
ROMA – Ho conosciuto Francesco Gambini come lo hanno conosciuto in molti, attraverso i suoi video sui social. Fin dai primi contenuti mi è apparso chiaro che non si trattasse dell’ennesimo caso di viralità fortuita. Nei suoi lavori è tangibile la consapevolezza dell’uso del mezzo: lo si avverte nella scrittura, nel ritmo, nel montaggio. Tutti elementi che rimandano a una formazione solida e a un pensiero artistico tutt’altro che improvvisato. In un panorama social spesso affollato da contenuti effimeri e replicabili, Gambini è riuscito a costruire una cifra stilistica riconoscibile, capace di tenere insieme comicità, drammaturgia e tradizione, senza mai scadere nel caricaturale. I video realizzati con i genitori, vere e proprie micro-scene teatrali, sono solo la superficie di un percorso che affonda le radici nello studio, nel teatro e nel cinema. Questa conversazione nasce dal desiderio di andare oltre lo schermo e restituire la complessità di un talento che merita di essere raccontato.
Francesco, che rapporto hai con la poesia?
È un rapporto molto stretto. Non nel senso accademico di chi la studia sistematicamente, ma è qualcosa che sento e che mi accompagna da sempre. Mi è capitato di avvicinarmi alla poesia attraverso autori teatrali studiati all’università, ma anche grazie alla Slam Poetry e, soprattutto, alla poesia napoletana. Eduardo, Totò: sono figure a cui sono profondamente legato. Ho molti libri e spesso, leggendo, mi nascono idee che poi porto in scena, anche in chiave ironica. È un linguaggio che sento mio, un modo di comunicare che mi appartiene.

Hai una laurea magistrale in Scrittura e Produzioni per il cinema e l’audiovisivo. Cosa ti ha spinto a scegliere l’università e cosa ti ha dato questo percorso come artista?
Dopo il liceo mi iscrissi a Ingegneria meccanica, seguendo una passione per le macchine e i motori, anche perché molti amici avevano fatto la stessa scelta. Ma la mia testa era sempre altrove. Quando finisci il liceo non hai il tempo di fermarti a capire davvero cosa vuoi. Un pomeriggio, dopo l’ennesimo esame andato bene, tornai a casa e dissi: “No, voglio cambiare”. E così feci. L’università mi ha dato soprattutto consapevolezza tecnica. Mi ha aperto gli occhi sulla regia, sul montaggio, sul senso del ritmo visivo e sonoro. Oggi si usano con leggerezza termini come “regista” o “montatore”, ma spesso manca la conoscenza di ciò che è venuto prima. Studiare il passato è fondamentale per trovare una propria cifra. Questo percorso ha influito anche sul mio lavoro da attore: una battuta detta in un certo modo cambia ciò che accade poi in fase di montaggio.
I video che realizzi con i tuoi genitori sono delle vere e proprie micro-drammaturgie. Quando è nata l’idea di pubblicarli?
L’idea è nata riguardando alcuni lavori che avevo fatto in passato. Sono sui social da circa dodici anni, da quando Facebook aveva ancora un pubblico giovane. All’università scrivevamo sceneggiature e cortometraggi, molti dei quali sono ancora online. In quel periodo avevo rivisto Birdman e mi venne l’idea del piano sequenza applicato ai social: il formato verticale, con movimenti rapidi, tiene lo spettatore dentro l’azione. Durante la pandemia eravamo chiusi in casa io, mamma e papà, e così iniziammo a fare video insieme. Il secondo funzionò oltre le aspettative. Da febbraio 2025 ho capito che poteva diventare un format vero e proprio, replicabile anche al di fuori della dimensione familiare.

È cambiata la percezione delle persone nei tuoi confronti dopo la viralità dei video? Hai qualche aneddoto da raccontare?
In realtà avevo già vissuto momenti di viralità in passato, ad esempio quando interpretavo un mio alter ego omosessuale per smontare certi stereotipi. Oggi però succede molto più spesso. Soprattutto con i nuovi video ho attirato l’attenzione anche di altri creator e mi sono reso conto di essere arrivato a un pubblico più ampio, in particolare su Instagram che, rispetto a TikTok, genera un pubblico più facilmente convertibile in teatro, più fidelizzato. Capita che la gente mi guardi per strada con quell’espressione sospesa, come a dire “è lui o non è lui?”. Altri si avvicinano con grande naturalezza: “Francesco, facciamoci una foto”, oppure in dialetto: “Ma tu si chill’ ca fa ‘e video?”. Quello di cui sono contento è che il pubblico è trasversale: dal bambino col padre al ragazzo della mia età, fino alla persona anziana.
Che rapporto hai con la tradizione del teatro napoletano?
È un rapporto viscerale. Io sono uno di quelli che, mentre parla, cita Totò e Eduardo. Ho amici uguali a me: viviamo la quotidianità attraverso le battute dei grandi. Per Luciano De Crescenzo ho una vera fissazione. Così parlò Bellavista lo posso guardare mille volte e ridere sempre come la prima. Ho letto tutti i suoi libri. Anche Peppino De Filippo, per la sua comicità fisica potentissima, capace di esistere anche senza parole. È un rapporto che sento e che vivo nel profondo.

In che scala di priorità stanno per te scrittura e recitazione?
Quasi mai dico “sono un regista”, perché sento di non potermelo ancora permettere. Come attore, invece, posso dire di aver studiato tanto, anche se oggi molti si definiscono tali con troppa facilità. Per me scrittura e recitazione stanno in equilibrio. Se dovessi scegliere, sceglierei la recitazione. Il teatro, dal punto di vista registico, mi attrae meno rispetto al cinema, dove invece mi piacerebbe molto dirigere. In teatro accompagni l’emozione nel tempo; al cinema tutto è più rapido, concentrato in pochi secondi. A volte scrivo di più, poi rileggendo emerge una visione registica; altre volte giro scene in più proprio per avere maggiore libertà narrativa.
Cosa sogni per il tuo 2026 e per il tuo futuro?
Il mio obiettivo principale è finire di scrivere uno spettacolo in cui sarò solo in scena. Mamma e papà non salirebbero mai sul palco: lì andrebbero davvero in difficoltà, nonostante il pubblico li ami. Ho però già in mente un modo per inserirli. Ci tengo molto alla semplicità, ma ho anche un rispetto profondo per il teatro: deve essere una cosa fatta bene, non uno spettacolo “tanto per farlo”. Per il cinema vivo il calvario comune a tutti gli attori: i provini. Li fai, poi aspetti. Mi auguro che ne arrivi qualcuno in più. Se avessi carta bianca per decidere, metterei tutte le mie energie nello spettacolo che sto finendo.

