ROMA – C’è un fantasma che aleggia nell’estate letteraria del Belpaese. La morte del Romanzo, per sovrabbondanza di genere. A innescare il vorticoso ciclone, un venticello partito in sordina su “Avvenire” agli inizi della primavera con la recensione di Alessandro Zaccuri all’ultimo lavoro di Alfonso Berardinelli “Non incoraggiate il Romanzo” (Marsilio, Venezia).
Berardinelli, uno dei galantuomini della critica letteraria italiana, ha decretato la morte del romanzo così come è vissuto finora, sparito dagli scaffali delle librerie per moltiplicazione delle copertine – in un paese in cui tutti presumono di essere Manzoni – e per restringimento delle pagine, soprattutto dei contenuti. In sostanza la tesi di Berardinelli, letta bene da Zaccuri, che per primo l’ha capita (con un titolo assai azzeccato: “Davvero i saggi sono meglio dei romanzi?”), è che ci sono troppi romanzi, nessuno – come direbbe qualcheduno a Napoli – buono. Non che Berardinelli non salvi dei libri o degli scrittori nel suo lavoro di critico, ma in sostanza di romanzi non se ne vedono, né negli scaffali delle librerie né tantomeno in quelli dei supermercati.
Il romanzo è rimasto per definizione nella prima e nell’ultima pagina, ma è sparito per consunzione nelle pagine interne. Diventando un oggetto merceologico piuttosto che un genere letterario.
Perché tutti vogliono scrivere come dei piccoli Saviano’s
E allora perché tutti vogliono scrivere, perché si diffondono i Corsi di scrittura dopo le Scuole di scrittura creativa, perché l’aspirazione di pseudo scrittori, filosofi, gente comune, politici (basti pensare a Veltroni e Franceschini.
A Veltroni soprattutto, che tanto ci tiene alla comunicazione, bisogna suggerire di lasciar stare!), è scrivere romanzi, come tanti piccoli Saviano’s. E’ questo il cruccio di Berardinelli. Si poteva immaginare che la considerazione del critico morisse lì, in silenzio. Venticello come tanti nella rosa dei venti delle lettere patrie.
La vela del saggio di Berardinelli si è invece gonfiata a dismisura settimana dopo settimana. Dopo lo spartiacque “Avvenire”, le recensioni, da timide citazioni, sono diventate sempre più articolesse, fino a raccogliere nelle ultime settimane paginate intere da “L’Espresso” con Filippo la Porta e dalla “Domenica” de Il Sole 24 Ore.
Nel piattume pre-estivo la querelle avviata da Berardinelli affascina. Giustamente, osiamo dire. Perché il critico non ha decretato la tanto vituperata e spesso proclamata morte del romanzo sic et simpliciter, ma la morte della sua etichetta e ovviamente la perdita di conoscenza del senso di quella definizione.
Che cosa accadrà? Non lo sappiamo. E neanche importa a dire il vero. Quel che importa è poter seguire la querelle se avrà ulteriori spunti di vivacità. Dal canto nostro suggeriamo che sui romanzi, ormai genere di consumo, si possa apporre una dicitura obbligatoria – come sui pacchetti di sigarette – “Nuoce gravemente alla salute”. Prevenire, come sempre, è meglio che curare.
