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Maddaloni, 250 esimo anniversario dell'altare vanvitelliano della Basilica Minore del Corpus Domini PDF Stampa E-mail
Domenica 10 Novembre 2013 16:45

MADDALONI (Caserta) - Con l’anno 2013 ricorre il 250° anniversario della realizzazione dell’Altare privilegiato di Luigi Vanvitelli presente nella Basilica Pontificia Minore del Corpus Domini di Maddaloni*.

Spesso si è scritto delle influenze dell'architetto Luigi Vanvitelli, o della sua scuola, su opere maddalonesi, e più nello specifico della chiesa del SS. Corpo di Cristo, da quì mi accingo ora a riferire dell'unica opera ivi a sua firma, introducendo una “leggenda” popolare allo stesso riferita.

Luigi Vanvitelli (1) sappiamo che, chiamato dal re Carlo III di Borbone nel 1751 per l'edificazione della Reggia di Caserta venne a Maddaloni durante il suo soggiorno.

La tradizione popolare maddalonese ricorda che Vanvitelli recandosi a Valle di Maddaloni per vedere come procedevano i lavori per l'acquedotto si fermasse nella piazza antistante il cantiere per la costruzione della chiesa del SS. Corpo di Cristo, orientativamente l'attuale piazza de Sivo, e qui parlando con i capi mastri e con gli architetti, dava consigli ora per questa cosa ora per quest'altra.

Vanvitelli, va considerato, venne a Caserta nel 1751 e solo a metà 1752 iniziò i lavori del palazzo e quelli dell'acquedotto, perciò gli anni che vedono la costruzione dell'acquedotto e i finimenti della chiesa s'intrecciano per poco (2)

Molti studiosi ad oggi hanno evidenziato la grande umanità, dello stesso, soprattutto, allorquando cercava di far adottare innovazioni stilistiche (3)

Infatti, già nella nostra chiesa, con l'altare maggiore interrompe l'ossequio alle regole della corrente Rococò napoletana, adottando a pieno i canoni classici del Neoclassicismo, da qui l'assenza dei putti dai marmi policromi e la maestà monumentale di un edificio.

Inoltre, la stessa tradizione ricorda che, anche per ciò che riguarda l'altare la balaustra e il pavimento, Vanvitelli si sia offerto casualmente, avendo gli stessi architetti della chiesa chiesto se poteva realizzare tale opera.

A ciò il regio architetto si sarebbe rivolto al sovrano e gli avrebbe chiesto se poteva realizzare un altare, nella chiesa maddalonese, simile a quello, poi non realizzato, della Cappella Palatina della residenza reale casertana. Certo lungo i secoli, anche se questa tradizione fosse vera, si è arricchita di tanti particolari discutibili.

Sempre a Maddaloni, secondo Venditti, v'è l'influenza della scuola vanvitelliana anche per la Casa dell'Annunciata, ove riappare il nicchione della facciata di Caserta e del Foro Carolino a Napoli “entro un duplice telaio due lesene e controlesene”, qui vi ha lavorato “un ignoto scultore che ha interpretato i moduli vanvitelliani in direzione nettamente neoclassica” (4) nel complesso però va detto che non vi sono, a parte per l’Altare maggiore della nostra chiesa, aoltre documentazioni d’archivio o inconfutabili motivi che dimostrano altra opera di Vanvitelli a Maddaloni.

Le visite che Vanvitelli ha fatto a Maddaloni sono riportate nell’epistolario di Strazzullo (5)

A questo punto sarà opportuno orientare il nostro lavoro sull'argomento principale in questione: l' ALTARE PRIVILEGIATUM del SS. Corpo di Cristo (6).

 

"L'osservatore deve rimirare l'altare maggiore, opera del Vanvitelli,che per forma parmi simile a quello in legno ch'è nella regia cappella di Caserta. Forse su quel modello fu questo elevato, splendido per marmi svariati e preziosi, con sopra un tempietto vagamente di colonnine e capitelli adorno... Spazioso è il presbiterio davanti l'altare, col pavimento marmoreo, è chiuso da un ordine di balaustri pur di marmo, a forma di mezzo ellisse, cui si ascende per due scalini, su'quali è un canceletto d'ottone a due porte. Dal presbiterio si sale all'altare ch'è su altri quattro scalini". In questo modo de Sivo introduce il complesso vanvitelliano.

Accingendomi a fare l'analisi dell'altare vanvitelliano maddalonese introduco il pensiero di Jorg Garms sugli altari Vanvitelliani (7).

Nel trattare l’argomento bisogna tener presenti due aspetti che sono tra loro distinti.

Il primo è il loro adattarsi all'architettura della chiesa, del quale il nostro artista ne fu uno dei portatori, essendo questo aspetto predominante per tutti gli architetti in quel periodo nei loro diversi campi, e l'altro “le componenti che ne emergono”.

Vanvitelli rinnova la concezione architettonica dell'altare che fino a quel momento era stata predominante; egli tende ad innalzare, progressivamente, gli scalini sopra la mensa.

La rielaborazione dell'altare, insistendo su un gioco di volute porta l'altare stessa a diventare un opera monumentale.

Nel caso dell'altare maddalonese questo “gioco di curve”, come lo chiama Garms, è presente e si rifà, anche se relativamente, a quello dell'altare della cappella Palatina nella Real fabbrica di Caserta.

Vanvitelli inoltre rispetta le disposizioni del Concilio di Trento secondo le quali il SS. Sacramento deve essere al centro dell'attenzione e del culto (8).

Vanvitelli dopo il 1750 creerà quattro altari con rispettivi tabernacoli a livello monumentale: Terni, Siracusa, Caserta (del quale è stato realizzato solo il plastico) e Maddaloni (9).

A tal proposito Garms sostiene che “gli altari sono assai affini: si tratta in linea di massima di costruzioni centriche con fastigio cupoliforme che, sviluppandosi sui lati nel senso della lunghezza, presentano una faccia espressamente destinata alla mostra”.

Si possono riscontrare due elementi che maturano il suo stile, il culto al Sacramento, come abbiamo già visto, promosso da Clemente XI Albani, e il cospicuo lavoro d'altari e tabernacoli di Juvara, anch'esso degli Albani.

Dopo aver riferito qualche nozione generale, sugli altari di Vanvitelli, vorrei soffermarmi sui due altari vanvitelliani più simili al nostro, per il tempietto destinato all'esposizione del Sacramento, quello siracusano della Cappella del SS. Sacramento all'interno del Duomo (10), e quello casertano della Cappella Palatina.

Il Primo ad essere realizzato è quello siracusano, sul quale Agnello ha realizzato diversi studi (11).


In un lavoro Agnello fa un opera descrittiva dell'altare siracusano, evidenziando il tempietto di stile rinascimentale, che troviamo anche negli altri altari, che è a pianta centrica.

La presenza di volute fonde la composizione del ciborio con il resto dell'altare. La cupola,del tempietto ciborio, ha la pianta di un ellissoide, e secondo Agnello risente di qualche caratteristica berniniana e si rifà come architettura alla cupola della Basilica di San Pietro in Roma (12).

Dopo aver dato cenni dell'altare siracusano, è d’uopo parlare dell'altare casertano, mai realizzato.

Il primo a scriverne, oltre allo stesso Vanvitelli (13) fu Luigi Vanvitelli Jr (14), in Napoli nel 1823, facendo cenno anche di quello maddalonese, nel fare la biografia del Regio architetto.

Ma a distanza di tre anni, nel 1826, l'architetto Ferdinando Patturelli, sempre come i precedenti servendosi dei caratteri della tipografia regia, riporta una più ampia descrizione della Cappella Palatina, nel cui contesto inserisce l'altare (15).


Sarebbe interessante qui riportare il testo integrale di Patturelli, ma essendo stato già pubblicato diverse volte mi limito a riportare una sua nota dove si parla dei marmi da utilizzare per l'altare in oggetto, tenendo presente che la descrizione di detto altare differisce di poco nei canoni in riferimento agli altri (16).

Patturelli, riferisce che “l'altare presentemente è di stucco ed il tabernacolo di legno e sono entrambi modelli. Sotto la mensa deve venir situata una urna antica di bigio, che si conserva ne' magazzini dello stesso Palazzo, fiancheggiata da pietre Agate, ed ornata di bronzi dorati. Il tabernacolo che poi si sta construendo nel Real Laboratorio di pietre dure anche sarà composto di altre pietre preziose guarnite di bronzi dorati: ma tutto però secondo le dimensioni esistenti. Il Signor D.Filippo Rega Direttore del suddetto Reale Stabilimento è stato incaricato di scolpire una superba porta di custodia tutta di Topazio con dell'intreccio di disegno” (17).

Per parlare di autori più contemporanei è doveroso citare Giovanni Tescione(18). Questo nel 1959 fece uno studio sul tema: “Il Laboratorio delle Pietre Dure di Napoli e l'Altare della Cappella Palatina della Reggia di Caserta” (19) nel quale analizza tutta la vicenda che vede coinvolta l'Altare della Real Cappella.

Lo stesso precisa che il Laboratorio delle Pietre Dure di Napoli è ricordato nelle guide ottocentesche napoletane per la sola opera, allora in corso, della Real Cappella casertana. Si legge infatti: “...Altra notizia se ne trova nella guida di Napoli e luoghi celebri delle sue vicinanze", pubblicata nel 1845, in occasione del VII Congresso degli scienziati italiani.

In essa si ricorda che il Laboratorio “intende innanzi tutto ad eseguire lavori ad uso della real casa”, si menziona vagamente l'altare di Caserta come primo saggio delle sue lavorazioni e si aggiunge che “il Tabernacolo che vi si sta ancora lavorando, è per avventura il più nobile e ricco che si conosca,essendo formato di ametiste, lapislazzuli, legni impietriti, corniole ed altre agate e diaspri di meravigliosa bellezza”.

In occasione dello stesso Congresso Ferdinando II Borbone sollecitò il direttore del laboratorio per la costruzione dell'altare e del tabernacolo, il quale si dispensò dal compimento dell'opera per la mancanza del modello e dei disegni. Il Ministro della Pubblica Istruzione del Regno d'Italia, P. E. Imbriani, il 5 marzo del 1861 soppresse il laboratorio napoletano ed i pezzi del tabernacolo, presenti nello stesso, furono portati prima all'istituto delle Belle Arti e poi al Museo Nazionale, "dal quale, il 24 maggio del 1877, furono consegnati al museo di S. Martino, meno otto pezzi di marmo formanti il basamento del tabernacolo, che solo l'11 novembre del 1882 furono trasferiti a quest'ultimo direttamente dall'istituto delle Belle Arti”. Negli ultimi anni si sono dilettati tanti a trattare lo studio della real fabbrica casertana,e quindi della cappella e dell'altare (20).

Un forte richiamo allo stile introdotto da Vanvitelli, vedesi ad esempio l’apertura da dietro del ciborio per permettere al sacerdote la collocazione dell’ostensorio per l’esposizione del SS Sacramento senza dare le spalle o comunque presenziare sull’altare; la “croce dei venti” e scelta dei marmi per i pavimenti del presbiterio; presenza di più scalini al di sopra della mensa, che ritroviamo per l’opera maddalonese, è stato usato da Carlo Beccalli per la chiesa di Santa Maria delle Grazie in Vaccheria. Beccalli è stato considerato fido ed apprezzato aiutante del figlio di Luigi, dell’architetto Carlo Vanvitelli, che ebbe a continuare la maestosità dell’opera casertana, dopo il decesso del padre.

