CASERTA – Nel lontano 2001 Paolo Macry proponeva all’interno della Reggia di Caserta la costituzione di un Centro Archivistico – Bibliografico – Museale dedicato alla storia del Palazzo (ma oggi sarebbe opportuno anche dell’intera ex provincia di Terra di Lavoro), su modello dell’Institute for Avanced Study di Princeton (https://www.ias.edu/). Era l’anno degli Atti di indirizzo dei musei, applicati in parte soltanto dalla cosiddetta Riforma Franceschini, ancora in fase di sperimentazione. Sono trascorsi 25 anni da quella proposta, eppure essa si pone come necessità sempre più impellente per una città che ha urgente bisogno di decollare.

Mentre il Museo struttura la sua vocazione gestionale di servizio al pubblico e la Soprintendenza cura gli interessi del territorio, che vanno necessariamente integrati con quelli del turismo, un sistema di documentazione a supporto delle attività ministeriali e territoriali diventa prioritaria, sopratutto ai fini di una valorizzazione integrata. Urge in particolare una moderna riflessione sui Borbone, sul loro apparato amministrativo e di governo basato su un regio archivio, platee e piante, sul catasto onciario, sulla professionalizzazione e strutturazione del personale (a cui viene assegnato un alloggio e la divisa), regolamenti, censimenti, mappature, catalogazioni… Un progetto ordinato e sistematico che affonda le sue radici nell’Illuminismo europeo.
Di questa modalità di organizzazione del conosciuto, in cui persino il presepe napoletano trova posto come teatro e racconto del territorio, l’Arte diviene – in assenza di ulteriori strumenti di divulgazione – veicolo di programmi ideologici e politici, di promozione e accreditamento del regno su vasta scala. Una lettura che sottrae mobili, quadri, affreschi e statue alla critica artistica per restituirli correttamente alla Storia dell’arte. Decodificare i rapporti tra storia, arte e politica dovrebbe essere il ruolo di questo Centro documentale multidisciplinare, che evocherebbe nei metodi e nelle ambizioni le operazioni condotte nel Settecento da Denis Diderot (1713 – 1784), una delle figure più rivoluzionarie della storia dell’arte, materia ancora nell’Ottocento confusa con l’antiquaria o con la critica d’arte e priva ancora oggi della sua meritata dignità.
Promotore ed editore dell’Encyclopèdie o Dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri, Diderot compila a metà del Settecento circa 5000 voci in un colossale lavoro che organizza arte, storia, politica, società, dando fondamento ad un nuovo modo di vedere la vita e lo Stato.
Nel 1751, mentre vengono redatti i progetti per la Reggia di Caserta, Diderot e d’Alembert ricevono da Federico II di Prussia la nomina a membri dell’Accademia di Berlino.
Il modello dell’Encyclopèdie viene ripreso già nel 1752 dal Dictionnaire portatif des beaux arts di Jacques Lacombe e dal Dizionario di arte e di estetica – Teoria generale delle Belle Arti (1771 – 1774) – di Johann Georg Sulzer (1720 – 1779), filosofo svizzero che opera a Berlino. Sulzer diventa la guida di Jacob Phillip Hackert, pittore di corte di Ferdinando IV di Borbone e di Maria Carolina d’Asburgo, sia nel corso delle sue operazioni artistiche sia durante le sue lezioni di pittura, che impartisce non solo ai principi borbonici ma anche a personaggi di grande levatura come Johann Wolfgang von Goethe (Francoforte sul Meno, 1749 – Weimar, 1832), il tedesco che diverrà il suo biografo.

Secondo Sulzer, il bello non può essere scisso dalla morale e l’arte è un mezzo per realizzare la moralità e la felicità dell’uomo. Ancora l’arte non può che ispirarsi alla natura, principio che sarà per Hackert alla base del suo Vedutismo, antesignano dell’Impressionismo ottocentesco. Giunge in queste riflessioni l’eco delle antiche filosofie e Della pubblica felicità di Ludovico Muratori (1749).
Per Sulzer come per Hackert l’arte è strumento civico di rinnovamento sociale e quindi è sempre leggibile come contemporanea, perché funzionale al miglioramento della vita dell’uomo.
L’arte, dice Sulzer, ha una funzione storica, sociale ed educativa ed è in stretto rapporto con lo sviluppo dello Stato. Eppure la sua produzione non è ancora stata adeguatamente studiata. Dell’argomento ha scritto nel 2012 Alessandro Nannini, membro dell’Università Martin Lutero di Halle – Wittenberg, nata dalla fusione nel 1817 di due antiche università, entrambe centri importantissimi di elaborazione dell’Illuminismo tedesco.
