Dalla scorta di Chinnici e Falcone, una lezione di vita alla Summer School UCSI
CASAL DI PRINCIPE (Caserta) – La voce di Giovanni Paparcuri ha riempito la sala e per un momento il tempo si è fermato. L’autista di Rocco Chinnici e Giovanni Falcone, l’unico sopravvissuto all’attentato del 29 luglio 1983 in via Pipitone Federico, ha riportato tutti indietro negli anni più bui della lotta alla mafia.
I suoi ricordi, intensi e vibranti, hanno parlato di paura e di coraggio ma soprattutto di fedeltà al dovere.
La mattinata alla Summer School dell’UCSI è stata interamente dedicata alla memoria di Falcone, Chinnici e Borsellino. E le parole di Paparcuri, “storia vivente” di quella stagione, hanno insegnato più di qualsiasi manuale: perché quando a raccontare è chi ha visto la morte in faccia, la storia si fa carne, voce e verità.
Giovanni Paparcuri ha aperto il suo intervento con semplicità ma anche con quella forza tranquilla che solo chi ha attraversato l’inferno può avere.
Ha ricordato la sua vita accanto ai magistrati, gli anni di lavoro sotto scorta e poi il boato dell’autobomba che gli ha cambiato per sempre l’esistenza.
Ma la sua testimonianza non si è fermata al dolore. Ha raccontato il Falcone uomo,quello che rideva per una battuta o regalava gesti sinceri, l’uomo delle molliche di pane e delle paperelle sulla scrivania: simboli di un’umanità semplice ma profonda.
Durante i pranzi con i colleghi, Falcone aveva l’abitudine di sbriciolare il pane e formare piccole palline con le molliche, per poi lanciarle “con aria innocente” agli altri commensali. Tutti sapevano che fosse lui ma nessuno lo diceva apertamente. Si rideva, si scherzava e per qualche minuto anche la paura lasciava spazio alla leggerezza. Era il suo modo di tenere viva la normalità in mezzo al caos, di ricordare che, nonostante tutto, restavano uomini.
Sulla sua scrivania, poi, spiccava una piccola collezione di paperelle gialle, dono scherzoso dei colleghi e degli amici più stretti. Era un piccolo rito, una sorta di scaramanzia quotidiana: ogni papera aveva una storia, un ricordo, un sorriso. Paparcuri, con voce ferma e lo sguardo di chi ha visto tutto, ha raccontato che persino Borsellino amava prenderlo in giro per quella bizzarra “famiglia di papere”.
Quelle papere, però, finivano spesso “rapite” proprio da Paolo Borsellino, che lasciava al collega un biglietto ironico con scritto:
“Se la papera vuoi ritrovare, cinquemila lire devi lasciare.”
Un gioco tra amici, un modo per alleggerire giornate cariche di gravità, per strappare un sorriso in un ufficio dove ogni documento poteva valere una vita. Anche in quell’ironia, apparentemente banale, si nascondeva l’essenza di quegli uomini: capaci di ridere insieme pur sapendo che ogni giorno poteva essere l’ultimo.

Dietro il simbolo della legalità, c’era dunque una persona vera, capace di leggerezza dentro la paura, di umanità dentro la tragedia.
Nelle parole di Paparcuri non c’è retorica ma una lezione di lealtà e testimonianza. Dopo l’attentato, quando gli fu chiesto di andare in pensione anticipata, decise di restare. Disse no, perché sentiva di doverlo ai colleghi che non c’erano più, a quei servitori dello Stato che avevano lasciato mogli e figli soli.
Lui, che non aveva una famiglia propria, scelse di continuare anche per loro per onorarne il sacrificio e tenerne vivo il ricordo.
E così ha fatto. È rimasto in servizio, ha ricostruito, archiviato e riscritto decine di fascicoli del pool antimafia, salvando documenti preziosi che oggi sono custoditi nel cosiddetto “bunkerino” del Palazzo di Giustizia di Palermo, dove ogni pagina porta ancora il segno del suo lavoro, il sudore di chi ha scelto lo Stato, sempre.
La sua è una storia che continua a vivere, ogni volta che decide di raccontarla.
Giovanni Paparcuri non è solo un testimone ma un custode di memoria: di quelle pagine scritte con il sacrificio di Falcone, Chinnici e di tutti coloro che hanno creduto nella giustizia fino all’ultimo respiro.
Oggi, in ogni incontro, nelle sue parole e nei suoi silenzi, c’è il peso di chi ha visto la morte e ha scelto la vita, di chi ha trasformato un dolore incancellabile in una missione.
Alla scuola di giornalismo investigativo di Casal di Principe, il suo racconto non è stato soltanto un ricordo: è stato un atto di resistenza civile, un invito a non dimenticare e a custodire con orgoglio la memoria di chi ha lottato per uno Stato più giusto.
Perché la giustizia sopravvive solo se qualcuno continua a tenerne viva la storia.
