Antonio Rezza: la poetica di Metadietro. Quando l’arte non scende a patti

Foto di Giulio Mazzi

ROMA – Era il 2010, avevo diciannove anni e su La7 Daria Bignardi conduceva Le invasioni barbariche. Ricordo che fu una sorta di epifania, anche se all’epoca non avrei saputo chiamarla così. Per la prima volta vedevo in televisione qualcuno che diceva esattamente quello che pensava, senza mediazioni di circostanza. C’era un’anarchia nel look, nel modo di rispondere alle domande, nella postura, nel rifiuto di farsi disciplinare dai convenevoli. Eppure, al tempo stesso, manteneva un’eleganza principesca che gli conferiva l’aura potente di chi possiede una disciplina propria. Dopo quella visione qualcosa in me cambiò. Fu come se quella sera Antonio Rezza mi avesse avvicinato un po’ di più a me stesso, a un’idea di libertà possibile, praticabile, incarnata. Un mio amico una volta mi disse che le voci autentiche vanno ascoltate sempre e a prescindere. Concordo.

Un ringraziamento speciale a Leonardo Carrano: senza di lui sarebbe stato molto più complicato realizzare questa intervista.

Antonio, che cos’è per te la poesia e che rapporto hai con essa?

In questo spettacolo (Metadietro), forse più che in altri, siamo riusciti a dare un senso poetico all’opera. La presenza di Daniele (n.d.r. Daniele Cavaioli), con la sua energia involontaria, produce poesia. Non credo che la poesia sia necessaria a un organismo sano. Leggo pochissimo, ho un rapporto quasi di repulsione con la lettura. Mi emoziono leggendo, questo tipo di emozione mi dà un’agitazione che mi allontana dalla lettura.

Foto di Annalisa Gonnella, Metadietro, spettacolo di Antonio Rezza e Flavia Mastrella

In Metadietro dialoghi molto con l’altro personaggio interpretato da Daniele Cavaioli. Quali sono le differenze tra uno spettacolo in cui sei solo e uno in cui condividi il palco?

Daniele è stato accidentale. Nello spettacolo precedente era diluito insieme ad altre presenze; qui in realtà volevo stare da solo, ma lui ha aperto derive inaspettate. La sua irregolarità, la sua disconnessione dalla realtà, suggeriscono che se uno rinuncia a essere autore può andare incontro a sorprese piacevoli, può sfruttare l’imprevisto. Insieme a Massimo Camilli, che partecipa alla fase gestazionale, e a Flavia (n.d.r. Flavia Mastrella), abbiamo scoperto un’invasione reciproca di competenze. Daniele ci ha stupito.
Noi non abbiamo niente da comunicare se non quello che facciamo. Non c’è la necessità di dire qualcosa: chi guarda vede ciò che vuole. Un’opera deve essere fraintesa. In fondo non esiste un’opera: lavoriamo per noi stessi e per gli altri.

Nel rapporto storico con Flavia Mastrella quanto è funzionale il conflitto rispetto all’armonia per produrre lavori che soddisfano le vostre esigenze creative?

Il conflitto c’è sempre e deve esserci. Pensare allo stesso modo non è un arricchimento. A teatro lavoriamo in modo individuale, poi uniamo le coscienze critiche per capire cosa aggiungere o togliere. Il conflitto è basilare per ogni relazione che non voglia accovacciarsi su sé stessa.

Flavia Mastrella e Antonio Rezza, foto di Giulio Mazzi

La tua maschera artistica è sempre stata coerente. Hai mai pensato di fare altro, cinema convenzionale o farti dirigere da altri?

No, perché se hai tante idee pensi alle tue. Mi chiamano spesso, ma accetto quasi mai. Non mi piace il cinema, non mi piace la recitazione, non mi sento un attore. C’è una grande finzione nella rappresentazione. Non ho mai pensato di cambiare traiettoria: è inutile seguire quella degli altri quando puoi disegnare la tua. Concentrarsi su sé stessi permette di fare ciò che si vuole senza essere assistiti dallo Stato o da un privato. Sarebbe un delitto distrarsi.

Fare arte indipendente è una forma di resistenza o l’impossibilità di fare altrimenti?

Resistenza a cosa? Se uno si accorge di fare le cose bene, non si pone il problema. Se David Lynch mi avesse chiamato sarei andato. O Anche Franco Maresco, dipende chi ti chiama.
Non credo nel cinema narrativo, non credo nella persuasione. Se uno si occupa tutto il giorno di quello che fa, non si pone certe domande. Potrei essere un attore formidabile se mi chiedessero di fare Michelangelo avendo carta bianca, da protagonista. Ho detto no a una serie televisiva. Non si accettano le cose per soldi.

“Il Cristo in gola”, film di Antonio Rezza

C’è qualcosa che oggi ti fa paura, fuori dal palco?

Mi dispiacerebbe se l’Europa, che considero uno dei continenti da cui scappare, entrasse in un conflitto capace di cancellare tutto. Mi piacerebbe farmi altri vent’anni di divertimento con la padronanza dei mezzi che ho oggi. Il fatto che guerre che non interessano a nessuno possano intaccare l’arte mi disturba e nel mondo ce ne sono cinquantadue attive in questo momento. Mi fa paura soprattutto questo pressapochismo progressista che permette a una destra radicale di innalzarsi a giustizia. La colpa non è di chi comanda, ma di chi permette agli altri di comandare.

Cos’è che oggi fa ridere il pubblico?

Se vedo certi film di pseudocomici mi annoio. Per me finisce con noi, con Bergonzoni, con Franco Maresco. Non mi fa ridere quasi nulla. Trovo ridicolo che film brutti possano incassare così tanto: è una segregazione dei cervelli. La comicità è cattiveria, è perfida, è figlia del diavolo. Trovo sublime Jodorowsky, l’ironia che pervade le sue opere, Lynch, Fellini. Ma sono tutti morti. In Italia la comicità è legata molto alla lingua. Noi ci facciamo il culo fisicamente, mettiamo tutto sul piatto: dispendio fisico e mentale. Vedo un’assenza di disperazione.

Cosa diresti a chi ti guarda come fonte di ispirazione?

Di non cedere a nessun compromesso. Di essere sprovvisti di protezioni, di lavorare senza committenti e per sé stessi. E di capire il prima possibile se hanno talento oppure no.

“Fotofinish”, spettacolo di Flavia Mastrella e Antonio Rezza. Foto di Flavia Tartaglia

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