CASTELVOLTURNO (Caserta) – Stamani, poco prima delle otto, erano già lì. Erano in pochi ma la rabbia era già tanta. Amici e parenti degli immigrati che ieri sera, a Castelvolturno, sono stati uccisi, continuavano a fissare le macchie di sangue, i vetri rotti, proprio lì dove si erano contati morti ammazzati. Poi la rabbia è aumentata, sempre di più, fino a trasformarsi in guerriglia urbana. E così, per ore, hanno scatenato il loro risentimento verso gli italiani devastando di tutto. E’ sul luogo dell’agguato, proprio davanti al negozio-sartoria di vestiti etnici, dove lavorava una delle vittime, che la protesta ha preso forma.
Prima le accuse: ”Non è vero che i nostri amici erano narcotrafficanti e che lavoravano per conto della camorra”. E’ stato soprattutto questo, che ai ghanesi e ai liberiani di Castelvolturno proprio non è andato giù: che loro ”gente che lavora dalla mattina alla sera fossero stati considerati dei criminali”. E così è andata in scena la rabbia: materassi, cassonetti dati alle fiamme, poi perfino automobili rovesciate; il tutto sul luogo dell’agguato. La statale Domiziana si è iniziata a bloccare li, dove gli immigrati sono diventati sempre di più, circa cento. Ore di urla, di insulti verso gli italiani (”Siete razzisti, ci accusate solo perché siamo neri”) e poi la decisione: partire in corteo verso il centro di Castelvolturno, vale a dire circa 15 chilometri. La pioggia non è riuscita a fermarli e la polizia neanche.
Più il corteo procedeva più la rabbia si è trasformata in guerriglia e in atti di vandalismo. Non c’era cosa, segnali autostradali, semafori, cassonetti dell’immondizia, che gli immigrati non hanno divelto o distrutto. Poi se la sono presa anche con i cittadini: gente comune che, terrorizzata, ha visto andare in frantumi i vetri dell’auto sulla quale erano a bordo, colpevoli solo di stare attraversando la Domiziana proprio in quel momento.
E ancora, cittadini presi di mira con pietre e bottiglie di vetro solo perche’ si erano affacciati ai propri balconi per capire cosa stesse accadendo. Distrutte vetrine di negozi, auto anche parcheggiate: tutto, basta ”riuscire a dare una bella lezione agli italiani”. ”Perché, perché sono stati ammazzati?”, gli immigrati durante il corteo lo hanno chiesto a tutti. Qualche cittadino italiano preso di mira ha cercato di reagire.
”Ma dove sono le forze dell’ordine, perché non ci difendono, perché consentono di distruggerci i nostri negozi e le nostre case”, ha urlato Antonio le cui vetrine della sua pizzeria sono andate letteralmente in frantumi. Ma, intanto, gli immigrati avanzavano: sbarre di ferro e cocci di vetro in mano. Il bersaglio era tutto ciò che li circondava: hanno bloccato perfino un’ambulanza, anche se per pochi minuti. Una protesta che è arrivata alle porte del centro di Castelvolturno: con le forze dell’ordine in assetto antisommossa e con sindaco, questore pronti a trattare. A cercare di stemperare la tensione anche alcuni esponenti dei centri sociali.
A fine giornata protestano anche i commercianti: ingenti i danni subiti. La resa degli immigrati arriva dopo aver ricevuto rassicurazioni sul fatto che le indagini sulla strage saranno celeri e dopo un incontro al comune di Castelvolturno tra una delegazione di immigrati e il sindaco. Il presidio viene abbandonato e come gesto di distensione e riappacificazione con la comunità locale viene deciso che alcuni di loro aiuteranno gli operai del Comune nelle operazioni di pulizia delle strade.
LA STRAGE: SETTE MORTI IN DUE AGGUATI CONSECUTIVI
Hanno deciso di gestire in proprio il traffico di droga senza più sottostare alle regole imposte dal clan, e soprattutto senza pagare quella sorta di “tassa di soggiorno” che spetta alla cosca locale per poter condurre ogni attività illecita. E i Casalesi non potevano accettare questo atto di ribellione che ne avrebbe messo in discussione lo spessore criminale, magari (ed è l’aspetto che maggiormente preoccupa l’organizzazione) con il rischio di indurre anche altri a sottrarsi al pagamento di tangenti alla cosca.
Questo per gli inquirenti lo scenario nel quale si è consumato l’eccidio di ieri sera nelle vicinanze di Lago Patria dove sei immigrati africani – del Ghana, Togo e Liberia – sono stati ammazzati in un agguato (un altro è avvenuto a pochi chilometri di distanza ed è stato ucciso il titolare di una sala giochi portando il numero complessivo dei morti a 7) che non ha precedenti per ferocia e determinazione nella pur cruenta storia degli agguati messi a segno dalla camorra.
La strage ha provocato la reazione della comunità africana degenerata stasera in una lunga serie di atti di vandalismo. Il commando composto da sei o sette killer, qualcuno forse camuffato con pettorine delle forze dell’ordine, ha utilizzato un kalashnikov e almeno due pistole sparando all’impazzata e mettendo sicuramente nel conto la possibilità di ammazzare anche persone che in questa storia di traffici loschi non c’entravano niente.
