giovanni ha una storia accattivante che lega la regione Abruzzo alla Campania. “Verso la fine del ‘800, prima che venisse costruito l’edificio accanto al trabocco, vi era una fornace di mattoni utilizzata per la realizzazione di una ferrovia”, racconta Rinaldo. “I proprietari della fornace erano i Tufano, una famiglia che abitava a Lanciano, ma originari della Campania. Ciò è confermato non solo dal ritrovamento dei mattoni che alimentavano la fornace, ma anche per la scoperta di una targa “Fornace Tufano”, insegna aziendale che testimonia la presenza nel territorio dell’edificio destinato all’edilizia. Noi Verì abbiamo deciso di non cancellare il passato lasciando alla punta il nome destinato”. Tufano è un cognome prevalentemente meridionale. Talvolta si trova sotto forma di “Tofano” e “Tofani” a Napoli. Di Origine greca da “Theopanis” prende il significato di “manifestazione di Dio”.
Punta Tufano è conosciuta anche con il nome di “Punta della Balena” per il ritrovamento di un cetaceo lungo 19,50 metri e dal peso di 70 quintali tra gli scogli della costa. Una mattina del 1960 due pescatori (Ettore Verì e Cesare Annecchini) usciti in mare a caccia di cefali si imbattono incredibilmente in una balena incastrata tra gli scogli della caletta di contrada Vallevò, “probabilmente spinta dall’ingordigia di raggiungere una rete colma di pesce fresco”, ironizzano i giornali dell’epoca. Rinaldo figlio di Ettore Verì racconta che la balena lunga oltre 15 m ha seguito la scia della barchetta “Fortunello” fino ad arrivare alla riva di Punta Tufano. “Probabilmente c’è stato anche un combattimento tra l’enorme cetaceo e i pescatori spaventati, ma ormai le fonti dirette sono andate perdute. Si sa che la balena si è incagliata tra gli scogli morendo dopo pochi minuti. Si fermò anche un treno per vedere questo episodio incredibile. La carcassa disincagliata fu sepolta a Vasto, dietro la spiaggia di punta Aderci. Abbiamo conlsultato un biologo marino e ci piacerebbe riportare lo scheletro qui dove si è arenata.Il 16 agosto festeggiamo i 60 anni della sua comparsa con una mostra fotografica che si terrà lungo la pista ciclabile ai piedi del trabocco di Punta Tufano”.

Prima del crollo degli anni ‘80 dovuto a una mareggiata molto forte, i proprietari precedenti del trabocco erano Antonio Verì un lontano parente e Cesare Annecchini. “Nel ‘94 abbiamo dovuto dimostrare con la legge del recupero dei trabocchi esistenti, la presenza di resti precendenti” – continua Rinaldo – “ E’ stato facile ottenere la nuova concessione, poiché c’erano molte foto e numerosi documenti. Sappiamo che la prima costruzione dovrebbe risalire al 1777 ad opera di alcuni Verì della nostra famiglia. I trabocchi si diversificano per la sicurezza, le dimensioni e per l’aspetto architettonico. Probabilmente dopo la prima costruzione, ci sono stati altri trabocchi, noi conosciamo gli ultimi 3 della storia di Punta Tufano. Uno era costruito da Vito Antonio Verì cittadino della contrada Vallevò; il penultimo del 1962 crollato negli anni ’80 e infine l’ultimo recuperato da me, la cui costruzione risale al 2004, mentre il completamento dei lavori e l’inaugurazione risale al 2006”, conclude Rinaldo.
Le parti essenziali del trabocco non sono cambiate, ma c’è bisogno di fare una distinzione tra i trabocchi di scoglio e quelli di molo. La passerella, l’argano e le antenne caratterizzano il trabocco di scoglio come quello di Punta Tufano, una semplice struttura che dal sistema della pesca a strascico si è evoluta fino a poter ospitare aree ristoro, visite guidate e scuole al fine di divulgare la cultura popolare permettendo la conservazione degli aspetti ambientali, storici e geografici del paesaggio sensoriale abruzzese.
Intervista a Rinaldo Verì:
