
ROMA – Al Teatro Belli di Trastevere è andato in scena La singolarità, uno spettacolo che affronta un tema tanto specifico quanto universale: il disturbo dell’accumulo. Non aspettatevi un racconto in modalità “sciacalla” cui siamo soliti assistere nei programmi televisivi ma quello nato dalle pendici di un dolore comune, da una mancanza che si prova a colmare con gli oggetti, con la materia, con la presenza fisica delle cose quando quella delle persone viene meno. Alla base dello spettacolo c’è un lavoro di ricerca rigoroso. I tre interpreti – Nadia Fin, Gabriele Ratano e Francesco Savino – hanno dedicato sei mesi alla raccolta di testimonianze, intervistando persone affette da questo disturbo e confrontandosi con psicologi e associazioni che se ne occupano. Da questo materiale documentario nasce un racconto scenico che ibrida linguaggio teatrale e giornalistico, trasformando la cronaca di un fenomeno psicologico in una riflessione più ampia sulla nostra relazione con l’assenza, con la perdita e con la paura della fine. Il risultato è un’esperienza teatrale sorprendentemente equilibrata. Nonostante la profondità e la delicatezza del tema, lo spettatore non viene mai schiacciato emotivamente. Al contrario, lo spettacolo riesce a coinvolgere senza manipolare, a far riflettere senza abusare della sensibilità del pubblico.

La regia gioca con grande intelligenza sui registri emotivi e sui linguaggi scenici. Gli attori rompono più volte la quarta parete, ma lo fanno con misura, senza mai ricorrere a quel coinvolgimento forzato che spesso diventa un espediente sterile. Qui ogni rottura della barriera tra palco e platea è funzionale alla narrazione, parte integrante di una costruzione drammaturgica precisa. Molto efficaci anche le scelte coreografiche e il disegno luci, che accompagnano la trasformazione dello spazio scenico e contribuiscono a creare una dimensione dinamica, pulsante. Lo spettacolo alterna momenti di introspezione ad altri di leggerezza e ironia, fino a spingersi in trovate sorprendenti come una vera e propria base d’asta improvvisata, durante la quale uno spettatore ha acquistato un quadro impolverato per un euro. Episodi che rompono il ritmo con intelligenza e restituiscono al pubblico una sensazione di partecipazione autentica. Si ride, ci si commuove, e soprattutto si è portati a guardarsi dentro. Perché se il disturbo dell’accumulo è il punto di partenza, il nucleo tematico dello spettacolo è il modo in cui tutti noi cerchiamo, in modi diversi, di riempire i vuoti della nostra esistenza.

Sul palco i tre interpreti dimostrano un’intesa straordinaria. Nei momenti corali il loro dialogo scenico è fluido e naturale, mentre nei monologhi ciascuno riesce a esprimere pienamente la propria cifra attoriale. Tra loro spicca in modo particolare Nadia Fin, attrice emergente di straordinaria sensibilità. Il suo monologo sulla madre è uno dei momenti più intensi dello spettacolo: recitato con acume, leggerezza e profondità, riesce a entrare sottopelle e a lasciare una traccia emotiva che ti accompagna anche dopo la fine della rappresentazione. La singolarità è, in definitiva, uno di quegli spettacoli che dimostrano quanto il teatro possa ancora essere uno spazio di ricerca, di ascolto e di verità. Parte da storie molto specifiche, ma arriva a parlare di tutti noi: delle nostre paure, delle nostre mancanze e di quella ostinata, umanissima tendenza a riempire il vuoto con tutto ciò che abbiamo a disposizione.