Nel caso del ciborio della Vaccheria, legno intagliato e dorato, è da segnalare che le colone del tempietto sono di ordine ionico mentre quelle dell’opera maddalonese corinzio. Nella complesso la struttura lignea, nell’insieme l’altare ha forti richiami alla nostra opera anche se ripresi in modo spesso superficiale (21).

A questo punto è giunto il momento di parlare dell'altare maddalonese (22).

Segue ora la trattazione dell'atto notarile d'appalto dello stesso, rogato in Maddaloni dal notaio Aniello Pascarella il 14 marzo del 1762 (23).

In detta data si riferisce che si sono “costituiti personalmente alla presenza nostra (n.d.r. del notaio Pascarella) don Nicola Pisanti, li Magnifico Tommaso di Roberto , Roberto di Prisco e Domenico Iorio economi e governatori della Venerabile laicale Chiesa del SS. Corpo di Cristo della città di Maddaloni”, e il Signor Antonio Di Lucca “Capo mastro marmoreo di Napoli”, che è venuto da Napoli per comporre i marmi per la costruzione dell'altare e della balaustra della chiesa anzidetta(24).

Si legge che è stato scelto per la realizzazione dell'Altare, della balaustra e del pavimento inframmezzo “ il Regio primo Architetto di Corte Signor D. Luiggi Vammitelli” (25).


Il regio architetto, come quest'ultimo viene anche chiamato, ha presentato ai governatori della chiesa il disegno dell'opera da realizzarsi, anche se non finito in tutte le minuziosità dovute.

Dall'atto si legge che Di Lucca è pronto ad iniziare l'opera e aspetta solo che l'architetto scelga i marmi, che se non di gradimento di Vanvitelli dopo la lavorazione saranno rifatti da un marmoraro scelto dallo stesso architetto (26). Il notaio maddalonese proseguendo fa una ottima descrizione di quali siano i marmi prescelti, quali siano le loro misure e i loro rispettivi prezzi (27).

Nel decimo punto si parla del marmo giallo di Siena che dovrà essere sistemato sotto la mensa “al lato del paliotto”. Inoltre vi si dice che dovranno essere fatte delle cornici di rame, indorate con oro fino, da sistemare sui marmi.


Quest’ultime cornici, la croce sotto la mensa, e con essa i grappoli d'uva e le spighe di grano, sono opere commissionate a Domenico di Fiore, come si vedrà in seguito. Nell'atto si legge che Di Lucca si impegna a realizzare un tabernacolo piccolo o grande che sia entro il 23 dicembre di quello stesso anno (28). Di Lucca si impegna a consegnare l'altare con gradini e custodia del Santissimo, tutto adatto per la celebrazione Eucaristica del 20 agosto 1762, mentre otto giorni prima del SS. Corpo di Cristo del 1763, dovrà finire la costruzione della balaustra e del pavimento all'interno della stessa. Quindi, Pascarella si avvia alla conclusione, con il pagamento di Vanvitelli che ammonta a 800 ducati da darsi in un determinato modo (29).

Qui ha termine l'atto notarile (30).


Di notevole interesse per il nostro studio viene ad essere l'atto notarile del 7 marzo del 1770 rogato dal notaio Pascarella. Allegato a quest'atto è la relazione di Vanvitelli sulle misure e le tipologie dei marmi da utilizzarsi per la realizzazione del altare privilegiato della chiesa.

Una nota/sommario specifica dei marmi è a firma di Nicolò Antonio Alfano e Pietro Lionti, regii Ingegneri. Vi è poi una relazione data 17 ottobre del 1768 a firma del perito Nicolò Perrelli, che è anche componente dell'organico amministrativo della chiesa durante la realizzazione del campanile (31).

Segue la nota dal titolo “Nota della Custodia di Rame Indorato, con portella d'argento e chiave simile con tutti gli ornamenti dell'Altare e Paliotto, Casellato, e dorato fatto per servizio della Venerabile Chiesa del SS.mo Corpo di Cristo secondo il Disegno dato Sig. D. Luigi Vanvitelli Archit.o di S. M.” (32), indicante appunto le opere di Domenico Fiore nella chiesa, cosa ribadita e chiarita in una nota a firma dello stesso Vanvitelli del 11 dicembre del 1762.

L'ultimo allegato con il visto autografo di Vanvitelli è la nota del marmo indorato per gli scalini dell'altare di dello stesso architetto fatta da Nicola Ferraro.

Il caratteristico tempietto dell'altare all'interno della cupoletta presenta una porticella d'ottone sulla quale è sbalzato un fascio di spighe fiorite con qualche grappolo d'uva, al di sopra di questi vi è anche la classica conchiglia di Vanvitelli che è d'ottone. Il tutto è inserito in un contesto Verde Antico.

D'ottone sono, anche, i capitelli di stile corinzio sormontati dalle colonnette che sorreggono l'architrave del tempietto realizzato sopra gli scalini. All'interno di questo tempietto si espone il Santissimo Sacramento (33).

Di notevole interesse è anche la portella del tabernacolo che è in argento. Questa con Calice sorretto da nuvole ed ostia presenta il monogramma di Cristo.

Sono evidenti delle viti e la serratura della stessa portella. Di gusto neoclassico e molto lavorato è anche la cornice di ottone attorno alla portella inserita nel marmo(34).

Sono settecenteschi i candelabri (35), più grandi, presenti sugli scalini dell'altare vanvitelliano. Questi un tempo ne erano dodici, poi trafugati sei ne sono restati la metà. I sei trafugati erano sullo scalino piu basso mentre i rimanenti sono restati al loro posto (36). Questi hanno una base trapezoidale e delle piccole teste di cherubini (37), e molto lavorato è anche il busto che è variamente sagomato; opera probabilmente di scultore ligneo campano, sono tutti dorati (38).

