È già scomparso l’orto dal giardino di Palazzo Teti a Santa Maria Capua Vetere

Un pomodoro solo, acerbo, verde, dimenticato sulla nuda terra. Questa è l’immagine desolante di ciò che resta dell’orto piantato dagli operai edili nel giardino di Palazzo Teti a Santa Maria Capua Vetere. Un orto per niente improvvisato, che è stato disallestito in fretta a seguito del nostro articolo di due giorni fa.

Evidentemente avevamo ragione. Evidentemente, chi ha approfittato di quel fazzoletto di terra sapeva di commettere un piccolo abuso. Evidentemente, è mancato il controllo delle Istituzioni sul cantiere di un immobile storico e di proprietà pubblica.

La storia è molto semplice da riassumere: nei mesi scorsi, grazie ai fondi del PNRR, sono finalmente iniziati i lavori di ristrutturazione del meraviglioso Palazzo Teti – Maffuccini di Santa Maria Capia Vetere, bene confiscato alla camorra e chiuso da decenni, che il Comune ha deciso di trasformare in un polo culturale.

Come ci è stato segnalato dai cittadini residenti nelle case che confinano con Palazzo Teti, gli operai hanno approfittato delle pause dal lavoro e di una piccola porzione di terreno per impiantare quella che a tutti gli effetti sembrava una piccola produzione di pomodori a uso personale.

Mercoledì 3 giugno abbiamo pubblicato la notizia su questa testata e, come ci è stato riferito sempre dai residenti delle case adiacenti al giardino, la mattina di giovedì 4 giugno la piccola piantagione è stata eliminata. Gli stessi operai che curavano amorevolmente l’orto, con sguardo circospetto, lo hanno sradicato di buon mattino. Dimenticando sul suolo soltanto quel pomodoro solo, acerbo e verde, a conferma dei sospetti.

La notizia, ripresa anche da altre testate giornalistiche, ha scatenato in città blanda ilarità e qualche discussione da bar: molti cittadini ne hanno riso, moltissimi giustificavano gli operai sostenendo che quel piccolo orto non desse fastidio a nessuno. Soltanto pochissimi si sono indignati davanti a un tale uso arbitrario di un bene di grande rilevanza architettonica e storica.

Resta ancora aperta, dunque, una domanda: siamo un popolo talmente abituato agli abusi piccoli e grandi da non rendercene più conto?

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