CASERTA – Rocco Pozzi (Roma ante 1733 – ?, 1780), scultore, pittore e incisore romano, ha abitato a Caserta. Ce lo raccontano due importanti documenti dell’Archivio di Stato di Caserta che parlano di rifacimenti alla casa dell’incisore della Dichiarazione dei Disegni del Real Palazzo di Caserta di Luigi Vanvitelli (1756) e delle Antichità di Ercolano Esposte (1757).
Perfetto sconosciuto? Pare proprio di no!
Assunto già nel 1747 a Resina come disegnatore di pitture antiche, Rocco (di cui esistono molte incisioni all’Istituto Centrale per la Grafica: si veda Pozzi Rocco – Istituto Centrale per la Grafica ) collabora nel 1748 con Gian Battista Nolli alla Nuova Pianta topografica di Roma e all’Imperiale Galleria di Firenze e viene chiamato a Caserta da Luigi Vanvitelli proprio per collaborare alla stampa del progetto della Reggia.
L’incisore abitava presso la casa del reverendo Lorenzo Giaquinto al Trinice (nei pressi dell’attuale piazza Dante) ancora nel febbraio 1755, ma il 22 aprile del 1756 gli fu concesso di ritirarsi a Portici, dove gestiva una Scuola di figure, lasciando la pianta organica del cantiere della Reggia o Nuovo Real Palazzo. Al suo contributo si devono le incisioni della moneta di fondazione della Reggia di Caserta, dell’incisione Amore delle Belle Arti e di alcune tavole, sempre nella Dichiarazione dei Disegni; alle Antichità di Portici e in particolare al Teseo; al Sacrificio Egizio.
Alla sua scuola, Carlo di Borbone e sua moglie Maria Amalia di Sassonia fanno formare i tre Brunelli (Carlo, Domenico e Angelo), che poi lavoreranno presso i siti reali borbonici rispettivamente come pittore, architetto e scultore-restauratore, ma le carte parlano anche di un certo Nicola Maeschi.
Fratello del più noto pittore Stefano Pozzi (Roma, 1699 – 1768), che collabora alla realizzazione de Le Virtù coniugali per la Camera da letto di Ferdinando IV e Maria Carolina del Palazzo Reale di Napoli, Rocco Pozzi aveva già realizzato nel 1754 i disegni per il primo Catalogo degli antichi monumenti dissotterrati dalla discoperta città di Ercolano per ordine della maestà di Carlo re delle Due Sicilie e di Gerusalemme, infante di Spagna, duca di Parma, e di Piacenza, gran principe ereditario di Toscana, di Antonio Bajardi (Parma, 1694 – Roma, 1764), che raccoglieva i reperti ritrovati nell’antica città di Ercolano, distrutta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. Le incisioni sono invece opera di Padre Antonio Piaggio, impiegato della Biblioteca Vaticana, che nel 1758 ospita a Napoli il famoso archeologo Winckelmann. Piaggio è passato alla storia come inventore della macchina srotola papiri, necessaria a decifrare – insieme a Simmaco Mazzocchi – i papiri rinvenuti durante gli scavi.
Antonio Piaggio e la macchina dei papiri ercolanensi | Royal District
Si sviluppa nelle esperienze di scavo una sensibilità antiquaria che si ripercuote sulle scelte strutturali e iconografiche del Real Palazzo di Caserta, costruito nel cuore della Campania Felix, celebrata dagli antichi scrittori per la fertilità e ricchezza del suo territorio.
Agli scavi di Ercolano partecipa anche Marcello Venuti (1700 -1755), fondatore dell’Accademia etrusca delle antichità ed iscrizioni di Cortona (1726), che nel 1746 pubblica i Disegni intagliati in rame di pitture antiche ritrovate nelle scavazioni di Resina, opera contemporanea alla scoperta dei templi di Paestum, e nel 1747 la Descrizione delle prime scoperte dell’antica città di Ercolano.
Nel 1758 Carlo di Borbone apre al pubblico il Museo di Ercolano, nella Reggia di Portici, che accoglie i reperti rinvenuti durante gli scavi, ordinando che i reperti rinvenuti successivamente vengano destinati alla costruenda Reggia di Caserta, immaginata come un enorme tempio di antichità.
Nel frattempo chiede a Luigi Vanvitelli di restaurare il Palazzo Reale di Napoli, sotto la supervisione del nuovo maggiordomo maggiore Michele Imperiali di Francavilla (Francavilla 1719 – Napoli 1782), che nel 1753 ospita a Caserta addirittura Marcantonio Borghese (Roma, 1730 – 1800) con la sua consorte, proprietario della famosa Villa Borghese.
Nel 1756 arriva a Caserta anche Anton Raphael Mengs per fare i ritratti della famiglia reale e Maria Amalia gli chiede di dipingere l’ultimo quadro della Cappella Palatina, distrutto durante la Seconda Guerra Mondiale.
Nel 1758 anche il famoso archeologo tedesco Winckelmann visita Caserta, relazionando in particolare sull’Acquedotto. Si reca anche ad Ercolano, per visitare il museo appena aperto, la cui insegna recita: “Carlo, re delle due Sicilie, pio, felice, augusto, innamorato delle antichità, nel 1758, per favorire quanti amano l’antico, volle destinare a questa sede delle Muse, adatta all’esposizione di pitture, gli antichi tesori scoperti negli anni e con grande spesa negli scavi di Pompei, Ercolano e Stabia“.
Da questi viaggi nasceranno i più famosi lavori dell’archeologo tedesco: l’Epistola sulle scoperte di Ercolano (1762), la Storia dell’arte nell’antichità (1763) e i Monumenti antichi inediti (1767), a cui collabora un poco conosciuto Giovan Battista Casanova (1730-1795), fratello del noto seduttore e del pittore europeo Francesco Casanova. Questi lavori lo porteranno a ricevere, nel 1763, la nomina di Prefetto di antichità del Vaticano, con poteri di emettere pareri sugli scavi e sulle esportazioni dei reperti archeologici.
Dall’incontro tra Winckelmann, Mengs e Vanvitelli, nasce in Italia una consapevolezza nuova nell’ambito della tutela, che farà scuola al mondo intero. Tanto che nel 1767 Ferdinando Galiani raccomanda da Parigi di ristampare e vendere le Antichità di Ercolano esposte, perché “L’Ercolano ha un altro uso qui. Tutti gli orefici, bigiuttieri, pittori di carrozze, di sopraporte, tappezzieri, ornamentisti hanno bisogno di questo libro. Sa V. E. che tutto si ha da fare oggi à la greque, che è lo stesso che Erculanum“.
Il rapporto tra la Reggia, la Terra di Lavoro e l’antico non verrà mai meno. Infatti dopo l’Unità si immagina di destinare la Reggia di Caserta a sede di un grande Museo di antichità di Terra di Lavoro, per ampliare il Museo Archeologico di Napoli (MANN), divenuto insufficiente. Il progetto si realizza solo nel 1870 nella sede dell’attuale Museo Provinciale Campano di Capua, dove viene collocato anche l’Archivio Provinciale di Terra di Lavoro, oggi confluito nell’Archivio di Stato di Caserta.
Si leggano anche:
L’Eco di Caserta – Sulle tracce di Carlo Brunelli, pittore di antichità alla Corte dei Borbone
