Quella paura di innamorarsi

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Quella paura di innamorarsi.

 13 paurainnamorarsi 14.03.2014 

 

                Quando si parla d’amore, di relazioni, ben pochi sarebbero disposti ad allontanarsi dall’idea dell’innamoramento così come normalmente inteso, delle «farfalle nello stomaco». Anzi, probabilmente, nessuno sarebbe disposto a slegare il concetto di «amore», di «ricerca dell’amore» da una rincorsa alle farfalle nello stomaco, da una condizione di relazione totalizzante, nata sulla scia delle emozioni e del trasporto. Eppure, c’è una certa differenza tra amore e sentimento. La stessa che passa tra l’amare e l’essere innamorati.

                «Io dove sono?». È una domanda che – ci scommetto – pochi si fanno sinceramente rispetto all’amore. Tanto meno quando si è innamorati. «Io dove sono?» è una domanda lucida, riflessiva, implosiva, che fa i conti con noi stessi e non con l’altro, con l’oggetto delle nostre attenzioni, del nostro «principio d’amore». Eppure è una domanda che dovremmo imparare a farci. A farci sempre. Perché, in fondo, «io dove sono?» è una domanda da amore nel dubbio, da amore in via di definizione, amore prima dell’amore (spesso da chi deve decidere emettendo il fatidico «sì» o «no») ma anche da amore maturo, in via di solidificazione.

Capire la propria posizione in una relazione non è mai secondario. Implica tutta una serie di premesse che non dovremmo sottovalutare. Capire dove si è, cosa si vuole, cosa si sente è tremendamente importante. Ma, parlando di innamoramento, è, direi, vitale. È la domanda che sta nel nucleo di chi propone amore e di chi, contemporaneamente, è pronto a riceverlo. Se è pronto a riceverlo… o se preferisce un «non è il momento».

C’è chi si innamora sempre e chi non si innamora mai. C’è chi è sempre pronto a dare amore… e chi sembra non lo sia mai. C’è chi vive in misura di un amore che prima o poi arriverà, chi ti risponde al «come stai?» con un «bene… ma se avessi una ragazza (o un ragazzo) starei meglio». Il che equivale, un po’, a dire: «colleziono francobolli, ma se avessi un “pezzo unico” sarei più felice». Insomma, un discorso di presenza (anche possesso, oserei dire) più che di sentimento. Spesso è un ragionamento da chi, strenuamente, rincorre amori su amori, passioni su passioni, di chi si strugge… e non riesce. È il discorso di chi saltella e, in fondo, non si è innamorato mai. Non vorrei essere cattivo ma, questo, è il discorso di chi, dopotutto, non ama sé stesso. Sembra uno scherzo ma, per innamorarsi e per amare (che non vuol dire stare con qualcuno o vivere una relazione), non puoi non passare per l’amore per te stesso.

Ricordo di essermi confrontato, una volta, con una ragazza che aveva accettato le attenzione del suo attuale fidanzato perché si vedeva che lui era una persona che si voleva bene, che coltivava una vita felice e senza pretese e che, se era capace di tanto, sarebbe stato tanto capace di voler veramente bene anche a lei. È un esempio che ho sempre tenuto in mente, sia quando mi sono confrontato con situazioni difficili, che quando il confronto era con un cuore titubante, indeciso su un amore dichiarato. Può sembrare una condizione secondaria, quella del volersi bene, magari non ce lo si dice, non si fa un ragionamento così diretto come quello che ho ascoltato, ma, in effetti, non è secondario affatto. Una persona che si presenta bene o che, comunque, ha un suo vivere appassionato ma solido è, solitamente, anche una persona interessante.

Mi sono sempre chiesto come fosse cambiata la mia vita se mi fossi amato di più. È una domanda di quelle da un milione di euro. Probabilmente avrei affrontato qualche insicurezza con maggiore forza, maggiore grinta, maggior volontà. Probabilmente non mi sarei fermato a quella difficoltà oppure, al contrario, avrei lasciato correre ciò che importante non era. Se mi fossi amato di più, probabilmente avrei trovato una mia definizione migliore, una mia posizione migliore, avrei saputo fissare dei «paletti» migliori nei miei confronti. Sarei stato più «atto» che «potenza»… ed avrei vissuto meglio la mia vita fino in fondo. E non credo di essere l’unico a farsi un ragionamento del genere.

Il tutto sta in una scommessa di fiducia. Chi ha paura di innamorarsi, ha paura di perdere la scommessa. Non nell’altro… ma in sé stesso. Chi si spaventa è chi sta bene con l’altra persona, probabilmente con cui condivide già un principio di rapporto, un «ci sentiamo, stiamo bene, ma non stiamo insieme». La paura nasce quando, a quella staticità, si accosta un sentimento, una emozione più grande e più bella. A quel punto, il problema non è l’altro, ma sono io. Ho paura di innamorarmi perché ho paura di mettermi da parte, ho paura di rinunciare, di accantonare i miei sogni, di non realizzarmi. Ho paura di non avere più forza per inseguire le mie aspirazioni, paura di dare tutto per amore.

Amare, siamo sinceri, non è dare tutto. Nel senso dare «tutto, tutto, tutto… e ancora tutto». Se do tempo all’amore, allora do tempo a me stesso. Se amo, allora devo saper amare, devo dare tempo alla cura dell’amore, alla cura dell’altro. E questo non può prescindere dalla cura per me, dalla mia presenza, forte e costante, dal mio vivere il rapporto. Amare non è un discorso di «fare spazio» – come molti lo intendono, vedendolo scontarsi con il proprio mondo – ma un discorso di «dare spazio». Io mi presento ed amo per quello che sono, con i miei sogni ed i miei progetti, con i miei pregi e gli irrinunciabili difetti. E, col mio mondo, l’amore deve fare i conti attraverso una valutazione sostanziale, che non dovrebbe nascere da considerazioni a posteriori. Dovremmo imparare a vivere, sempre, anche quando siamo da soli, una vita in cui c’è già un posto giusto per l’amore.