CASERTA – E’ stato da poco pubblicato il mio saggio «Luigi Vanvitelli e la nascita della legislazione di tutela», che analizza l’origine e lo sviluppo di una sensibilità alla tutela artistica e culturale, alla base di chi come me opera nel campo dei beni culturali.
Questa sensibilità è strettamente connessa alla natura del territorio italiano e ancor più con quella Campania Felix cantata dagli antichi come deliziosa regione che «Dalla Greca mollezza, e dalla magnificenza Latina, tutta fu riempiuta […] di eleganti Ninfei, di sontuose Ville, di marmorei Sepolcri, di superbi Mausolei, di preziosi Templi, di Teatri, Anfiteatri, ed altri Edifizj alla comodità publica destinati», come ben precisa Luigi Vanvitelli nella Dichiarazione dei Disegni del Real Palazzo di Caserta.
La riscoperta dei Templi di Paestum, documentata nel 1759 nel bel quadro di Antonio Joli, conservato alla Reggia di Caserta, apre uno spaccato non solo sul mondo latino, ma anche su quello greco, tanto che Ettore Martucci nel 1928 definirà la città di Caserta «nuova emula di Atene e di Roma».
Luigi Vanvitelli è quindi lo strumento del sogno dei Borbone, decisi a realizzare una nuova età dell’oro, garanzia di pace e pubblica felicità e condizione necessaria per lo sviluppo delle Muse.
E proprio per dare voce alle «Alte Idee delle LL. MM.», elaborate sin dal 1735, che Luigi Vanvitelli viene chiamato da Roma nel 1751, dove lavora come architetto papale presso la Fabbrica di San Pietro. Agevolano il lavoro i Carafa di Maddaloni, molto legati ai giovani Carlo di Borbone e a Maria Amalia di Sassonia, proprietari dei territori della «Campania Felice», che offrono al nuovo re tutti gli aiuti necessari alla creazione di un nuovo regno, artisti compresi.
Il 9 aprile 1734 lo ospitano a Maddaloni (CE) e gli offrono le chiavi della Capitale, invitandolo a diventare membro dell’Accademia dell’Arcadia, così come lo saranno Aurora Sanseverino, il duca di Maddaloni, Luigi Vanvitelli, Ferdinando Fuga e Antonio Canevari (Roma, 1681 – Napoli, 1764), l’architetto delle Regge di Capodimonte e Portici (1738 – 1759).
Ma cos’è l’Accademia dell’Arcadia?
Nata nel 1690 per dare vita ad un movimento letterario classico in risposta al Barocco, l’Accademia è frequentata da pastori – poeti che inseguono il mito dell’Arcadia: un mondo ideale, collocato nella mitica regione dell’antica Grecia, in cui uomini e natura vivono in perfetta armonia.
Un sogno che sovrani illuminati possono tradurre in realtà sociale!
La prima sede dell’Accademia dell’Arcadia era stata Palazzo Corsini, che si trova a Roma di fronte alla Villa della Farnesina,. Nel Seicento il Palazzo è abitato dalla regina Cristina di Svezia, che comincia a tenere nel suo giardino delle riunioni culturali che daranno vita alla futura Accademia dell’Arcadia. Tra i partecipanti anche Athanasius Kircher, fondatore del museo e della biblioteca nel Collegio romano, attuale sede del Ministero della Cultura. Nel 1736 il palazzo, oggi sede dell’Accademia dei Lincei, viene acquistato dal cardinale fiorentino Neri Maria Corsini, nipote del papa Clemente XII, che lo fa ristrutturare da Ferdinando Fuga.
Il cardinale Corsini è lucumone di un’altra Accademia, quella Etrusca di Cotona (1750-52), che nasce a tutela dei musei pubblici e delle antichità. Il cardinale stimola papa Clemente XII ad arricchire le collezioni papali e a mostrarle al pubblico nel Museo Capitolino (1734), i cui cataloghi ricorreranno spesso nelle lettere di Luigi Vanvitelli.
Costretta a trovarsi una nuova sede, l’Accademia dell’Arcadia si trasferisce in un nuovo palazzo la cui costruzione viene affidata ad un suo membro, l’architetto Antonio Canevari (Roma, 1681 – Napoli, 1764), che diverrà poi architetto di Carlo di Borbone.
A questo punto gli interessi dei membri dell’accademia diventano tre: poesia, natura, antichità, cifre che compaiono anche nei pittori che lavorano per Carlo di Borbone, come Gaetano Cusati, Giacomo Nani o Gaspare Lopez, di cui molte opere si trovano nelle collezioni della Reggia di Caserta.