All'interno del presbiterio, tra le colossali colonne ai lati dell'opera vanvitelliana, vi sono due piedistalli con mensa curvilinea di marmo screziato grigio(39). Probabilmente questi due piedistalli furono realizzati dal marmoraro Di Lucca(40), ciò si evince da una relazione al di 18 febbraio del 1782 a firma di Orazio Salerno(41).

Si consideri che all'interno del presbiterio vi sono inoltre tre poltrone lignee del XVIII secolo(42). Queste sono molto scolpite nei particolari ed il tutto è dorato. Di particolare interesse sono i loro piedi lavorato a zampe di leone. Una sola delle tre,il trono,ha lo schienale. Questa, che è poi anche la più grande, possiede i poggi per le braccia e, al di sopra dello schienale, vi sono teste di cherubini. La lavorazione di tutte e tre è prevalentemente di motivi vegetali. Le stesse, che recentemente hanno avuto un opera di restauro da parte dell’artista di Gustavo Viscusi, sono rivestite di velluto rosso.

Volentieri prima di abbandonare il complesso vanvitelliano volevo aggiungere una parola sul pavimento marmoreo.


Questo di marmi commessi presenta motivi curvilinei con cornice interna ed esterna di marmo giallo di Siena e nero(43).

La balaustra che è chiusa da un cancelletto d'ottone a due porte, con leoni sulle punte che si uniscono a cancelli chiusi, presenta sulla parte superiore dei motivi curvilinei con il corpo di marmo rosso brecciato in una cornice di nero nel complesso di bianco di Carrara.

Dietro l'altare vanvitelliano, nel presbiterio, c'è l'iscrizione che ricorda l'evento della realizzazione dell'opera monumentale, ricordandone anche i personaggi cardini della vicenda, oltre al duca, il governatore della chiesa e il realizzatore dell'opera.

Eccone la trascrizione:

D.O.M.

CAROLO PACECCO CARAFA

DECIMO MAGDALONI DVCE BENEFICENTISSIMO

VIGILI HVIVS SANCTI TEMPLI PROTECTORE

EVCHARISTICO NVMINI

ARAM MAXIMAM

PRO SACRIS DEO HABENDIS PVBLICISQVE PRECIBVS

ALTISSIMO PORRIGENDIS

V.I.D. NICOLAVS PISANTE GVBERNATOR ET OECONOMVS

MAGNIFICE ERIGI CVRAVIT

ALOYSIO VAMMITELLI

S.R.M. FERDINANDI IV.VTRIVSQVE SICILIAE REGIS

ARCHITECTO CLARISSIMO

ANTINIVS DE LVCCA SVMPTIBVS AECCLESIAE

FECIT

ANNO REDEMPTIONIS NOSTRAE MDCCLXIII

 

In conclusione si spera il breve contributo sia stato gradito, confidando di poter quanto prima rendere pubblico tutto lo studio.

 

di Michele Schioppa



* Lo Studio che qui si presenta è un paragrafo estratto dall’opera Michele Schioppa La Città di Maddaloni attraverso la Basilica Pontificia Minore del Corpus Domini dal secolo XVI al XXI,Maddaloni 2005, realizzata tra gli inizi degli anni ’90 e terminata all’indomani dell’anno giubilare. La medesima ha preso parte prima edizione del Bando “Premio de Sivo” indetto dalla Pro Loco di Maddaloni nel corso dell’anno 2005 aggiudicandosi il primo premio. Il bando tra le altre cose prevedeva, in presenza di fondi anche la pubblicazione dell’opera. L’assenza di fondi, sia dei promotori del bando che dell’autore fanno sì che l’opera, per quanto in bozza circoli con l’impegno di citazione, è ancora in attesa di pubblicazione.

1. Napoli 26 maggio 1700-Caserta 1 marzo 1773.

2. F. Piscitelli nella sua opera, Dissertazioni per illustrare alcuni punti della storia di Maddaloni, Maddaloni 1885, pag.78, dice, nel parlare di Tenneriello, che dal 1722 per circa trent'anni, per cura dell'Amministratore don Nicola Pisanti, si costruì la chiesa. Ciò per dire che se davvero Vanvitelli ha dato consigli, questi, si riferiscono solo ai finimenti. Un articolo significativo circa gli allievi di Vanvitelli lo offre Federico Scialla in Segnali di cultura, gli allievi del Vanvitelli in “La Provincia di Terra di Lavoro” n. 28 novembre 2001, pagg.27-28. Scialla anticipa la pubblicazione di Salvatore Costanzo sui seguaci di Vanvitelli. Tra quest’ultimi figurano Giuseppe Astarita ed Orazio Salerno. In particolare riguardo il primo dei due scrive: “Giuseppe Astarita – come si evince dal volume in preparazione – rispetto alla tradizione barocca, caratterizzata da una sovrabbondanza decorativa, sembra rivolgersi sempre più verso la razionalità compositiva del neoclassicismo. Di estremo interesse risultano pure gli interventi di Astarita per il riammodernamento della chiesa dell’Annunziata di Sessa Aurunza. A Maddaloni viene nominato dai governatori della chiesa del SS. Corpo di Cristo “collaudatore” delle opere eseguite su progetto del rinomato architetto romano Antonio Canevari”.

