Le Quarantore in Duomo col Vescovo Giovanni D’Alise fino a sabato 10 gennaio

Al termine della celebrazione dell’Epinania il parroco della cattedrale don Enzo De Caprio

che per la prima volta sarà proprio il Vescovo di Caserta a predicare le Sante Quarantore

che si tengono all’inizio dell’anno civile.

 

S.E. Mons Giovanni D’Alise Celebrera’ Ogni sera  nel duomo di Caserta alle ore 18

da oggi 7 gennaio a sabato 10 gennaio con predicazione sul tema: “Eucarestia E Famiglia”.

La tematica scelta si riannoda al sinodo straordinario celebrato lo scorso ottobre in Vaticano,

al prossimo sinodo ordinario ad ottobre 2015 indetto da Papa Francesco preceduto dal VIII

incontro mondiale delle Famiglie che si svolgerà dal 22 al 27 settembre 2015 Philadelphia

negli Stati Uniti, nella città della Pennsylvania, tra le più antiche e le più popolate.

 

L’origine remota delle Quarantore è da ritrovarsi nella pratica dei fedeli di

commemorare, durante la settimana santa, le quaranta ore che il Corpo di Gesù giacque nel

sepolcro; durante questo arco di tempo i fedeli rimanevano in preghiera e facevano penitenza

per prepararsi degnamente alla grande solennità della Pasqua.

 

Fin dal IV secolo a Gerusalemme, per il venerdì santo, si teneva il rito dell’adorazione

della S. Croce che si concludeva con la reposizione in un luogo che ben presto prese la forma

esterna del sepolcro. Mentre nel X sec. si deponeva la Croce, nel XII sec. si consolidò l’uso

di deporre il Crocifisso; più avanti nei secoli entrò l’uso di porre l’Eucaristia, racchiusa in

una teca, sul costato del Crocifisso, fino a quando poi, nel XV sec. rimase l’uso di mettere

solo l’Eucaristia.

 

La vita liturgica, nell’epoca medievale, fu segnata fortemente dalla contemplazione

della passione e morte di Cristo. Questa accentuazione contemplativa deriva dal progressivo

processo di drammatizzazione della liturgia, specialmente in quella relativa alla

rappresentazione della passione di Cristo.

 

Il crescente aumento degli elementi drammatici di

cui la liturgia si era arricchita, portò a far perdere ai fedeli l’abitudine di accostarsi con

frequenza alla comunione, divenendo così spettatori del dramma della passione del Signore.

Fulcro, dunque, della partecipazione dei fedeli divenne il desiderio di “vedere” Cristo tanto

nella rappresentazione drammatica degli ultimi eventi della sua esistenza storica quanto nel

pane eucaristico dove si rende presente per comunicare i frutti della salvezza.

 

Il videre hostiam era, pertanto, considerato nel medioevo il vertice di tutta la celebrazione,

per cui dal momento che tutto il Cristo è presente nel pane eucaristico, la contemplazione dell’ostia

suppliva alla comunione sacramentale.

 

L’uso, dunque, di deporre l’Eucaristia sul costato del Crocifisso, che è alla base dei

cosiddetti “sepolcri” è stata abolita dal Concilio Vaticano II e in una recente Lettera della

Congregazione per il Culto Divino (anno 1988 nn. 44-57) è stato ribadito il divieto di usare

lo stesso nome di “sepolcro” (in dialetto “sabburchi”) nell’indicare l’altare della reposizione

nel giovedì santo, dal momento che la cappella della reposizione viene allestita non per

rappresentare la “sepoltura” del Signore, ma per custodire il pane eucaristico, segno della

presenza di Cristo vivo, per la comunione che verrà distribuita il Venerdì santo.

 

Le Quarantore erano praticate già prima del 1214 da una Confraternita della Dalmazia,

il cui esempio servì da stimolo ad altre Confraternite per ripeterle anche al di fuori della

Settimana Santa, soprattutto nei periodi di particolare difficoltà della vita sociale e religiosa.

