Riceviamo e volentieri pubblichiamo una recensione del film “Gomorra” da Sandro Tartaglione, animatore culturale casertano. Ovviamente lo titoliamo secondo il nostro stile.
CASERTA – Quando piano piano la sala 9 del Cinepolis di Marcianise si cominciava a riempire ho pensato: chissà come reagiranno le persone a questo film?
Era da tempo che non vedevo una sala piena di lunedì. Le premesse c’erano tutte visto che il film “Gomorra†di Matteo Garrone trae ispirazione dal noto best seller dello scrittore Roberto Saviano che ha venduto più di un milione di copie. La curiosità , però, era anche un’altra: saprà il film trasmettere lo smarrimento ed il terrore che il libro evoca dalle sue pagine?
A questa seconda domanda la risposta è stata affermativa. Conoscevo Garrone dal film “L’imbalsamatoreâ€, e mi era piaciuta la capacità di trasmettere la perdizione del sottoproletariato urbano. Anche in questo film ho ritrovato quelle sensazioni. Gli attori, quasi tutti esordienti, erano persone vere che recitavano la parte della loro vita, quella vera. Sono veri gli aspiranti adolescenti killer, veri i ragazzi delle Vele di Secondigliano, veri i lerci camorristi dei Mazzoni.
Gli unici attori professionisti, Toni Servillo e Gianfelice Imparato, interpretano magistralmente il loro ruolo. Stucchevole la rappresentazione che Servillo dà del suo personaggio. Un trafficante di rifiuti tossici senza scrupoli di cui il ragazzo che rappresenta l’anima del riscatto del Sud, di Napoli, della Campania, dà una descrizione efficace: “Per salvare il lavoro di una famiglia di Venezia, ne distruggi una a Mondragoneâ€.
Quello che non sono riuscito a comprendere è come fosse possibile ridere del terrore che transumava dal film. Il pubblico, infatti, rideva di alcuni personaggi senza compredere la tragedia che si stava consumando davanti ai loro occhi. Alcuni personaggi facevano delle battute, anche comiche, ma che nel contesto della storia assumevano un significato assolutamente drammatico.
Forse il pubblico cercava disperatamente una via di fuga da quella tragedia quotidiana raccontata dal film che sembra lontana e che, invece, è così assurdamente vincina a noi. E se la crudeltà di alcune scene potrebbe portare a pensare che si tratti in realtà di finzione cinematografica, il dubbio svanisce quando il Servillo trafficante dice all’industriale veneto che i rifiuti tossici andranno nelle discariche di Marcianise. Lì il pubblico capisce che non c’è via di scampo perchè si sta parlando proprio di loro ed infatti ammutolisce.
Il film potrebbe finire così come è cominciato: la violenza di un’esecuzione camorristica con il sottofondo di una “romantica†canzone neomelodica. Il contrasto che Garrone riesce a creare è lampante: non c’è niente da cantare quando si uccide. Un contrasto che dà fastidio. Forse il regista e gli sceneggiatori hanno voluto trasmettere un monito ben preciso: questa assurda contraddizione di un popolo che canta invece di indignarsi per quel che accade è fuori luogo e fuori dal tempo.