3. Lo studio su Vanvitelli è molto vasto anche se continuo. Ciò è attestato anche dalle dichiarazioni del Dott. Giuseppe De Nitto, Direttore della Biblioteca della Soprintendenza B. A. A. A. S. di Caserta, nel riferire che impropriamente si attesta che la casa di Vanvitelli sia quella che attualmente, in C.so Trieste a Caserta, si definisce come tale, riferendo tra l'altro di ricerche ancora in corso. N. Russo Luigi Vanvitelli cerca casa in Il Giornale di Caserta del 21 marzo 1998, pag.6. A firma di De Nitto è la recente biografia del regio Architetto: G. De Nitto La vita di Luigi Vanvitelli, a cura del Comune di Caserta “Quaderni storici della città di Caserta”, edizioni Spring, Caserta 2004.

4. A.Venditti L'opera Napoletana del Vanvitelli in Luigi Vanvitelli, Napoli 1973, pag.161.

5. Cito i numeri delle lettere ove si evidenziano le venute a Maddaloni. Nel volume primo sono la n. 70 - 94 - 123 e 173, mentre nel secondo la n. 907 (F.Strazzullo Le Lettere di Luigi Vanvitelli della Biblioteca Palatina di Caserta vol. I - II - III, Napoli 1977).

6. Dal 1 al 6 dicembre del 1997 si riunita a Napoli la 21^ sessione del Comitato del Patrimonio Mondiale Unesco. Sono entrati a far parte della World Heritage List il Complesso del '700 casertano, vale a dire la Reggia e le sue pertinenze, il Belvedere di S. Leucio e l'Acquedotto Carolino di Maddaloni. Il riconoscimento ricevuto, a seguito della pratica a tal fine mirante presentata da vari anni dall'allora sovrintendente Gian Marco Jacobitti, " conferisce un prestigioso imprimatur ad un monumento da anni nella " Hit Parade " dei complessi artistici italiani ed esteri, secondo, come numero dei visitatori solo agli scavi di Pompei, ed oramai stabile al di sopra del milione dei turisti all'anno" ( M. De Simone Reggia «doc» dall'Unesco in Il Mattino ed. di Caserta del 30 novembre 1997, pag.23). Ebbene ritengo che anche la nostra Altare Privilegiatum dovesse entrare a far parte della World Heritage List, dopo tutto la si può definire una pertinenza del cosiddetto '700 casertano, non a caso il disegnatore della Reggia e dei Ponti di Valle di Maddaloni è lo stesso del nostro Monumento. E' vero che avere un riconoscimento dall'Unesco non dà diritto a premi, ma è un privilegio, oltre che un meritato riconoscimento, fare parte del suo elenco.

7. J. Garms Altari e tabernacoli di Luigi Vanvitelli in “Luigi Vanvitelli e il '700 europeo”, Napoli 1973,pag.359-368.

8. Il principio della centralità dell’azione sacramentale dell’Eucaristia è stato recentemente risottolineato per tutti gli edifici sacri diocesani da parte dell’Ordinario mons. Raffaele Nogaro in occasione del XII Sinodo della Diocesi di Caserta. Diocesi di Caserta “XII Sinodo Diocesano Le Costituzioni” - “La Normativa Sinodale”, Caserta 1999, pag. 43, paragrafo “L’Eucaristia”.

9. In effetti, tra gli incompiuti va considerato anche quello del Duomo di Aversa. G. Sarnella Gli altari marmorei di Maddaloni in Maddaloni -il Centro Storico-Analisi e Metodologie, Napoli 1981 pag. 115; Alberto Zazza d’Aulisio Vanvitelli. Quell’altare incompiuto in Il Mattino , edizione di Caserta, martedì 8 gennaio 2002.

10. La Cappella in oggetto, progettata da Giovanni Vermexio, con pianta poligonale arricchita di lesene e colonne, possiede un altare marmoreo con paliotto rappresentante l'ultima cena, quest’ultimo opera di Filippo Valle, ed il ciborio vanvitelliano, disegnato dal regio architetto nel 1752. La stessa cappella è detta anche Torres in onore del omonimo Vescovo che la volle già dal 1616 che per disgrazia morì prima di poterla contemplare. Dello stesso vescovo è il medaglione che pende al centro della cappella sorretto da due angeli. Paolucci-Ronza-Zagnoni Cattedrali e Basiliche in “Bell'Italia Grandi Guide”, n. 9 Maggio 1998, Beverate di Brivio 1998, pagg.175-177; D. Scarfi Ortigia in corso di stampa in Siracusa (Il testo consultato, relativo alla pubblicazione di Scarfi, è presente sul sito Internet htt://www.comune.siracusa.it).

11. G. Agnello: Siracusa Barocca Caltanisetta-Roma 1961; Due Cibori vanvitelliani in “Arte Cristiana”, Milano 1967, fasc.III pagg.71-74.

12. Sono presenti inoltre nell'opera accenni del nascente barocco. Tale descrizione in un certo qual modo rispecchia anche in certi particolari il nostro altare. In un altro studio, Agnello, oltre a metterci a confronto l'altare di Caserta mai realizzato e quello siracusano,e quindi a suggerirci caldissimi suggerimenti,ci riferisce, in nota,anche la spesa che gli amministratori siciliani dovettero fornire per la realizzazione dell'opera. La somma, nel lavoro riportata in base ai singoli costi, qui sommata ed è di scudi 2314.52.In questo studio lo stesso tratta per la prima volta alcune lettere di Vanvitelli, fino a quel periodo ignorate, che poi saranno pubblicate in un epistolario da Franco Strazzullo solo nel 1977. Tra le lettere curate ne spicca una in cui si legge che Vanvitelli suole rifarsi artisticamente all'altare siracusano nella realizzazione di quello casertano.

