Riceviamo e volentieri pubblichiamo così come ci giunge una lettera del giornalista e cultore di storia locale casertana Mauro Nemesio Rossi, componente del consiglio direttivo della Società di Storia Patria di Terra di Lavoro, già direttore de il quindicinale casertano Il Corso. La lettera è rivolta a L’Eco di Caserta e al giornalista e storico Gigi Di Fiore, autore del volume “L’Impero” sul clan dei casalesi. Invitiamo i cultori di storia locale e di questioni legate al Ventennio a dare il loro contributo per fare su questo spaccato storico assai importante per la nostra provincia.
CASERTA – Egregio Di Fiore,
come pure ha fatto l’Eco di Caserta, ho letto con attenzione il primo capitolo del suo pregevole libro l’Impero, e con somma meraviglia ho visto che il mio modesto lavoro, pubblicato in varie occasioni sia sul periodico casertano da me diretto “Il
Corso”, che per due anni interi ogni settimana sul Corriere di Caserta, Le è servito a tracciare uno spaccato di una provincia difficile e controversa come Caserta.
Ha valuto citarmi nelle note riportando il mio sito, www.manero.it e mi corre l’obbligo di ringraziarla.
Va detto, però, che il “Duce” Benito Mussolini, non ha mai serbato odio ne rancore verso i casertani, ma era conscio che la malavita organizzata rappresentava un freno allo sviluppo economico della zona. Immaginando un asse di sviluppo industriale sul tratto Roma-Napoli pensò bene di togliere anche un ente: La provincia di Caserta gestito da latifondisti e notabilati dell’attuale basso Lazio, (allora in provincia di Terra di Lavoro).
Personaggi che furono i principali ispiratori della tesi del ridimensionamento territoriale sfociato nella soppressione. L’Omertà di Alberto Beneduce è emblematica.
Gente che portava il nome di Achille Visocchi, latifondista, oppure come Antonio Casertano, un precursore della politica mastelliana che a Roma faceva il fascista e Capua l’antifascista e traeva i suoi suffraggi dalla camorra dei Mazzoni. Casertano fu il presidente della Camera dei deputati nel primo governo di Mussolini. E poi c’era il conte Tosti di Valminuta e il ministro della cultura Pietro Fedele. Tutte persone che fecero il doppio gioco. A Caserta città si battevano per il mantenimento della provincia ed a Roma tramavano. Quando fu soppressa la provincia di Terra di lavoro i Sammaritani fecero festa così pure quelli di Aversa e Capua.
Finalmente Caserta era un città di pari rango alla loro. Rivalità che esistono ancora oggi. Non le cito la lettera di ringraziamento che il sindaco di Caserta Tommaso Picazio inviò al capo del fascismo per la decisione presa.
Che la nuova disposizione amministrativa doveva portare anche alla distruzione della malavita organizzata era nei piani del fascismo, che proprio nel 1926 si apprestava a varare le leggi che portarono al partito unico e quindi anche i politici non avevano bisogno delle clientele per procurarsi il voto. Passava la linea dura del fascista di sinistra il napoletano Aurelio Padovani ras anche di Caserta.
Mussolini, invece, era riconoscente verso i casertani perchè l’unica vittima della marcia su Roma in Campania si ebbe a Caserta, quando un Giovane “Lupo del Matese” Marcello D’Ambrosa dopo essere venuto a piedi dal Piedimonte
fino a Caserta per partire per la Capitale, per stanchezza e disattenzione tolse la sicura ad una bomba a mano che era nel suo
tascapane, quand’era nella stazione ferroviaria di Caserta.
Va ricordato che subito dopo la soppressione della provincia a Caserta iniziarono alle “opere ripararatrici” e la città ebbe un’espansione e uno sviluppo ordinato molto rilevante per quei tempi. Ed i questo spirito fu progettata la seconda autostrada d’Italia dopo la Milano-Laghi che doveva unire Caserta a Napoli e sulla questa arteria doveva svilupparsi l’attività industriale e commerciale.
Cosa che non è mai più successo nel dopoguerra, se si fa eccezione della fine anni sessanta, inizi anni settanta grazie al ministro Giacinto Bosco ed a Don Salvatore D’Angelo fondatore del Villaggio dei ragazzi padre spirituale di Giulio Andreotti.
Ma la storia di “Caserta in camicia nera” Titolo del mio libro di prossima pubblicazione, è lunga, credo che vada sintetizzata in una sola riflessione: Il regime si illuse di avere fascistizzato il notabilato locale, invece furono i casertani che inquinarono il fascismo.
Nella speranza di incontrarla
Mauro Nemesio Rossi
Il pezzo precedente: Di Fiore rilancia la tesi della punizione