Ed è possibile davvero che un paio di immigrati siano morti solo per essersi trovati nel posto sbagliato, ovvero davanti alla sartoria”Ob Ob exotic fashions”, gestita da un africano, un locale che per gli inquirenti rappresenta una delle centrali dello spaccio di stupefacenti sul litorale domizio. Sono stati esplosi ben 130 proiettili nell’agguato contro gli africani, e addirittura una sessantina solo per eliminare poco prima nella vicina Baia Verde Antonio Celiento, titolare di una sala giochi: un delitto quest’ultimo che avrebbe una identica matrice anche se si attendono gli esami balistici per confermare tale ipotesi.
Per i magistrati della Dda, coordinati dal procuratore aggiunto di Napoli Franco Roberti, e per gli investigatori la potenza di fuoco esibita dal commando rappresenta l’ennesima dimostrazione della ‘strategia stragista’ adottata negli ultimi tempi del clan dei Casalesi. Una strategia che si è manifestata di recente nell’uccisione di pentiti, di familiari di collaboratori di giustizia, imprenditori che hanno denunciato il racket e che punta più che alla eliminazione degli avversari soprattutto a incutere terrore, evitare defezioni e rafforzare il proprio potere criminale.
La decisione di una azione di forza contro gli immigrati sarebbe scaturita dopo che i trafficanti africani, grazie anche alla crescita esponenziale della loro comunità sul litorale domizio (sono ormai 11mila nel territorio tra regolari e clandestini) si sarebbero convinti di poter trafficare senza rendere conto alla camorra.
Le ultime indagini sulla malavita organizzata del Casertano raccontano che nel territorio di Castelvolturno, dopo gli assestamenti successivi alla cattura dei vecchi boss, le redini del clan sono nelle mani di Alessandro Cirillo e Giuseppe Setola – latitanti e indicati come ex killer del boss Francesco Bidognetti – e ritenuti coinvolti in una serie di eclatanti omicidi avvenuti negli ultimi anni. Per fronteggiare la difficile situazione il prefetto Ezio Monaco non ha escluso il ricorso all’Esercito.
NOI IMMIGRATI, VITTIME SENZA COLPA
La gente del posto ci portava i pantaloni per farli accorciare: una sartoria, gestita da “persone tranquille”, tutti stranieri, in Italia solo per lavorare. Questo gridano, rivendicando di essere “ghanesi, non nigeriani…” i connazionali delle vittime di strage di camorra di Castelvolturno. Lo hanno detto quando i cadaveri sono ancora a terra, sul luogo della carneficina degli africani. E lo ripetono amici e parenti, giurando di essere estranei a qualsiasi giro di malaffare.
Per gli inquirenti la pista della droga e la guerra con la camorra sono invece scontati. E’ questo che lega il massacro e il suo contesto: regno dei Casalesi e dei ‘nigeriani’, dove ci sono 11 mila extracomunitari, di cui 2.000 regolari secondo il sindaco di Castelvolturno. L’identità dei 6 africani morti ieri sera nel massacro compiuto dalla camorra sulla Domiziana è ancora da accertare: ma i nomi, quelli riferiti da chi li conosceva, circolano; si attendono comunque i riscontri delle impronte digitali trovate nel locale. Per uno di loro, forse ghanese, è ancora in corso l’identificazione.
Le altre vittime dell’agguato sono Samuel Kwaku, di 26 anni, originario del Togo, trovato dalla polizia all’ingresso della sartoria; Cristopher Adams, liberiano di 28 anni; Francis Antwi di 31 anni e Eric Affum Yeboah, di 25, entrambi del Ghana; Alex Geemes, liberiano di 28 anni, è l’uomo morto all’ospedale di Pozzuoli nelle prime ore di oggi. Il ferito, ancora al Cardarelli, è invece Joseph Ayimbora, 34 anni, del Ghana. Chi sono? Accertarlo, oggi, mentre Castelvolturno viene attraversata da scene di guerriglia urbana, non è affatto facile. Per le strade si sente la voce di Vichi; si sgola: Alaji – lei lo chiama così – con la droga e con la camorra non aveva nulla a che fare.
Si conoscevano da 3 anni ed avevano un figlio di un anno ed un mese. Piangendo racconta: “Mi hanno telefonato, mi hanno detto che era stato ammazzato – dice – sono arrivata davanti al negozio e l’ho visto, era ancora seduto alla sua macchina da cucire, l’avevano colpito alla testa, i suoi occhi erano sbalzati fuori. E’ stato terribile”.
Era una bravissima persona”, aggiunge. Chi potrà raccontare molte cose, dopo aver subito un intervento di chirurgia vascolare, ha trascorso molte ore oggi in stato di incoscienza, in ospedale; per Ayimbora parla però un amico ghanese: “L’Italia è un Paese di merda – urla arrabbiato – non ci dà la possibilità di lavorare”. Ma Joseph è una brava persona? L’amico si ammutolisce. Dice soltanto il suo amico è tornato dal Ghana due settimane fa. Per fare cosa? “Import export”.
GRATTERI A CASERTA
Il capod ella Polizia Manganelli ha inviato a Caserta il capo dell’anticrimine centrale, Gratteri, e un pool di investigatori esperti di criminalità organizzata. Intanto la mobile di Caserta sta effettuando dalla scorsa notte perquisizioni in abitazioni di immigrati di origine africana che hanno precedenti per traffico o spaccio di droga. Mentre amici e parenti delle vittime dicono: ‘noi con la camorra non c’entriamo niente, lavoriamo dalla mattina alla sera’.