13. L.Vanvitelli Dichiarazione dei disegni del real palazzo di Caserta, Napoli 1751 pag.XII-XIX e tav.XII.

14. L. Vanvitelli jr. Vita dell’Architetto Luigi Vanvitelli, Napoli 1823.

15. F. Patturelli Caserta e San Leucio, Napoli 1826, pag. 7-8, 49-50.

16. Di interesse, infatti, per ciò che riguarda le dissomiglianze sono gli angioletti e il sarcofago sotto la mensa.

17. Altri marmi usati nella Cappella sono i seguenti: Mondragone nero, Breccia di Tripolda, Mondragone Giallo, Pietra Dragoni, Castronuovo, Giallo di Sicilia, Pietra Vitulano, Giallo antico, Verde antico, Pietra fior di Persico.

18. Padre del già decano degli storici di Terra di Lavoro il dott. Giuseppe Tescione, entrambi cultori della storia locale.

19. G. Tescione Il Laboratorio delle Pietre Dure di Napoli e l'Altare della Cappella Palatina della Reggia di Caserta in “Studi in onore di Riccardo Filangieri” vol.II Napoli 1959, pag.187-196.

20. Voglio tra i tanti menzionare, oltre ai testi di Agnello, Venditto che nel 1973 curò "l'Opera napoletana del Vanvitelli", e tra gli ultimi, non in graduatoria, ma solo a livello cronologico è il testo “Caserta e la sua Reggia, Il Museo dell'Opera”, pubblicato da Electa in Napoli nel 1993. Un interessante spaccato della realtà settecentesca della Cappella Palatina e quindi dell'uso che se nè fa della nostra altare emerge in uno studio di A. Gianfrotta La Cappella Palatina nell'età Borbonica, presentato nel corso del Convegno “Caserta e la sua Diocesi” nel dicembre 1993, pubblicato in Napoli nel 1995 per le edizioni Scientifiche italiane. Durante lo stesso Convegno anche il sovrintendente G. M. Jacobitti presentò un lavoro sulla Cappella, I restauri della Cappella Palatina dal dopo guerra ad oggi, pubblicato con gli atti di cui sopra. Tratta delle vicissitudini dei nostri marmi anche Romualdo Marrone, in Appunti per una storia dell'Artigianato in Campania in L'artigianato in Campania a cura di F. De Ciuceis e R. Marrone, Napoli 1984, pagg. 36-37. Ultimo studio in ordine temporale sulla Cappella palatina è di Antonio Gianfrotta: A. Gianfrotta La Cappella Palatina della Reggia di Caserta in Quaderni n. 7 a cura dell’ass. “Biblioteca del Seminario Civitas Casertana”, Caserta 2005.

21. S. Lombardi - M. Costantino - T. Cirino “Artisti e artigiani” in “Santa Maria delle Grazie alla Vaccheria” a cura dell’Ass. “Arte nell’Arte”, Caserta 1999, pagg. 25 -27; I. Cecere “Schede delle decorazione e degli arredi sacri” in “Santa Maria delle Grazie alla Vaccheria” a cura dell’Ass. “Arte nell’Arte”, Caserta 1999, pagg. 60 - 64. Relativamente al ciborio la schedatrice Cecere scrive: “La monumentale costruzioni, di impianto neoclassico nelle linee architettoniche e nell’uso di fregi decorativi stilizzati, presenta otto colonne ioniche distribuite lungo il perimetro mistilineo mentre, al di sopra della trabeazione, la calotta è decorata a pelte, con globo e croce greca”. Nel corso della mia permanenza a Roma, nell’anno 2000, ho avuto modo di constatare che tanto nella Basilica di San Giovanni in Laterano quanto in quella di San Pietro, nelle rispettive cappelle del Sacramento, si trovano cibori simili al nostro. Il primo opera di Pier Paolo Olivieri realizzato nel 1600, ed il secondo di Gian Lorenzo Bernini realizzato nel 1674. Sicuramente, si ipotizza, i soggiorni Roma, e le stesse perizie di recupero della Basilica di San Pietro, hanno permesso a Vanvitelli di maturare nei suoi altari il concetto del ciborio di cui si stà argomentando. Sembra, è il caso di evidenziarlo, cosa curiosa sottolinea come un altare tanto noto della chiesa maddalonese si rifaccia nel ciborio a quella Basilica che nel passato alla nostra ha concesso “grazie ed indulgenze”. Un ciborio di gran lunga simili, per marmi e stile ho avuto modo di ammirarlo presso il Museo di Capodimonte, in Napoli, proveniente da una cappella gentilizia, sembrerebbe, di una tenuta reale napoletana.

22. G. Sarnella, Gli altari marmorei di Maddaloni in Maddaloni -il Centro Storico-Analisi e Metodologie, Napoli 1981, pagg. 114-115, trattando del nostro altare ci dice che “ la composizione...riunisce nella tematica compositiva esperienze parziali già estrinsecate nel Duomo di Siracusa nella Cappella Palatina del palazzo Reale di Caserta e nelle Chiese di S. Marcellino e Festo e Padri della Missione di Napoli,determinando una frattura con i canoni tipici del corrente gusto rococò napoletano secondo una tendenza monumentale, definita dai critici berniniani”. La detta corrente rococò trova un prototipo proprio a Maddaloni con l'altare della chiesa di S. Francesco d'Assisi. “Non vi sono angeli capo altare, intarsi con marmi diversi e volute di marmo bianco, ma la tradizione al gusto è presente soltanto nel disegno realizzato,dove il rapporto geometrico dei vari riquadri posti al di sotto della mensa è reso meno evidente dalla scelta dei marmi che con le loro venature tendono a rendere evanescente la composizione classica,che si completa nel tempietto ovale al di sopra delle fasce sopra la mensa” , con queste parole Sarnella introduce il nostro monumento.

23. Archivio di Stato di Caserta, notaio Pascarella, atti dell'anno 1762 pag.13r-22r.

24. Aniello Pascarella parlando di Di Lucca menziona anche la casa che lo ospiterà nel corso della realizzazione dell'opera marmorea. Infatti, dice, che risiederà nella casa di S.Maria del Popolo nel largo delle Pigne.

