“La luce vince l’ombra”: il riscatto di Casal di Principe

CASAL di PRINCIPE (Caserta) – Quando si arriva a Casal di Principe quello che più colpisce è la presenza di mura e cancelli altissimi, posti a protezione di ville imponenti e ben nascoste. E anche se la situazione oggi è cambiata, grazie ai numerosi arresti degli ultimi anni e alle altrettante confische, la sensazione che si prova nel vedere quelle abitazioni – o meglio nel non vederle –  è di paura e sospetto. Sono le barriere dell’omertà che, per troppo tempo, hanno privato i cittadini della dignità e della giustizia. Eppure, nonostante gli orrori e le nefandezze di cui questa terra si è macchiata, i suoi abitanti hanno deciso di rialzarsi e di pulire quanto di marcio era rimasto.

Ed è così che è nata La luce vince l’ombra. Gli uffizi a Casal di Principe, la mostra fortemente voluta dai curatori Antonio Natali e Fabrizio Vona, che sarà visitabile fino al 21 ottobre 2015.

C’è parso che La luce vince l’ombra fosse il titolo migliore per una mostra che aspiri a sostenere l’impegno sociale e morale di una generazione nuova, animata dalla volontà di riscattare la propria terra – ha scritto Antonio Natali, direttore della Galleria degli Uffizi – La luce a cui si allude non è quella che viene da fuori; è la luce, invece, che la gente stessa di Casal di Principe promana per sconfiggere l’ombra buia calata sulle loro dimore”.

A ospitare il progetto culturale è un edificio confiscato a un esponente di spicco della malavita locale, Egidio Coppola, e intitolato a don Peppe Diana, assassinato dalla camorra il 19 marzo 1994, “un simbolo del recupero degli spazi che per anni hanno identificato l’essenza stessa del male presente in queste terre”, come ha commentato Dario Franceschini, Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo.

Il cantiere è ancora  aperto – ha dichiarato Renato Natale, sindaco di Casal di Principe – la struttura del museo sarà ricoperta, a breve, da pannelli di canapa, coltivata nella nostra terra. Abbiamo cercato di eliminare tutti gli aspetti sfarzosi che caratterizzavano l’abitazione prima del sequestro. Il parquet e la ghiaia, che ricoprono il marmo, sono una sorta di barriera che abbiamo voluto alzare contro la criminalità”.

Le opere esposte, provenienti dagli Uffizi, da Capodimonte, dalla Reggia di Caserta e dal Museo Provinciale Campano, sono di mano di pittori che nacquero o lavorarono a Napoli e che percepirono fortemente le suggestioni del luminismo di Caravaggio.

Il contrasto di luce e d’ombra nei dipinti del Merisi – ha proseguito Natali – è premonitore di concetti sovente legati all’idea della Grazia che viene nel mondo a dissipare le tenebre del Male. L’auspicio è pertanto che la Grazia e la Bellezza (che della Grazia è simbolo) siano di conforto a chi si batte affinché sia vinto e disperso tutto quanto si opponga al bene comune”.

Non appena si varca la soglia del Museo viene difficile pensare come quelle mura, ora pregne di cultura, siano state, un tempo, testimoni di vita malavitosa. Il colore verde alle pareti, scelto per dare risalto alle tele esposte, è il simbolo di una speranza nuova, l’auspicio che questo progetto non rimanga un episodio isolato, ma sia solo un punto di partenza.

Ad aprire la mostra è il Concerto di Bartolomeo Manfredi (1617-1618. Olio su tela, cm 130×191,5), il dipinto che insieme all’Adorazione dei pastori di Gherardo delle Notti, è uno dei simboli più martoriati dai danni dell’attentato di via de’Georgofili a Firenze. Nella notte tra il 26 e il 27 maggio 1993 l’esplosione di un’autobomba uccise cinque persone, ne ferì cinquanta, e danneggiò una parte del patrimonio della Galleria degli Uffizi, provocando danni anche alle strutture architettoniche.

