Riccardo Ciccarelli, dentro e fuori Gomorra: «Essere attore oggi vuol dire restare umani»

Riccardo Ciccarelli è uno di quegli attori che portano sul volto i luoghi da cui provengono. Quando comparve in Gomorra – La serie, bastò una puntata per farsi ricordare. Il suo Nicola non era uno dei protagonisti, ma aveva dentro una gamma di sfumature che resero quel personaggio indimenticabile: lo sguardo, il dolore trattenuto, una dolcezza che non ti aspetti da chi bazzica gli ambienti criminali.

Da allora, Riccardo ha continuato a muoversi tra teatro e cinema con la stessa passione con cui recitò quel personaggio, senza mai separare l’arte dalla vita. In questa intervista ci parla di poesia, di recitazione, di ciò che resta dopo il successo e di quanto sia importante – oggi più che mai – non perdere il senso profondo del mestiere d’attore.

Che rapporto hai con la poesia, dentro o fuori dal testo teatrale?

Ho sempre avuto un rapporto molto sonoro con la poesia. Mi capitò da ragazzino, quando facevo musical, di scoprire Di Giacomo. Da lì ho capito che esistono poesie napoletane nel senso più profondo del termine, dove suono e parola coincidono.
La cosa straordinaria della poesia è che ti resta dentro: la memorizzi senza accorgertene e a distanza di anni, riaffiora. Quando ho iniziato a metterla in scena – da Viviani a Borrelli – avevo vent’anni, e lì è nato davvero il mio amore per la poesia, anche per quella che musicalmente è diversa dalla nostra, italiana o inglese. Ho vissuto per un po’ a Londra, quindi mastico un po’ l’inglese. Mi rendo conto di quanto la poesia riesca a racchiudere in un solo verso un mondo intero di emozioni, immagini e ricordi. Non lo vivo come un rapporto “consumistico”: la poesia ti porta via, ti trascina. E io ne sento ancora tutta la forza.

Foto di Tommaso La Pera, scena tratta dal Ferdinando di Annibale Ruccello

In Gomorra – La serie hai dato vita a un personaggio complesso, amato e sofferto. Cosa ti ha dato e cosa ti ha lasciato Nicola?

Gomorra mi ha dato la possibilità di canalizzare il mio vissuto. Le puntate cinque e sei della quarta stagione sono state girate nel mio quartiere: per me è stato un ritorno a casa, ma anche una ferita. Sono cresciuto in una zona in cui “ci vuole la ciorta a nascere”, come dico spesso. Bastano duecento metri di differenza e la tua vita cambia completamente.
Io ho avuto la fortuna di poter uscire da Napoli grazie al teatro, di conoscere l’Italia, di vivere quella realtà attraverso il mio sguardo artistico. In quelle puntate ho sentito la responsabilità non tanto di raccontare la criminalità, ma la miseria. La camorra poggia sulla miseria, sulla solitudine, sull’abbandono.
Stare nelle Vele per notti intere, vedere bambini di quattro, otto anni per strada alle tre del mattino senza nessuno che si prenda cura di loro… quelle cose non te le scordi. Ci sono state notti in cui non ho dormito. Quando vivi tutto questo sulla tua pelle, il punto non è più il tema sociale ma la ferita che ti porti, e che resta aperta anche adesso, mentre parlo con te.

Come hai vissuto l’impatto del successo dopo una serie così popolare? Ti ha più aperto o chiuso le porte lavorativamente parlando?

È stato entrambe le cose. Io ho bisogno di sentirmi “compromesso” per rappresentare qualcosa. Nel cinema spesso si tende a scegliere attori vicini al personaggio, ma io non sono solo “quella roba lì”. Se credi che io sia solo quello, e ti convinco, ho già vinto.
Per il teatro, invece, Gomorra è stata una vetrina: mi ha permesso di portare più persone a vedere gli spettacoli, di incontrare produttori, di far conoscere la mia ricerca artistica.
La cosa che mi spiazza è quando gli addetti ai lavori mi dicono “sei diverso da come ti immaginavo”. Che lo dicano persone del pubblico lo capisco, ma se me lo dice chi lavora in questo settore, vuol dire che ci si ferma più all’immagine, alla parte superficiale che non al lavoro.

 Ti senti più a casa sul palco o davanti alla macchina da presa?

Sicuramente a teatro. È la mia casa, il mio terreno naturale. Ma ti dico che nel cinema ho sperimentato una libertà diversa: puoi perderti dentro la scena, lasciarti andare completamente, mentre a teatro devi tener sempre conto del ritmo, della voce, del pubblico che ha pagato un biglietto per vederti.
Mi è capitato di fare spettacoli di due ore e venti stando sempre in scena, e poi take di cinque minuti al cinema in cui ero completamente altrove, in una dimensione quasi onirica.
Quando ho girato Gomorra con Marco D’Amore mi sono affidato completamente a lui, e questo mi ha permesso di vivermi appieno l’esperienza del personaggio. È stato come sognare a occhi aperti, e quella libertà mi ha insegnato molte cose sul mio lavoro.

Foto di Gianni Fiorito, sul set di Gomorra – La serie

Molti attori oggi si raccontano sui social. Tu sembri andare nella direzione opposta, verso un pudore artistico. È una forma di resistenza?

Sì, credo di sì. In parte è legato al mio carattere, ma è anche una scelta precisa. Vengo da una famiglia in cui l’arte era vissuta in modo serio: mio nonno mi ha trasmesso l’amore per la musica e per il cinema. Non sono mai stato uno che ama stare al centro dell’attenzione – so che può sembrare un paradosso – ma in realtà a me piace fare l’attore perché mi piace comunicare con le persone. Fare l’attore, per me, significa raccontare storie che possano incidere anche solo un pezzetto sul mondo. Nel mio profilo non c’è nulla della mia vita privata: non ho interesse a costruire un’immagine sui social. Penso che la forza di un attore stia proprio nel mistero, nel non sapere niente di lui. Il rischio è che, nel momento in cui ti apri completamente, la magia finisca. Credo che i social siano molto utili a promuovere incontri reali, spettacoli, eventi dal vivo. L’attore non lavora sull’immagine, lavora sull’anima, sulla tecnica. È una nostra responsabilità generazionale far passare questo concetto.

Oggi, in un panorama dominato da amichettismo e algoritmi, cosa significa per te essere un attore? Possono ancora salvare la parola e la presenza?

Io non punto su amichettismi né su algoritmi. Sono cose troppo labili: oggi sei in alto, domani cambia il vento e magari sparisci. La fortuna va costruita giorno per giorno.
Gomorra mi ha dato tanto, ma mi ha anche chiuso alcune porte, come normale che sia per chi fa il nostro mestiere. Io continuo a studiare, leggere, restare curioso. Voglio arrivare pronto quando arriva l’occasione giusta.
Ho fatto quindici anni di teatro senza grossi clamori, poi una puntata in tv ha la forza di cambiare tutto, anche il modo in cui le persone ti guardano o si rapportano con te. Ma la differenza la fa la continuità, la passione quotidiana che metti nel lavoro che fai.
L’attore deve tornare a essere specchio della società, raccontare quelle verità che gli altri non vogliono vedere. Per me, questa è la funzione dell’arte: guardare in faccia la realtà, anche quando ci fa molto male.

Foto di Joseph Bruno