La forma del Dizionario scelta da Sulzer per la veicolazione dei contenuti da lui proposti viene a lungo criticata perché associata non alla veloce consultazione ma a forme di incompetenza ed improvvisazione. Eppure già Goethe ne I dolori del giovane Werther (1774) annovera Sulzer tra i più importanti teorici del tempo insieme all’archeologo Winckelmann, considerato il padre della storia dell’arte. Anche Immanuel Kant (1724 – 1804) celebra Sulzer, che ama tra le altre cose talmente tanto l’arte dei giardini da riconoscerle per la prima volta il rango di bella arte, aprendo la strada alla diffusione del Giardino inglese in tutta Europa. Si cita ad esempio quello della Reggia di Gatčina – costruita per il favorito della zarina Caterina di Russia Grégoire Orloff (Mosca 1734 – 1783) – dal celebre architetto italiano Antonio Rinaldi (Palermo, 1709 – Roma, 1794), che lavora alla corte di Russia a partire dal 1751, lo stesso anno in cui Luigi Vanvitelli si trasferisce a Caserta. Il suo palazzo, coevo alla nostra Reggia, è dotato di un giardino inglese progettato dai fratelli Charles e John Sparrow, che anticipa il progetto del giardino inglese di Carlo Vanvitelli a Caserta, al quale un notevole contributo ha dato proprio il botanico e pittore Hackert, seguace di Sulzer. Anche questo giardino è stato dichiarato nel 1990 bene UNESCO.
Nel 1772 sulla Gazzetta letteraria di Milano esce la prima recensione all’opera di Sulzer, che elogia la funzione sociale attribuita alle arti nella trasmissione della verità e della virtù al popolo. Tra i suoi maggiori sostenitori vi è Aurelio de’ Giorgi Bertola (1753-1798), docente di storia e geografia nell’Accademia della Marina di Portici, fondamentale mediatore culturale tra Italia e Germania nel Settecento, in particolare per la diffusione e traduzione delle teorie estetiche del filosofo svizzero.
Nel 1776 compare la prima traduzione italiana di Sulzer sul Giornale letterario di Siena.
Nel 1781 ormai il Dizionario di Sulzer, membro dell’Accademia Reale delle Scienze di Berlino, è ritenuto un monumento allo spirito filosofico dei tedeschi e l’impostazione dell’opera, di facile consultazione grazie all’ordine alfabetico delle voci, viene riconosciuta per le sue funzioni didattiche. Nello stesso anno Francesco Milizia, autore Dell’arte di vedere nelle belle arti del disegno, si propone di trattare l’argomento secondo le teorie di Sulzer e Mengs e sempre nello stesso anno viene tradotto a Bassano in lingua toscana – su autorizzazione dei riformatori dello Studio di Padova, Andrea Querini e Alvise Vellatesso – il Dizionario portatile delle Belle Arti (Dictionnaire portatif des beaux arts) di Lacombe, ovvero Ristretto di ciò che spetta all’architettura, alla scultura, alla pittura, all’intaglio, alla poesia e alla musica, a spese dello stampatore Giuseppe Remondini di Venezia.
E’ questo Dizionario – come abbiamo visto – il modello di Sulzer, che ormai nel 1783 è stimato sopra tutti, al punto che – ancora in pieno Ottocento – Antoine Chrysostome Quatremère de Quincy (Parigi, 1755 – 1849) cita la sua opera, ripresa persino da Giacomo Leopardi nello Zibaldone.
La forma compilativa, che proprio in Lacombe e Sulzer e nell’Illuminismo europeo trova le sue origini, ha la finalità più nobile nella sua organizzazione didattica di costruzione della memoria senza giudizi di sorta, per sottrarre al tempo e all’oblio l’azione civica di ciascun artista, senza attendere le consacrazioni della Storia. Questi dizionari, inizialmente criticati per la loro forma superficiale, non furono semplici strumenti di consultazione, ma pilastri della cultura occidentale, che ancora oggi non sono stati adeguatamente indagati per gli effetti prodotti nel rinnovamento culturale e nella diffusione delle teorie illuministe, che ravvisano nello studio, nell’ordine e nella catalogazione la più alta forma di tutela del patrimonio umano.
