RIFLESSIONE / Venerdì Santo, «Ecco tuo figlio» (Gv 19,26) La passione di Gesù e l’apatia del mondo

MADDALONI (Caserta) – Venerdì 18 aprile 2014 si rinnova per le strade di Maddaloni la secolare processione del Cristo Morto e dell’Addolorata. E’ bello prepararsi a questo evento con qualche meditazione.

 

La passione di Gesù rivela l’amore di Dio per noi e ci mette in guardia da un grande pericolo: l’apatia. Credo che il male del nostro tempo sia l’indifferenza verso il dolore degli altri, l’incapacità di curare le ferite del prossimo. Sulla croce, prima di emettere l’ultimo respiro, Gesù consegna alla Madre il discepolo che più si sentiva amato, Giovanni. «Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco il tuo figlio!”». È questo il tema che guiderà, per il prossimo Venerdì Santo, l’antica e commossa processione di Gesù morto e della sua Madre addolorata per le strade e i viottoli di Maddaloni. Cammineremo e pregheremo nella speranza di aprirci al dolore degli altri e di imparare, sull’esempio di Gesù e di Maria, a chinarci sulle sofferenze dei poveri e degli emarginati, di coloro che sono esclusi da ogni conforto. Anche san Francesco piangeva al solo pensiero che l’Amore – il Cristo crocifisso e risorto – non fosse amato abbastanza dai suoi discepoli.

Quanto più si ama tanto più ci si apre alla felicità e al dolore. Chi ama si rende, dunque, vulnerabile, si espone alle lesioni e ai disinganni. Noi sperimentiamo la vita e la morte nell’amore. È la dialettica del vivere umano: noi viviamo perché e in quanto amiamo, soffriamo e moriamo perché e in quanto amiamo. Un Dio che non soffre e non ama è un Dio povero perché non può né amare né soffrire! Se è vero che la morte è rivelazione di sé, di quello che siamo, la morte di Gesù rivela il suo essere amore, il suo essere figlio, prima ancora del suo essere per gli altri. Sulla croce, Cristo si rivela come l’Agnello di Dio e non come il Signore glorioso della parusìa. Il Cristo crocifisso non propone altro che l’avvento di Dio. Egli sembra dirci che chi può venirci in aiuto è soltanto il Dio sofferente.

Il Cristo che muore per noi non è soltanto il nostro compagno di viaggio, ma il Figlio di Dio che muore in croce. Il suo essere per gli altri ha radici nel suo essere Figlio. La divinità di Dio si svela nel paradosso della croce. Dio ha tanto amato il mondo da sacrificare il suo figlio unigenito (cf. Gv 3,16). Il Crocifisso si è reso fratello delle persone abbandonate, disprezzate, emarginate, oppresse. La croce, allora, è il segno della solidarietà di Dio con gli ultimi. Il dolore di Cristo è il dolore di Dio e porta anche i dolori del mondo. La croce di Gesù ci dice che Dio  si rivela nel suo contrario: non a partire dalla gloria, ma dal dolore del Figlio, dalla kenosis. Il dolore di Gesù in croce ci dice che la sua forza non sta nell’amore amicale per il simile e il bello, bensì nell’amore che si dona per l’altro (agape). Il dolore di Gesù ci dice che è esistito soltanto un cristiano: il Figlio di Dio sulla croce. La nostra fede prende inizio dalla croce del Figlio, dalla nuda realtà di quel legno.

La nostra fede prende incomincia proprio colà dove gli atei ritengono che essa sia giunta alla fine. La croce di Gesù bandisce ogni immagine di giustizia umana e ogni nostra raffigurazione di Dio. La fede nella croce è il segno della contraddizione di Dio. Ogni fede che pretenda di essere cristiana dovrà fare i conti con il grido di Gesù lanciato dalla croce. Anche Maria si è interrogata sulle parole del Figlio: Perché mi hai abbandonato? Maria apprende, un po’ alla volta, che la morte di Gesù è una delle auto-affermazione di Dio. Al centro della nostra fede vi è la risurrezione del Crocifisso che qualifica la sua morte come morte avvenuta per noi, e la croce del Risorto che rivela e rende accessibile ai morenti la sua risurrezione dai morti. L’incarnazione del Figlio di Dio si orienta alla croce e si completa con la risurrezione.

La nostra fede deve riflettere con serietà sul fatto che Dio stesso, nel Figlio, entra realmente nella sfera della sofferenza, pur essendo e rimanendo Dio. La morte di Gesù non può essere compresa come morte di Dio, ma soltanto come morte in Dio. Nell’avvenimento della croce diventano manifeste le relazioni che stringono Gesù, il Figlio, al Padre. Dalla croce comprendiamo anche l’azione dello Spirito su Gesù. Il dolore di Gesù ci dice, allora, che Dio può patire e morire per amore nostro. Il dolore di Gesù sulla croce ci rivela che il nostro è un Dio crocifisso. Il grido di Gesù rivela che Dio non è incapace di soffrire per amore, per suo stesso dono. Se Dio fosse incapace di soffrire, sarebbe anche incapace di amare.

Chi è capace di amare è anche capace di soffrire per amore, per il dono di sé. La natura umana di Gesù, nella sua persona divina, diventa esistenza concreta del Crocifisso. Cristo, il Figlio di Dio, patì e morì e le qualità umane del soffrire e del morire vanno predicate dell’intera persona di Gesù Cristo che è il Verbo. Cristo e il Verbo coincidono non soltanto nella rivelazione, ma anche nell’essere. Colui che il mondo non poteva contenere giace nel grembo di Maria. La persona di Cristo è determinata dalla persona del Verbo.

Maria riconosce il suo figlio Gesù come colui che è consegnato dal Padre alla morte. Gesù soffre l’agonia dell’abbandono e Maria partecipa di questo dolore. Consegnando il Figlio si consegna anche il Padre. Il Padre che l’abbandona e lo consegna soffre la morte del Figlio nel dolore senza fine dell’amore. Il Figlio soffre l’agonia, il Padre soffre la morte del Figlio. Il dolore del Padre è della stessa intensità della sofferenza sperimentata dal Figlio morente. La mancanza del Padre, che il Figlio prova, risponde alla mancanza del Figlio che il Padre sente.

Sulla croce, il Padre e il Figlio sono separati nel modo più profondo nell’abbandono e, nel medesimo tempo, uniti nel modo più intimo nella consegna. Lo Spirito è questo spazio-relazione – abbandono nella comunione – che lega Padre e Figlio. La forma del Crocifisso è la Trinità. Dio è amore incondizionato perché assume su di sé il dolore del mondo nel dolore del Figlio. Maria, guardando al figlio suo crocifisso, comprende che Dio non vive solo nell’aldilà, ma è anche nell’aldiquà. Non è soltanto Dio, ma anche uomo. Maria comprende che la morte del Figlio è rivelazione del Padre. Ella comprende anche che la persona che non sa amare non è neanche capace di soffrire. Chi non ama è insensibile al dolore altrui, alle sofferenze del mondo.

Il Cristo crocifisso sembra dirci pure  che la forza del male è nella violenza e che la sua debolezza sta nell’ingiustizia. Invece, la forza del bene è nella pace e la sua debolezza o potere è l’amore di sé come dono.