25. E. Nappi Fonti inedite per la ricostruzione della vita economica, sociale e culturale della Provincia di Caserta, in “Quaderni n. 5” a cura dell’ass. “Biblioteca del Seminario Civita Casertana”, Caserta 1999, pag.58. Da alcuni dati inediti del Banco del Popolo di Napoli il 12 aprile del 1771 e il 29 maggio 1776 troviamo dei pagamenti per le opere di Di Lucca nella chiesa. In particolare nel 1776 vedremo del come al marmoraro verrà commissionata anche la statua del Salvatore in rame, con bandiera, per il tempietto dell’altare di Vanvitelli, con le sembianze del quadretto sulla composizione della scuola di Marco Pino, nel presbiterio, ed in stucco sul fondo della navata della chiesa.

26. Vanvitelli fa presente che i marmi verranno lavorati in Napoli e solo dopo portati a Maddaloni per essere montati nella detta chiesa.

27. Si legge al primo punto che tutti i gradini sia in facciata che ai piedi dell'altare dovranno essere in marmo bianco di Carrara: “Imppomiggiati tutti, e lustrati a specchio”, caratteristica questa che vale per tutti i marmi. Al secondo punto si riferisce che il primo zoccolo deve essere di marmo Africano antico; al terzo si dispone che tutte le cornici, devono farsi in marmo giallo di Siena, saranno intorno ai basamenti dell'altare e ai gradini sopra la mensa; al quarto che la base dei piedistalli sorreggenti la mensa sia di marmo Breccia Antica. Al quinto punto si dispone che il paliotto dell'altare sia all'interno “ prima una continua fascia di verde antico Fiorito, di Verde Grado ed altro totalmente a scelta del suddetto Regio Ingegniero”. Al punto sesto si legge che “ tutti li specchi piani, e contenuti in mezzo di tutti i piadistelli, e paliotto, e del gradino sopra l'altare...si faranno di Alabastro fiorito...ed aperto a libretto affinchè le venature facciano opaga figura". Al punto sette si riferisce che il gradino della predella deve avere sopra un tondo di marmo bianco di Carrara ricoperto e inciso di marmi belli; all'ottavo si dispone che di bianco di Carrara deve essere anche la lastra unica che costituirà la mensa; al nono si dà la misura delle lastre di bianco di Carrara che copriranno i gradini dell'altare.

28. Proseguendo si parla di tante cose come delle consegne, delle questioni economiche, delle sistemazioni degli operai venuti da Napoli per realizzare l'opera, etc.

Continuando ancora: “ Intorno poi alla palaustrata. 1° Tutte le cornici in mezzo di marmo bianco di Carrara, tanto quelle del basamento, che quelle della cimosa,...gradino della palaustrata di marmo di Carrara.. 2° Tutti li palaustrini...di rosso di Varone bello, e fiorito...(con la pianta quadrata)... 3° Il pavimento di tutta la palaustrata avanti l'altare..con fasce di marmo, marmi di diversi colori, pietre colorite,con Rabasco... 4° Che tutti li lavori si dovranno fare, secondo li verranno ordinati dal suddetto Regio Igegniero...".

29. Testimoni, inoltre, all'atto notarile erano i signori: Magn. Apperto, don Nicola Tammaro, Magn.Stefano D'Ambrosio , Giuseppe Grauso e Salvatore di Maddaloni.

30. Probabilmente i marmi che servirono per la costruzione dell'altare vanvitelliano di Maddaloni provenivano dal laboratorio delle Pietre Dure di Napoli, come per l'altare della Cappella Palatina.

Per ciò che riguarda il prezzo complessivo dell'altare Giovanna Sarnella, sulla base degli atti che si citano, riferisce “l'Altare,ricco a profusione di marmi pregiati, costò ai governatori della chiesa ben 2946,77 ducati, fu realizzato tra il marzo del 1762 ed il settembre del 1763”, inoltre si riferisce che la somma superava enormemente quanto fino ad allora si era speso per un altare.

31. Qui si evidenzia del come siano opere di Di Lucca, l'altare , balaustra e pavimento disegnato da Vanvitelli, i portali e le iscrizioni, con cornici, dietro la porta grande, per il ricordo della consacrazione della detta chiesa, oltre naturalmente agli altari dei Cappelloni laterali il presbiterio. Vi è poi una nota sulla custodia dell'altare, probabilmente di Domenico Fiore che è , anche artefice dei modelli in rame e argento presenti a compimento dell'altare di Vanvitelli e dei tondi marmorei, dal regio architetto disegnati e da Di Lucca realizzati, posti sui pilastri della chiesa.

32. Dalla detta nota si evidenzia che la portella dell'altare maggiore la realizzata lui,utilizzando ducati 16.70 d'argento; per la Ghirlanda del Paliotto si registra una spesa poi di ducati 22.50.Tutta la spesa è di ducati 421.85.

33. L'ostensorio che di solito è usato è d'argento ed è del XVIII secolo, la sua tipologia è molto diffusa nel periodo della realizzazione e tra motivi vegetali presenta la raggiera con teste di cherubini. Molto probabilmente si tratta di scultore campano.

34. Con gli stessi marmi, come già accennato, e con lavorazione in rame di Fiore, sono i tondi sui pilastri della chiesa.

