CASAL DI PRINCIPE (Caserta) – Sale bingo, scommesse sportive e sull’ippica. La camorra dei casalesi ha esteso i suoi tentacoli in tutta Italia: ben tredici le città coinvolte, dove ha trovato complicità in altre organizzazioni criminali e anche in imprenditori che di fronte a guadagni ingenti non hanno avuto esitazioni a stingere patti di alleanza con i pericolosi camorristi.
Le fiamme gialle
Sono stati 500 gli uomini delle Fiamme Gialle del Gico di Napoli e dello Scico che hanno eseguito ventinove arresti sulla base di provvedimenti emessi dalla Dda di Napoli. Nelle 13 città italiane gli uomini della Guardia di Finanza hanno anche posto sotto sequestro beni per circa 150 milioni di euro. I reati contestati sono associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsione, truffa ai danni dello Stato, al riciclaggio di denaro sporco, alla corruzione di pubblici ufficiali. È stata dunque «disarticolata» un’organizzazione criminale che controllava imprese nel settore dei giochi pubblici, come il bingo e la raccolta di scommesse sportive ed ippiche.
Hermes
Nell’operazione Hermes sono circa 100 gli indagati, per lo più imprenditori impegnati nel settore del gioco e delle scommesse che si sono dati da fare per riciclare il denaro di alcuni clan camorristici fra i quali il clan dei Casalesi della provincia di Caserta che guidava il gioco, dei Misso, dei Mazzarella e del clan mafioso dei Madonia. Sono state sequestrate 39 società commerciali e 23 ditte individuali. Il sequestro ha riguardato anche 100 immobili, 104 autoveicoli, 140 quote societarie per un valore di oltre 150 milioni di euro.
Diverse le sale bingo poste sotto sequestro: Cassino, Milano viale Zara, Cernusco sul Naviglio, Lucca, Padova, Brescia, Cologno Monzese, Cremona. Naturalmente oltre a sale bingo della provincia di Caserta, tra cui quella di Teverola, e di Frosinone. La Guardia di Finanza ha posto sotto sequestro la società Betting 2000, che sviluppa un alto volume di affari a livello nazionale nel settore delle scommesse sportive.
Le indagini hanno preso il via dalla organizzazione costituita da Renato Grasso, un personaggio più volte coinvolto a partire dalla seconda metà degli anni ’90 in inchieste per i suoi rapporti con i clan della camorra e in particolare con quello dei Casalesi. A lui, secondo gli investigatori, venivano affidate dalle organizzazioni malavitose le somme di danaro che attraverso un sistema di «scatole cinesi» venivano investite nella creazione di sale bingo.
Chi è Renato Grasso?
Tutto ruota intorno alla figura di Renato Grasso, latitante, un personaggio di spicco già condannato negli anni ’90 per legami con i clan di Portici e di Fuorigrotta e nel maggio scorso destinatario di una ordinanza di custodia con l’accusa dir essere socio di Mario Iovine, detto Rififi, della fazione Iovine dei Casalesi.
L’uomo aveva maturato una forte esperienza nel settore della gestione illecita dei videopoker e delle new solt, una attività in cui ha detenuto praticamente per anni il monopolio in alleanza con quasi tutti i principali clan di Napoli e della provincia, sbaragliando la concorrenza grazie alla forza di intimidazione delle cosche. La sua “competenza” in materia è stata necessaria alla camorra napoletana, ai Casalesi e alla mafia siciliana che, anche grazie – come spiegano gli inquirenti – ai nuovi indirizzi politico-legislativi decisi a partire dal 2000 hanno approfittato dell’espansione del mercato dei giochi per reinvestire i proventi illeciti.
La rete di Grasso è stata impegnata per riciclare i soldi di provenienza criminale in tre settori: il bingo, raccolta di scommesse sportive, e le cosiddette new slots. Per gestire questi settori si è utilizzato il classico sistema delle società a scatole cinesi, ovvero l’uso di prestanome con la fedina penale immacolata dietro ai quali si nascondevano gli uomini della mala. Denaro che veniva ripulito e che per chi investiva diventava un fruttuoso avvenimento, visto che alle cosche Grasso versava puntualmente una sorta di ‘royalty”.
Arrestati carabinieri: ben 3
Nell’ambito dell’operazione Hermes sono stati arrestati anche tre carabinieri. Il maresciallo Pietro Bruno è accusato di una fuga di notizie avvenuta nel novembre del 2006: il sottufficiale sarebbe entrato abusivamente nel server del Ros di Napoli per acquisire informazioni riservate sul conto di Renato Grasso, l’uomo intorno al quale ruota l’intera indagine, in relazione al suo coinvolgimento in un’indagine nei confronti del clan dei casalesi. Il maresciallo è accusato di violazione del segreto di ufficio e corruzione. Inoltre per favoreggiamento nei confronti di Nicola Schiavone, il figlio del boss Francesco, soprannominato Sandokan e di altri due importanti esponenti dell’organizzazione sono stati arrestati due militari in servizio presso la compagnia di Casal di Principe, Luigi Di Serio e Luigi Cocuzza. Gli arresti sono stati eseguiti dai militari dell’Arma in seguito ad indagini condotte dal Ros.