A Milano, infatti, nel 1527 si svolgevano le Quarantore per chiedere aiuto al Signore,

implorandone misericordia e soccorso, dal momento che la città soffriva terribili angustie, in

seguito ai continui passaggi degli eserciti che, giunti dal settentrione, devastavano tutto ciò

che trovavano.

 

L’opera di S. Carlo Borromeo, per quanto riguarda la diffusione di questa pia

devozione, fu veramente grande, tanto che ne regolarizzò la pratica promuovendola in ogni

chiesa della sua diocesi; è da tener presente poi che le avvertenze che S. Carlo diede per la

sua diocesi, vennero tenute in considerazione anche in altri posti dell’Italia.

Inoltre, grazie all’opera di promozione dei Cappuccini, ben presto le Quarantore

presero piede in gran parte della nostra nazione.

 

La pratica delle Quarantore, pertanto, nata nel contesto della Settimana Santa, divenne

una forma privilegiata di preghiera attraverso la quale si chiedeva l’aiuto di Dio in situazioni

particolarmente difficili. Pian piano le Quarantore si caratterizzarono come pia pratica avente

lo scopo di adorare nell’Eucaristia i misteri della passione e morte di Gesù e assunsero infine

il carattere di adorazione comunitaria di Gesù-Eucaristia, centro della vita cristiana, della

comunità e fonte del suo rinnovamento spirituale.

 

In tal senso è molto importante ricordare e sottolineare il valore dell’adorazione

eucaristica che, per ogni comunità cristiana, nutrita dalla comunione sacramentale, diventa il

culmine e la fonte della sua spiritualità.

 

Cosa significa “adorare”? Partendo dalla etimologia del termine, adorare significa

avere un sentimento di grande affetto, di stima e di ammirazione verso qualcuno. Il termine,

infatti, nella sua radice, deriva dal latino ad-os , che indica l’atto del portare le mani alla

bocca, alle labbra per fare un segno di saluto e di rispetto verso qualcuno; nell’antichità il

gesto di prendere il lembo del mantello di una persona e portarlo alla propria bocca era

indice di venerazione e di adorazione.

 

Dal momento che il termine adorazione ha a che fare con la bocca o con le labbra,

proviamo a considerare quali sono le funzioni della bocca per poi trarre alcune riflessioni

spirituali sull’adorazione.

 

1. Attraverso la bocca esprimiamo

il nostro senso di stupore e di ammirazione; molto

spesso, di fronte a qualcosa di straordinario, affascinante e meraviglioso, l’uomo rimane “a

bocca aperta”.

Adorare, dunque, significa stare davanti a Gesù quasi “con la bocca aperta”, provando

stupore di fronte a colui che, avendo creato il cielo, le stelle, il sole, la luna, le galassie…, si

rende presente in un semplice, povero ed umile pezzo di pane.

 

2. Attraverso la bocca (e il naso) passa il respiro, la vita; basti pensare, in casi di estrema

necessità, alla tecnica della respirazione “bocca a bocca”.

Adorare significa stare di fronte a Gesù che ci dona il respiro, la vita, il suo Spirito;

mettersi alla sua presenza è lasciarsi ossigenare da Lui.

 

3. Attraverso la bocca e le labbra esprimiamo il nostro affetto verso qualcuno, dandogli

un bacio.

Adorare significa stare davanti a Gesù per esprimergli la nostra gratitudine, il nostro

affetto, il nostro amore; l’adorazione è la più grande “dichiarazione d’amore” che possiamo

fare a Dio.

 

4. Attraverso la bocca, infine, passa il nutrimento.

Adorare significa stare di fronte a Colui che ci nutre, che si fa nostro nutrimento;

adorare è “nutrirsi” di Gesù.

Adorare la presenza eucaristica del Signore risorto significa riconoscerlo presente in

mezzo ai suoi discepoli ed amici con i quali Egli ha scelto di restare in comunione: “Ecco io

sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo” (Mt 28,20); “Ed essi, dopo averlo

adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia; e stavano sempre nel tempio lodando

Dio” (Lc 24, 52-53).