35. I candelabri sono stati interessati da un intervento di restauro sul finire del XX secolo, ed al momento del restauro erano abbastanza precari in termini di equilibrio per cui il restauratore provvedete a smontarli ed ad eseguire un trattamento anti tarlo ed antiparassitario. Considerando che le opere in questione non risultavano mai essere state restaurate dalla loro realizzazione (seconda metà settecento ad opera di Grauso) il restauratore provvide a recuperare l’oro zecchino dagli stessi candelabri, riutilizzandone poi il ricavato al punto da soddisfare il 70 % dell’oro richiesto per il rivestimento. L’ulteriore 30% di oro necessitante per l’ultimazione dell’opera costo un milione ed ottocentomila lire. In alcuni punti i candelabri erano vuoti per cui il restaurato provvide a mettere della resina artificiale. Il tipo di indoratura preesistente e quindi al tecnica rispettata nel recupero è detta matta con punti imbruniti (cioè lucidati con pietra d’agata). Il tutto con rivestimento di gomma lacca finalizzata alla protezione della doratura nel tempo. La cui preesistenza aveva reso possibile la conservazione dell’oro zecchino sulle stesse opere lignee. Infatti, gli organi della chiesa, mai restaurati, a quanto sembra, riescono a conservare il loro stato originaria grazie a questa protezione. Anche quest’ultimi, infatti, sono ricoperti di oro zecchino, ed il loro colore scurastro è dovuto solo all’ossidazione in alcuni punti di questa protezione. Il restauratore è Gustavo Viscusi. Gustavo Viscusi, già citato da chi scrive nella pubblicazione su San Michele Arcangelo (M. Schioppa San Michele Arcangelo, patrono di Maddaloni, Maddaloni 2001), in merito alla bandiera del 1991 che viene esposta con i giorni dei festeggiamenti in città o sul monte in onore di san Michele. In tal occasione lo definisco maddalonese. In effetti, il nostro artista restauratore è nato a Napoli il 25 settembre del 1956, è vissuto per un certo periodo a Caserta e poi anche a Catania, in Sicilia. E’ da considerarsi maddalonese solo d’adozione, avendo sposato una maddalonese, ed avente il laboratorio in via Roma di fronte la chiesa degli OMI. Va detto che alla fine anni ’80 del secolo scorso Viscusi, operante in loco soprattutto in ambienti privati, ha realizzato un prototipo dell’effige del nostro patrono alta poco più di trenta centimetri che andava riprodotta in larga scala ma le condizione economiche del consiglio di fabbrica dell’eremo, all’epoca guidato dal cav. Pietro Varra, non permisero la produzione in serie. Tra le altre cose va detto che Gustavo Viscusi, che annovera tra i suoi insegnanti il Maestro Guglielmini di Catania, tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo ha diretto un corso di Arte Grafica moderna presso il carcere minorile di Santa Maria Capua Vetere ‘Angiulli’, per conto della coop. La Mongolfiera di San Prisco, della quale era socio.

Agli inizi degli anni ’90 del secolo volto al termine il nostro artista restauratore ha fatto opera di recupero nella chiesa in relazione ai candelabri grandi sull’altare di Vanvitelli, come già anticipato, alla sedia presbiterale e sgabelli laterali. Inoltre è suo recupero il pannello ligneo, rivestito in oro zecchino 99 carati, proveniente dal coro all’epoca dello smantellamento, ed oggi posto sotto la mensa lignea del presbiterio, dono alla chiesa di mons. Cesare Scarpa nell’anno mariano 1988. Sempre di Viscusi è il lavoro in ferro posto alla base del crocifisso in cartapesta nel presbiterio della chiesa.

36. Quest’ultimi erano di dimensione 106 per 24 cm l’uno. Va detto che originariamente gli stessi erano sugli scalini dell’altare che era presenta nella sagrestia grande, quella a destra.

37. Per ciò che riguarda le loro dimensioni va detto che essi sono 140 per 30 cm l’uno.

38. Tutti i candelabri alla base hanno uno scannello di legno, che fa parte dello stesso, al quale sono uniti tramite asta di ferro al centro, messa postuma alla realizzazione, in modo tale che non oscillino essendo molto alti. Questi un tempo illuminavano o a cera o con candele al momento con energia elettrica che si servono di luci che riproducono la fiamma.

39. Questi con piede triangolare presentano tra due fasce curvilinee di bianco di Carrara a volute un corpo marmoreo di marrone granito con schizzi di giallo. Al di sotto di questo v'è una fascia lavorata a volute di giallo antico. Conclude il tutto il bianco di Carrara a foglie curvilinee che tendono a risalire verso l'alto formando il già detto piede triangolare.

Per il particolare gioco di curve credo che tali piedistalli siano stati realizzati dopo la realizzazione dell'altare avendone ripresi da questa alcuni canoni lineari.

40. Archivio di Stato di Caserta notaio Pascarella, 08 settembre 1782.

41. Il legame che ha il regio tavolario come altri artefici delle opere della nostra chiesa con il mondo regio è dovuto al legame già esistente tra i Carafa, del cui patronato, per via del possesso dell'Università, era l’amministrazione della stessa.

42. Le stesse sono state negli ultimi anni oggetto di un restauro da parte del Maestro Gustavo Viscosi. Per completezza di informazione, in relazione al restauro della Sedia presbiterale e sgabelli va detto che queste, secondo il restauratore, sono state oggetto di diversi interventi da inizio secolo ad oggi. La loro conservazione ed il tipo di intonaco necessario per l’oro zecchino oramai non aveva che poche tracce. Quasi niente oro zecchino tutto ritrattato con similoro. Considerato lo stato di cose le sedie state recuperate con similoro 30% del tipo scelta prima A. Ricoprirle di oro zecchino sarebbe stato affrontare una spese enorme, è, dopo tutto, significava fare un falso, dopo tutto il manto d’intonaco ed oro zecchino originale è andato perduto.

43.E' presente tra le due citate quello bianco di Carrara che riempie la cornice che ha un corpo di marmo brecciato come lo è del resto quello della balaustra.

Questi motivi, si concludono con motivi aspirali, al centro v' è una stella ad otto punte in giallo con alcune punte che tra gli angoli spuntano in rosso. La croce è inserita in un tondo verde.