A volte questi artisti esplicitano chiaramente il proprio desiderio di ritornare al mondo arcadico, riportando nei loro dipinti la scritta «Et in Arcadia ego» o brandelli di antichità. Tra questi il più noto è Guercino, che nel 1618 circa riporta la frase in un dipinto oggi conservato alla Galleria nazionale d’Arte Antica a Roma. Il motto viene ripreso nel 1640 dal pittore francese Nicolas Poussin, che la riporta come iscrizione tombale nel dipinto I pastori di Arcadia (Museo del Louvre), dove sono raffigurati alcuni pastori di epoca classica raggruppati intorno ad una tomba.
Dell’Arcadia aveva parlato Virgilio nelle Ecloghe. Il tema viene ripreso nel Rinascimento da Lorenzo dei Medici e da Jacopo Sannazzaro nell’Arcadia (1504), un’opera pastorale che trasforma l’Arcadia in un luogo ideale, simbolo di una felicità perduta: un’età dell’oro che si vorrebbe riportare in vita.
Per cui la controversa iscrizione «Et in Arcadia ego» può tradursi come “Anche io sono stato in Arcadia”, frase che Ercole Silva, conte di Biandrate (Milano, 1756 – Cinisello, 1840) e architetto del paesaggio italiano, si fa scolpire su un sarcofago all’interno del parco della sua Villa a Cinisello, considerato il primo esempio di Giardino all’inglese in Italia! La frase è ripresa da Johann Wolfgang Goethe durante il suo Viaggio in Italia e sicuramente diviene il motto dei viaggiatori del Grand Tour, specie dopo la scoperta dei Templi di Paestum, che portano in vita la cultura greca (riferimenti ai templi di Paestum si trovano nell’affresco di Heinrich Friedrich Füger nella Biblioteca Palatina e nel Giardino inglese della Reggia di Caserta).
L’interesse per le antichità, nato in ambito arcadico, si rafforza con l’inizio degli scavi di Ercolano nell’ottobre del 1738. E’ presente ai lavori anche Marcello Venuti (1700 -1755), tra i fondatori dell’Accademia Etrusca di Cortona (1726), a cui Carlo di Borbone affida la gestione della sua Galleria Farnesiana (medaglie, quadri, libri e manoscritti), mentre suo fratello Ridolfino, si occupa di gestire la collezione di antichità del Cardinale Albani a Roma.
Nel 1750 a Roma si sta organizzando il Giubileo e il papa Benedetto XIV (1740 – 1758) coglie la grande occasione di promozione per la città, che deve offrirsi ai visitatori nella sua veste migliore.
Per arricchire l’offerta per i turisti viene pubblicato il primo catalogo del Museo Capitolino (1750), opera di Ridolfino Venuti, che sarà frequente fonte di ispirazione per Luigi Vanvitelli. Sugli esempi romani, anche Carlo di Borbone dispone di sistemare i ritrovamenti di Ercolano in un Museo, realizzato presso la Reggia di Portici e aperto al pubblico nel 1758. Mentre continuano gli scavi, si adopera per realizzare il catalogo, che uscirà in vari tomi col nome di Antichità di Ercolano esposte. Intanto il re si consulta con il Segretario di Stato del papa, Silvio Valenti Gonzaga (1740-1756), per farsi suggerire un architetto capace che possa costruire la sua nuova capitale. Valenti gli raccomanda Luigi Vanvitelli. Il cardinale Valenti è noto a Roma anche come autore dell’Editto Valenti (1750), nato per salvaguardare il pubblico decoro della città e conservarne le attrattive turistiche e di studio. Per Carlo di Borbone Roma è un modello: incarica perciò Luigi Vanvitelli di realizzare un enorme tempio di antichità, in modo che artisti e poeti- venendo nel Regno delle Due Sicilie e in particolare a Caserta – possano esclamare:
Et in Arcadia ego. Anche io sono stato in Arcadia!
Nel 1758 Winckelmann visita il Regno di Napoli e in particolare l’Acquedotto carolino e gli scavi di Ercolano, che gli ispireranno opere come l’Epistola sulle scoperte di Ercolano (1762), la Storia dell’arte nell’antichità (1763) e i Monumenti antichi inediti (1767), con disegni di Giovan Battista Casanova (1730-1795), fratello del noto seduttore.
Nel 1763, l’archeologo viene nominato prefetto delle antichità del Vaticano e acquista poteri decisionali sugli scavi e sulle esportazioni dei reperti archeologici. Dall’incontro tra l’archeologo Winckelmann, il pittore di Maria Amalia Raffaello Mengs e l’architetto Luigi Vanvitelli, nasce una consapevolezza nuova per la tutela delle antichità.
Poco prima di morire, nel 1773, l’architetto scriverà : «averei il desiderio, di decorare appieno il Real Nuovo Palazzo con le antichità cospicue, che appartengono alla casa Farnese, e stabilire sempre più il concorso delli forestieri ammiratori delle opere Reali e delle rarità maggiori di ottimi simulacri greci, onde necessariamente dovranno fermarsi in Caserta più giorni per goderle, con utile pubblico».
