CASERTA – La terza lezione di Polity Design 2025/2026 ha acceso i riflettori sul rapporto tra industria, democrazia e futuro del Paese. Ospite dell’incontro è stato Vincenzo Boccia, Presidente della Società dei membri della Legione d’Onore francese (sezione italiana e Santa Sede), Past President di Confindustria e amministratore delegato della Boccia Industria Grafica. Un protagonista dell’economia nazionale capace di intrecciare impresa, responsabilità civile e visione europea. Il lavoro prima di tutto: perché, come ricorda l’articolo 1 della Costituzione, è la base della nostra Repubblica.
Boccia ha richiamato la storia industriale del Paese, quando figure come Angelo Costa e Giuseppe Di Vittorio, pur lontanissime per cultura e visione politica, il primo alla guida di Confindustria; il secondo della Chil; compresero che la crescita italiana non poteva prescindere da un’economia produttiva forte e da un Mezzogiorno incluso nei processi di sviluppo. Oggi come allora, ha ribadito, il lavoro è democrazia: garantisce diritti, dignità e partecipazione.

Il presente però impone nuove sfide, la globalizzazione che conoscevamo sta finendo: da una parte gli Stati Uniti che proteggono le proprie industrie per reindustrializzare il Paese, mentre dall’altra la Cina che punta alla supremazia tecnologica con prodotti a prezzi sotto costo facendo dumping. L’Europa, invece, resta un gigante economico ma ancora un nano politico. «Dobbiamo proteggere il lavoro dei nostri cittadini», ha richiamato Boccia, ricordando che la crisi energetica ci ha mostrato quanto sia rischioso dipendere sempre da decisioni altrui.
E dentro questo scenario il Mezzogiorno non è un problema da inseguire, ma una frontiera da guidare. Il Sud è Italia e l’Italia è Europa: lo sviluppo non si può spezzettare in territori da trattare come mondi separati. Gli incentivi devono essere differenziati, certo ma dentro una strategia nazionale stabile e non oscillante ad ogni stagione politica. L’Alta Velocità ha iniziato ad avvicinare il Paese, superando l’idea che «tutto finisca a Roma». Ed è da qui che passa anche la credibilità dell’Italia nel contesto europeo: come può un’Unione diventare davvero unita se al suo interno noi stessi restiamo divisi?
Il punto centrale del discorso è l’innovazione. Non esistono industrie finite: si perde solo quando si smette di innovare. È necessario sostenere la produttività, la ricerca, la formazione continua, senza gravare sulle imprese con nuove tasse. «Premiamo chi investe nel futuro con la detassazione delle assunzioni dei giovani; o o la detassazione della produttività dei lavoratori: così cresce la democrazia industriale», ha insistito Boccia.
Ma il futuro non è fatto solo di macchine: è fatto di persone. E su questo il segnale più allarmante resta la fuga dei giovani. In aula è stata raccontata una situazione forte, avvenuta a Pomigliano d’Arco, una pensionata e un fruttivendolo votano il «cambiamento» per una sola speranza: riportare a casa i figli emigrati. Era un aneddoto scritto da Il Mattino all’indomani della vittoria dei Cinque stelle del marzo 2018: cambiamento tradito per mancanza di competenze, perché la poltica vera non può essere improvvisata. E’ studio, fatica, stile istituzionale: in pratica tutte qualità che un tempo si contestava alla Dc, ma che sono fondamentali. Perché dietro il lavoro non ci sono solo numeri ma famiglie che resistono e aspettano.
È qui che si innesta il ruolo dell’Italia in Europa. Dopo la Brexit, la bilancia dell’Unione si regge sempre più sul rapporto tra Italia, Francia e Germania. Ma serve che la politica si muova con una sola voce: «Ogni rappresentante deve dirsi prima europeo e poi cittadino del proprio Paese», ha affermato Boccia. Significa contare insieme per contare davvero e significa smettere di agire come ventisette nazioni in competizione tra loro.
Una lezione intensa a Polity Design – Boccia era accompagnato al tavolo dal direttore della Scuola, Luigi Ferraiuolo e dalla tutor Stefania Lanni – che ha confermato la sua missione di speranza: insegnare a leggere il mondo non solo per comprenderlo ma per disegnarlo meglio. Per formare cittadini più consapevoli, in un tempo che ha bisogno “oggi più che mai” di ragione e di speranza. Perché senza industria non c’è democrazia e senza lavoro non c’è futuro.
