Lo Scommento ad Autoreverse. Successo per l’incontro ScrivEremo con Forlani al Tequila di Caserta

CASERTA – Grande successo per la presentazione concerto dell’ultimo libro di Francesco Forlani organizzata da ScrivEremo con il Tequila Public House a Caserta sabato 17.

Oltre cento persone hanno affollato le sale del tipico pub casertano, uno dei più accorsati e innovativi della provincia sabato pomeriggio. La presentazione concerto si è avvalsa della collaborazione musicale dei Ringe Ringe Raja e delle introduzioni degli scrittori Paolo Mastroianni e Gianni Campi, oltre che della moderazione animazione del giornalista Luigi Ferraiuolo, curatore di ScrivEremo, travolto – ma ha resistito bene – dal ciclone Effe Effe Forlani.

Pubblichiamo lo scommento di Gianni Campi:

Scommento

Invitato da francesco forlani, autore d’autoreverse – ma che strana questa assonanza! quasi una eco d’una perenta perentoria tautologia che s’allontana ripetendosi vicina, ma che poi si riavvicina chiamandosene lontana… – e vo-
gliate perdonare questa subitanea digressione, – dicevo che, invitato a scrivere un commento su d’esso romanzo, eccomi en train d’etre en train, appunto “in treno, [là dove] è gradevole raccontarsi una storia”, sebbene sia da precisare
che per me, come per il narratore che pronunzia queste virgolette, ( il manganelli dell’encomio del tiranno, e capirete bene tutti per ché abbia scelto codesto testo come aiuto nel buttare giù questo pezzo – ma qual risibile espressione è il buttar giù un pezzo!), e le precedenti, e le seguenti, “le storie sono ipnagogiche: conciliano il sonno”; e dunque questo voyage au bord du train non è altro che una testimonianza d’un deambulare in sonno, o, per dirlo con una sola parola, d’un sonnambulare. Mi perdonerete per ciò facilmente noie e sbadigli e quant’altro s’accompagni a queste false righe.

Ora, come le storie conciliano il sonno, così questo, aprendo le porte del suo regno fatto com’è fatto di ombre e di notte, conduce al sogno; ebbene, ognun di noi certo sapendo che “i sogni sono spesso slegati, imprecisi, vagabondi,
dislessici”, sarà proprio questa tetra valenza a farmi da guida allo scommento amorfo logico del romanzo in questione: un precipitato chimico composto e scomposto in un precipitare alchemico.

Intanto, non posso fare a meno d’un mio atavico vizio, che è quello d’erompere per entrare ben bene all’interno del rompersi delle parole, e di corromperle per altere ricomporne, come di alterne estetiche esteriori d’entragne da accarnarsi
nello scarnito scarnificarsi della prosa: il nostro intitola il suo libello, così mi confessa di chiamarlo, autoreverse, che, a mio miope modo di vedere, può essere interpretato come un tornare indietro per andare avanti, la qual cosa dicevo
appunto da subito digredendo, o viceversa: l’autore si riversa per ire verso – e tralascio di dire come il per ire possa ben essere mal inteso.

– Con ciò sia cosa che vien da chiedersi se sia un andare verso il ritorno o vero un ritornare verso l’andata, ferma restando l’ipotesi del treno. A me piace pensare che vada incontro ad un se stesso mitobiografico, e tracce ve ne sono a conferma di questa ipotesi, intanto la scelta dei nomi dei personaggi, anche quelli minori, anche quelli affatto minimi, e ripenso per ciò volentieri alla più bella del reame ‘elide spacciante’ – qual nome avrebbe potuto meglio identificarsi con l’alterità, o
peggio alterarsi con l’identità! -, o alla coinquilina ‘annamaria granatello’, o alla fantomatica ‘concetta mobili’, fantasma d’una realtà del luogo irreale, ma di tutto ciò non amo parlarne. Cosa che invece amo dire è che l’autore verse: si poeticizza e attraverso il verso e attraverso il riverso del farsi il verso autoreferenziale; e ambedue gli attraversamenti sono per delle soglie ulteriori. D’altronde, per coloro che ancora non abbiano avuto la fortuna di trovarsi di tra le mani materialmente il libro, ma che però non abbiano nemmanco la debolezza del voler vedere e sapere a tutti i costi ‘come va a finire’, – a quest’ultimi con-siglierei vivamente di saltare questo passo in quanto che verrà citato appunto il finale, – dico che al centro della copertina vi è un vuoto, un foro, un buco, da cui s’intravede però la pagina ulteriore, occupata d’un telefono d’altri tempi, quello fatto con i buchi, i fori, i vuoti, da riempire a loro volta con il diteggiare follemente ragionevole, e ragionevolmente folle, che componga e ricomponga un numero, anzi, il numero, il numero dei numeri tutti.

E questo numero, cui è lecito l’illecito, attendeva, proprio come d’un messaggio di si sa chi, solo e soltanto qualcuno ad attenderlo, per di nuovo comporlo e ricomporlo d’antico – e ancora attende, e sempre attenderà. – “Ti aspettavo” dunque: questa è la chiusa emblematica, a supporto della copertina perforata. Quel qualcuno è l’autore che si versa, e si sa chi è la letteratura, questa femme fatale, questa maitresse delle puttane che son le parole, per dirla alla auden, o questa gran madre, e matrigna.

Naturalmente, – ma vedete come si giustappongono senza giustizia le parole, – naturalmente v’è dell’altro nel mezzo, ci sono i protagonisti e i deuteragonisti, ci son le storie che s’intrecciano in un garbuglio che non poteva non prevedere il giallo con tanto di gioielli e refurtiva e inchiesta, quasi un tributo al pasticcio del pasticciaccio, e si sa quanto il ruolo della madre è esplicato implicitamente in gadda, ma a proposito dell’inchiesta mi piace ricordare qualcos’altro dell’avantesto: non ricordo più dove, ma mi sembra che l’autore abbia affermato che il senso dell’opera, e non so bene come un autore, chi che sia, possa capire il senso della propria opera, non era l’enquete sibbene la recherche.

Ora, quale che sia la ricerca, detta in francese non può che assumere un senso altero, che si altera e adultera infantilmente, per dirla con un gioco di parole ossimorico a creare una vertigine immobile: la discesa è d’altra parte un salire, sì come la
salita d’altra parte è una discesa; il ritorno è d’altro verso un andare, sì come l’andata d’altro verso è un venire. Le stazioni che il treno, raccontandoci storie infinite, raggiunge ad ogni lato b della narrazione, da parigi a torino a veneria a milano, non sono luoghi reali, ma topos e topoi, non luoghi letterali, ma luoghi letterari, dunque nonluoghi per eccellenza, e va da sé che alcuni di essi vengan letteralmente taciuti, non detti, elusi e – per dirla con un verbo che richiami il nome d’un personaggio minore in una eco implicita – elisi.

Si sa che i campi elisi – e qui c’è un gioco sottile che potrebbe esponenziare troppo il mio dire – non possono non sottintendere un incontro con i propri padri, guidati che si sia dalla sibilla, e dunque ecco una dopo l’altra le loro voci parlare, potrei citarne alla rinfusa qualcuno, ma mi limiterò a quello che più mi è caro, l’ariosto, che più si confa a questo mio trasognato sognare, appena qualche pagina dopo il catalogo – che è ancora un andare verse, e ritornarvi – delle possibilità di dire appunto le stesse voci, possibilità che terminano con tre punti di sospensione a seguire l’impossibile caverneuse… il limen della quale è là, ad attenderci.