CASAL DI PRINCIPE (Caserta) – Ci sono storie che non si possono dimenticare, voci che “anche quando provano a restare in silenzio” finiscono per gridare più forte di qualsiasi slogan.
Alla Summer School dell’UCSI, in due giornate diverse ma legate da un filo invisibile, si sono alternate le voci di Oreste Spagnuolo ed Elide Lionti: due percorsi opposti, uno nel buio e uno nella luce, ma oggi uniti da un punto d’incontro.
La giustizia. Quella vera, quella vissuta sulla pelle.
Oreste Spagnuolo: dal crimine alla coscienza
“Sono stati anni duri, anni che hanno segnato la mia vita e quella di tanta povera gente…”
Con queste parole, Oreste Spagnuolo, ex affiliato del clan dei Casalesi poi collaboratore di giustizia, ha aperto un racconto che ha inchiodato il pubblico presente.
Non un discorso costruito, ma una confessione lucida, senza filtri.
“Non è stato un periodo buono, anzi, è stato un periodo da dimenticare. Ma non potrà mai accadere, perché in ballo ci sono state vite umane, ci sono stati degli omicidi. Sono cose che resteranno impresse a vita.”
Spagnuolo non ha nascosto nulla: la strage di Castel Volturno, l’omicidio di Michele Orsi, le dinamiche interne di un clan che per anni ha imposto il proprio dominio con il sangue e la paura.
“Io c’ero alla strage di Castel Volturno. Nell’omicidio di Michele Orsi no, ma ero in una casa di appoggio. Sapevo tutto del piano.”
Aveva diciott’anni quando è stato risucchiato nel vortice della camorra.
“Facevamo rapine, assalti. Ci piaceva quella vita di soldi facili. Ci hanno attirato, e quella è stata la nostra rovina.”
Poi, il passaggio più duro: “Togliere la vita a una persona non è una cosa semplice. Non ti viene naturale. Ti costringono a farlo, per testare se sei affidabile, se sei all’altezza. È così che si diventa complici.”
E infine, la scelta. La collaborazione con la giustizia. Il pentimento.
“È stata una liberazione. Ora lavoro, mia moglie lavora. Viviamo con soddisfazione, senza fare del male. Guadagniamo onestamente.”
Parole semplici, ma dal peso enorme.
Oggi Spagnuolo non si nasconde dietro al rimorso: lo trasforma in ammonimento.
“Oggi la gente denuncia e fa bene. Non bisogna aver paura, perché la denuncia è l’unica arma che hanno. Se denunci, lo Stato ti tutela. Non bisogna inginocchiarsi e sottomettersi a queste persone che sono solo dei vigliacchi.”
Per lui, la giustizia non è più una condanna: è la via per tornare a vivere.

Elide Lionti: la forza di chi ha subito e non ha ceduto
Il giorno dopo, alla stessa Summer School, la voce di Elide Lionti ha dato forma al rovescio della medaglia.
Se Oreste è stato il carnefice che ha scelto di ribellarsi, Elide è la testimone che non si è arresa alla paura.
Figlia di una famiglia colpita dalla violenza mafiosa, vive oggi sotto scorta. Ma, nonostante tutto, non ha mai smesso di parlare.
“Testimoniare, raccontare la mia storia, soprattutto ai giovani, è importante per contrastare la cultura mafiosa. È un diritto e un dovere.”
Elide ha ricordato le parole di Paolo Borsellino:
“Parlate di mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene.”
E ha aggiunto, con una fermezza che ha commosso la sala:
“Possono toglierci la libertà di movimento, ma non ci priveranno mai della voce, della possibilità di costruire reti, di difendere e diffondere la cultura della legalità. La mafia uccide, il silenzio pure.”
Dietro le sue parole si percepiva la forza di chi ha conosciuto il dolore, ma ha scelto di trasformarlo in resistenza.
Elide parla ai giornalisti, agli studenti, ai cittadini: perché sa che la parola può fare ciò che la paura tenta di soffocare.

Il coraggio di chi sceglie la luce
Oreste e Elide. Due mondi agli estremi di una stessa verità.
Lui, un carnefice che ha deciso di rompere la catena.
Lei, una vittima che ha deciso di non tacere.
Entrambi vivono sotto protezione, lontani da ciò che erano, ma uniti dalla stessa scelta: credere nello Stato, nella legge, nella possibilità di cambiare.
Alla Summer School UCSI, si è respirato tutto questo: il peso della memoria, la potenza del racconto, il dovere di continuare a parlare.
Le parole di Oreste e di Elide non hanno solo commosso: hanno ricordato a tutti che la camorra non è invincibile.
Che la paura si può vincere.
Che la giustizia, anche quando arriva tardi, può redimere.
Perché “come insegnano le loro vite” non c’è futuro senza memoria, e non c’è giustizia senza coraggio.
