Andrea Tartaglia: «Se non avessi fatto il musicista? Avrei fatto il terrorista»

Foto di Marco Carotenuto

ROMA – Da anni seguo il lavoro di Andrea Tartaglia e lo considero da sempre uno di quegli artisti che non si limitano a fare il compitino, ma costruiscono mondi, visioni, linguaggi. La sua capacità di mescolare tradizione e sperimentazione, radici e inquietudine contemporanea, serietà ed ironia resta un tratto inconfondibile della sua ricerca. A parlarmene per la prima volta in modo appassionato fu Nikkè, rapper e slammer, mio amico e compagno di palco, con cui Andrea condivise un brano “Passeggiata mattutina”. Da allora ho continuato ad ascoltarlo, a seguirlo e a riconoscere nella sua poetica una purezza rara che resiste nonostante le brutture e l’appiattimento musicale contemporaneo. È per questo che per me oggi è un piacere intervistarlo.

Andrea, che cos’è per te la poesia?

Le parole sono un contenitore stretto per le emozioni. La poesia è la forma più fedele per raccontarle. Ha la capacità di trasmettere a chi ascolta quello che senti davvero. Cerco sempre di mettere poesia in ciò che scrivo: il napoletano in questo mi aiuta molto, perché è un linguaggio più viscerale, immediato. Non dico che con l’italiano non sia possibile farlo ma per me resta una lingua più descrittiva; il napoletano, invece, ti scava nell’anima. Per me la poesia si racchiude negli occhi.

Quando nasce una tua canzone, nasce prima la parola o il suono?

Sono un appassionatissimo dell’improvvisazione e del freestyle — non solo nel rap. Molte mie canzoni partono da un giro di chitarra di cui mi innamoro: ci improvviso sopra, registro quello che mi rimane in testa e spesso proprio da lì nasce il ritornello. Sono il mio primo ascoltatore. A volte nasce tutto da un freestyle registrato, altre volte parto dal testo e poi gli costruisco l’abito musicale. Uso entrambi i metodi, ma prediligo l’improvvisazione che per me è la mia massima espressione.
Infatti non so dirti nemmeno se definirmi musicista nel senso stretto del termine: forse mi sento più un freestyler.

Quanto c’è del territorio (Pozzuoli, Campi Flegrei, Napoli) nella tua musica?

Vorrei mandarti una foto per farti capire perché (ndr. me la invia per davvero).
Quello che mi tiene qui è l’amore per questa terra, per ciò che rappresenta. Quando anni fa ho dovuto fare i conti con l’idea di andare via, pensavo che con il talento che sentivo di avere sarebbe stato più facile affermarsi altrove. Ma se ce la fai a Napoli hai compiuto qualcosa che vale cento volte di più. Questa sfida mi ha sempre stimolato, anche se razionalmente mi ha tolto qualcosa. Il risultato, però, è che vivo della mia arte, qui, e questo è ciò che conta. Essere libero in un luogo che amo. Chi fa arte sincera è una spugna: assorbe ciò che ha attorno. Non posso non raccontare la bellezza di Napoli e dei Campi Flegrei, quel miscuglio di meraviglia e degrado che è stato fondamentale per tutto quello che faccio.

Foto di Andrea Tartaglia – Vista da casa sua a Bacoli

Nella tua musica convivono folk, world, rap, reggae, rock. Da dove nasce questa mescolanza? Chi ti ha influenzato?

Mi piace esplorare e lasciarmi attraversare da tutto ciò che trovo stimolante e sincero. Non ho un genere di riferimento: esiste solo la musica sincera. Se vuoi essere esaustivo in ciò che dici, devi vestirlo del suono giusto, e il messaggio allora assume più forza. Ho tantissime influenze: dal metal al rap, alla world music. Se cerco qualcosa di spirituale vado verso la musica etnica o gruppi come i Tool. Se ho bisogno di protesta sociale, ascolto 99 Posse, System of a Down, De André.
Non ho mai voluto ripetermi. E oggi più che mai mi rendo conto che quando provo a fare compromessi il risultato non è mai il migliore. La sincerità, invece, ti dà sempre ragione.

Il successo di “Le Range Fellon”: cosa ha significato per te? Com’è cambiato il pubblico?

Mi ha dato tanto. Forse l’unica cosa che mi ha tolto è che molti conoscono il Range Fellone ma non Tartaglia. Da lì la mia missione è far conoscere anche tutto il resto.
L’evoluzione di quella canzone non si è mai fermata: è nata in freestyle, l’abbiamo registrata in studio con Daniele Sepe e ancora oggi, dal vivo, cambia di continuo. Nel 50% dei casi la modifico, diventa qualcos’altro. È diversa da quella registrata dieci anni fa.
Io sono un fan del Range Fellone. È un linguaggio che mi permette di mantenere ironia e spontaneità, e raggiungere un pubblico più vasto rispetto ai brani più seri.
E poi ormai è arriva dappertutto: libri, fumettisti, persone che la citano. Ha fatto un percorso tutto suo che mi rende orgoglioso.

Foto di Marco Carotenuto

Il nuovo album “Dove voglio stare”: come nasce e cosa rappresenta?

Il primo album l’avevo in cantiere da anni: travagliato, autoprodotto, lentissimo da portare a termine. Il secondo era quasi già pronto quando è uscito il primo.
Questo nuovo disco ha avuto una gestazione più lunga: ho avuto bisogno di accumulare. L’album sarebbe dovuto uscire almeno due anni prima, poi abbiamo vinto il bando SIAE e il percorso si è dilatato.
Nasce da un’esigenza: ero bloccato nella ricerca di una “chiave perfetta”, dell’idea del pezzo famoso ma alla fine ho abbandonato quella logica. Il processo è sempre lo stesso alla fine: cercare la verità in musica. Quando scrivo provo a creare il mood che vorrei ascoltare ma non trovo in giro.
Si chiama Dove voglio stare perché è sia una domanda che una risposta: voglio stare lì dove voglio stare?!

Quanto la tua musica è uno strumento di impegno sociale e culturale?

La critica sociale è molto presente ma non è un’intenzione programmata, semplicemente fa parte di me. Nel mio piccolo cerco di essere coerente anche se non credo sia nemmeno auspicabile essere coerenti al 100%. Sono una persona empatica, entro in empatia con ciò che mi circonda.
Nell’ultimo album c’è Le Pale Eoliche: nasce dall’idea di generare energia dal giramento di palle. In quella canzone dico: “Non è possibile, è inconcepibile che sia una sfortuna essere sensibile”.
Questa è la mia visione dell’arte. Se non sublimi l’empatia può diventare pericolosa; se resta bloccata dentro può sfociare in patologie, o in qualcosa di brutto, scelte sbagliate.
L’arte serve anche a mantenere la sanità mentale canalizzando le sensazioni, in un mondo che spesso le incanala altrove.
A volte ho pensato che se non avessi fatto il musicista avrei fatto il terrorista.