Napoli, Alessandro Baricco incanta la platea con “Il nuovo Barnum”

NAPOLI – Baricco racconta storie, e lo fa con estrema naturalezza. Anche quando si trova, in un pomeriggio di metà ottobre a presentare il suo ultimo libro: Il nuovo Barnum.

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La sala de la Feltrinelli di Via Santa Caterina a Chiaia è gremita, mentre una fila lunga due piani lo ascolta in filodiffusione.

È uscito sto libro – esordisce con l’ironia che lo contraddistingue – Ci ho messo molta fatica e nessuna fatica, nel senso che raccoglie gli articoli che ho scritto negli ultimi vent’anni su tre giornali: Repubblica, Vanity Fair e Weird, per il quale ne ho scritto uno solo, ma a cui tengo moltissimo. Per i giornali scrivo a proposito del mondo che ho intorno a me. Cosa che raramente faccio quando scrivo romanzi. Non chiedetemi perché, non me lo so spiegare, ma va così. Però le due cose insieme fanno uno scrittore. Quando guardo il mondo intorno a me lo faccio con grandissima curiosità, ogni tanto cerco di capirlo, ogni tanto mi interessa solo restituire le emozioni che dà a me”.

Un lungo applauso lo accoglie in sala. Ha indosso un paio di jeans e una maglietta grigia. Semplice, come lui, senza fronzoli. Si siede e inizia a leggere – come fossero delle canzoni che canta, dirà.

Il primo articolo, scelto da un sondaggio fatto in rete, si intitola “Si chiamava Vivian Maier”, ed è la storia di una tata americana, che si è scoperto – per caso e per fortuna – essere una delle più grandi fotografe del Novecento.

Le piacevano le facce, i vecchi, la gente che dorme, le donne eleganti, le scale, i bambini, le ombre, i riflessi, le scarpe, le simmetrie, la gente di spalle, la rovina e gli istanti. Si vede lontano un miglio che adorava il mondo, a modo suo – ne adorava l’irripetibilità di ogni frammento. Probabilmente le andava di produrre quello che ogni fotografia ambisce a produrre: eternità. Ma non quella friabile delle foto dei mediocri: lei otteneva quella, incondizionata, dei classici”.

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La seconda lettura si intitola “Il teatro dei fondi pubblici 2”, ed è la risposta a un’accesa polemica sorta in seguito all’articolo del 24 febbraio 2009 “sul modo che abbiamo di spendere i soldi pubblici, per promuovere, difendere e tenere in piedi la cultura e gli spettacoli. Lo scrissi dicendo quello che pensavo, e lo pensavo perché da anni lavoravo in quel mondo lì, avevo visto tante cose e avevo raccolto un patrimonio di pensieri”. Aspre furono le polemiche che lo accompagnarono – anche dalla “sua sinistra” – di chi voleva leggere a tutti i costi un invito a tagliare i fondi.

È come quando dici alla tua fidanzata “ti sta bene quel vestito”, e lei risponde “ecco sono grassa”. A te lei piace, tu la ami. È lei ad avere quel problema. Ecco, loro hanno quel pensiero lì”.

A chiudere il reading è “Dieci idee nate così”, l’articolo scritto in occasione del decennale della rubrica domenicale di Repubblica, su possibili e forse improbabili romanzi.

Se nella vita scrivi libri, bene o male sei sempre a caccia di storie. Un modo di trovarle è leggere: qualsiasi cosa, in qualsiasi momento. Alle volte passi ore a sfogliare roba e ti porti a casa giusto qualche briciola; altre, abbassi gli occhi su una pagina e trovi il tuo prossimo romanzo”, si legge.

Sono pieno di taccuini e se voi ne sfogliaste uno – cosa impossibile perché li tengo sotto chiave – vi leggereste “uno che suona il pianoforte e non scende mai dalla nave”. Nasce tutto da micro cellule. Seta, ad esempio, è nato mentre stavo sciando – pensate un po’ come è il mio mestiere, non si può smettere mai – quando un mio amico cominciò a raccontarmi di questo suo zio Casimiro, che andava avanti e indietro dal Piemonte al Giappone, perché commerciava in uova di baco da seta”.

Alessandro si alza, poi, e con estrema pazienza e dedizione firma le centinaia di copie dei suoi libri, che ciascuno custodisce gelosamente lungo la fila. E si intrattiene con loro…

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E la sua bravura è proprio là: riempire una sala intera di giovani e cultura e riuscire a non far morire una delle arti più antiche di tutti, quella del cantastorie.


“Sono un uomo molto fortunato che fa un mestiere bellissimo. Un privilegio unico”.