In via dei Georgofili a Firenze – ha scritto Alessandro de Lisi, direttore del Centro Studi Sociali contro le mafie Progetto San Francesco –Cosa Nostra mette un’autobomba che esplodendo sfracassa e sventra case e persone, le cui schegge precedute dall’onda del semtex si infilano come proiettili anche dentro gli Uffizi. Una finestra con il suo intero telaio l’onda d’urto la sbatte con tale violenza sul soffitto tanto che oggi rimane impressa la sua orma, come un tatuaggio sbiadito. Le schegge maciullano i quadri di Gherardo delle Notti e di Bartolomeo Manfredi, facendone coriandoli. Poi, però, gli storici dell’arte, i custodi, gli uomini e le donne degli Uffizi si chinano e li raccolgono e li mettono insieme, lasciando le cicatrici aperte, dichiarate affinché la bugia non sopraggiunga alla memoria”.

La grande lacuna della superficie pittorica non consente, purtroppo, di ammirare il dipinto nella sua interezza. Sopravvivono buona parte del volto del suonatore di violino, e la mano sinistra del suonatore di cornetto. Quei frammenti sono, ora, isole galleggianti nel vuoto, come le ha definite Grazia Badino, e gli strumenti, spezzati, non suonano più.

Poco più avanti è possibile ammirare la Strage degli innocenti di Massimo Stanzione (Prima metà degli anni Trenta del XVII secolo. Olio su tela, cm 135,5×161,5). L’episodio descritto sulla tela è tratto dal Vangelo secondo Matteo (2,1-15): Erode il Grande, re della Giudea, ordina un massacro di bambini allo scopo di uccidere Gesù, dalla cui nascita a Betlemme era stato informato dai Magi. Al centro della scena vi è il carnefice che con atroce sofferenza afferra la testa di un neonato, trattenuto dalla madre disperata. Sul lato destro vi è raffigurato un’altra donna, il cui volto, cereo, geme di dolore davanti al dramma. Di lato, solo accennata, vi è un’altra madre, descritta dalla sola mano che tenta di accarezzare il figlio brutalmente ucciso. Sembra quasi di toccare con mano quella sofferenza materna così abilmente rappresentata dalle mani del pittore campano.

Dopo le opere di Giovan Battista Caracciolo, Jusepe de Ribera detto Lo Spagnoletto, Artemisia Gentileschi, Mattia Preti e molti altri, a chiudere l’esposizione è la monumentale Headline Work di Andy Warhol: Fate presto (1981. Acrilico e serigrafia su tela, cm 270×200 ciascun pannello).

L’opera riprende la prima pagina del quotidiano Il Mattino, uscito tre giorni dopo il terremoto dell’Irpinia del 26 novembre 1980. Si legge: Cresce in maniera catastrofica il numero dei morti FATE PRESTO Per salvare chi è ancora vivo per aiutare chi non ha più nulla FATE PRESTO Napoli deve tornare a vivere. La ripetizione ne enfatizza il messaggio e allo stesso tempo, la serigrafia ne allontana e ne modera l’emozione. Le tre grandi tele sono state realizzate dall’artista con variazioni sui toni cromatici dell’originale: nero su bianco, giallo su bianco e nero lucido su nero. “La notizia – ha commentato Antonella Diana – viene così contestualmente da una parte smaterializzata e dall’altra enfatizzata, creando un forte effetto di drammatizzazione attraverso precisi contrasti”.

Louis Godart, Consigliere per la conservazione del patrimonio artistico del Presidente della Repubblica Italiana, ha scritto: “L’arte ha una funzione essenziale: consentire all’uomo di prendere coscienza della sua dignità. A Casal di Principe e nella Terra dei Fuochi la dignità dell’uomo è stata offesa. […] La mostra ha un merito: insegna ai cittadini che chi lotta per promuovere le grandi conquiste dello spirito può contare sulle forze vive dell’intero Paese per condurre la propria battaglia”.

Poche ombre sono rimaste qui. Casal di Principe ha una nuova luce. Sta tornando il Sole come dopo un temporale.