Casal di Principe, Summer School Ucsi / Come si raccontano le mafie

CASAL di PRINCIPE (Caserta) – Chiunque desideri avvicinarsi al giornalismo investigativo deve apprendere due lezioni fondamentali: saper osservare la veridicità dei fatti e la continenza, ovvero l’uso di un linguaggio scevro dai giudizi; e saper scrivere la storia. Nel caso delle inchieste mafiose la situazione si complica ulteriormente.

“Il giornalista che racconta la guerra ha davanti a sé un nemico – ha spiegato Franco Maresca, segretario nazionale Ucsi – Chi parla di mafia, invece, non ha davanti nessuno. Terra di mafia vuol dire anche terra di omertà, in cui i problemi si raccontano con fatica”.

E, dunque, la domanda sorge spontanea: come si raccontano le mafie? A spiegarlo sono stati alcuni noti giornalisti, ospiti della Summer School dell’Ucsi 2015.

Per riuscire a spiegare il fenomeno, però, bisogna prima partire dal lessico. Nel Vocabolario Storico-Etimologico del Siciliano, di Alberto Varvaro, pubblicato nel 2014, alla voce mafia si legge: . Più avanti, nel tentativo di ricostruzione etimologica del termine, Varvaro scrive: . E cita le parole che, nell’aprile del 1865, il prefetto di Palermo Filippo Gualterio scrisse al ministro degli Interni, il futuro presidente del consiglio G. Lanza: .

Se dunque è dubbio l’etimo della parola, è anche vero che incerto è stato l’uso che nel corso degli anni  è stato fatto del termine.

“In Campania non c’era la negazione della criminalità organizzata, ma la parola camorra quasi non veniva riconosciuta. Il connotato sociale e sociologico è successivo”, ha commentato Fabrizio Feo, giornalista di Tg3 Nazionale. Quale sia, però, il termine che si usi il problema esiste.

“La Camorra è vita quotidiana. È dentro le cose”, ha commentato Toni Mira, giornalista di “Avvenire”.

Pertanto, affinché si faccia una buona indagine giornalistica, dopo aver appurato e studiato il caso, occorre saperne scrivere la storia.

“La forza di un’inchiesta giornalistica – ha dichiarato Sandro Ruotolo, giornalista attualmente inviato speciale di “Servizio Pubblico” – sta nella sua narrazione. Fondamentali sono la passione, l’umiltà e il rapporto che si insatura con il proprio lettore o telespettatore. Non devono mancare poi la fiducia, l’autorevolezza e soprattutto l’empatia”.

Facilmente si può cadere nell’errore di una narrazione eccessivamente romanzata. Ed è per questo che è necessario saper spiegare i confini del realismo. Negli ultimi celebri casi televisivi, come ha spiegato Gigi Di Fiore, giornalista de “Il Mattino”, l’attenzione è stata posta sul carnefice più che sulla vittima, rischiando, il più delle volte, di umanizzare i personaggi narrativi.

Il buon giornalismo, dunque, deve essere una sentinella attiva per quanto accade, strumento concreto della lotta alla criminalità e non di esaltazione di essa.

“Il giornalismo d’inchiesta – ha ribadito Ottavio Ragone, caporedattore de “La Repubblica Campania” – è come un laser che analizza il territorio e che ha la capacità di raccontarne il riscatto. Spinge verso quella che definisco esasperazione civica, ovvero la rabbia dei cittadini di non poter agire con urgenza nei confronti dei problemi della propria terra. Siamo tutti dalla stessa parte. Dobbiamo solo imparare a comunicare”.