
Conobbi per la prima volta il lavoro di Nicola Vicidomini attraverso un post del Professor Alfonso Amendola, che scrisse un commento critico su uno dei suoi lavori. La stima profonda che nutro per Amendola mi spinse a interessarmi a quel nome, e quello che scoprii fu un mondo straordinario. Ebbi da subito l’impressione di trovarmi davanti a un incidente, un tir che ti si schianta addosso a cento all’ora, senza preavviso. Ricordo che gli scrissi su Facebook. Gli mandai alcuni video di cose che facevo all’epoca. La sua risposta fu secca, brutale nella sua onestà: «Si vede che reciti ancora». Poi aggiunse un’altra frase che mi è rimasta impressa: «Il problema lo devi tenere negli occhi». Due dritte semplici, decisive, che manifestavano anche una grande generosità nel prendersi il tempo di rispondere a un giovane sconosciuto che sognava di fare l’attore. Negli anni successivi sono andato a vederlo a teatro, ho visto tutto il materiale disponibile online sul suo lavoro, e qualcosa inevitabilmente mi ha influenzato. Perché tutto ciò che ti tocca, in qualche modo ti segna. L’ho contattato qualche giorno fa per chiedergli l’intervista «Guarda, le interviste le rifiuto tutte, anche i programmi televisivi. A te invece te la do».
È da qui che nasce questa conversazione.
Che cos’è per te la poesia e che rapporto hai con essa?
La poesia che cosa dovrebbe essere?!… Che cosa è stata?!
Oggi parlare di poesia è anacronistico, è passibile di denuncia. Oggi chi parla di poesia merita la galera. Tu che ne parli sei vecchio, appartieni al Novecento. La poesia è musica. La poesia è qualcosa di teologico. È percezione di un’assenza e il tentativo di declinare questa mancanza attraverso la proiezione di visioni. La nascita di un verso è molto vicina alla proiezione di Dio. Oggi, per me, parlare di poesia non ha senso. Chi si definisce poeta o parla di poesia viene emarginato prima ancora di muovere un passo. Nel deserto parli di poesia? Ma che sei scemo?

Venni a vedere un tuo spettacolo con la mia ragazza, psicologa. Al termine mi disse che vederti in scena è commovente perché restituisci l’essere umano nella sua forma pura al netto delle convenzioni, dell’educazione, senza maschere sociali. Ti riconosci in questa lettura?
Una psicologa di Catania ha prescritto la visione dei miei spettacoli. Non ci si può riconoscere in niente, tantomeno in sé stessi. Io credo che la tua ragazza (spero per te che ci stai ancora insieme, tienitela stretta una così) abbia colto esattamente — e lo colgono anche la maggior parte delle persone che vengono a vedermi — che quello che faccio è onesto e lucido.
Che tipo di esigenza c’è all’origine del tuo teatro?
Fare dei quadri che manifestino una visione. In quello che faccio c’è un’assoluta deposizione della volontà. Nelle visioni che cerco di declinare esteticamente c’è un atto pittorico. Quello che faccio è proiettare un mondo. L’utilizzo delle bestemmie, per esempio, è un elemento estetico che va a chiarire la dimensione con i suoi colori, lungi dall’essere ricerca d’effetto o di una reazione.

Come si tiene insieme la libertà creativa con la necessità di sopravvivere?
Esistono metodi alternativi se ti riferisci ai soldi. Sono un grande collezionista di dischi, compositore e produttore discografico. Sulla questione economica: mi piace, e sto prendendo gusto, a fare cose che non firmo, proprio per non esistere. Se proprio mi incastrano, vado a farle. Uno dei pochi a cui non riesco a dire no è Renato Sarti, direttore del Teatro della Cooperativa a Milano. Lì mi sento a casa. È uno dei pochi teatri rossi rimasti. È bello partecipare a questa forma di resistenza. Lì, per un attimo, torna l’illusione che esista una comunità. Io non credo più all’esistenza di una comunità, ma lì torno a illudermi che esista. Se mi chiama Cochi corro. Lì riconosco una corrispondenza.
Quando hai capito che quello che ti faceva ridere non aveva niente a che fare con l’idea comune di comicità?
Uno può fare tanti discorsi, ma alla fine una cosa che mi fa ridere, la faccio. Se non mi fa ridere, non la faccio. Le cose che fanno ridere me — e Gennaro Di Maio, che ha spesso collaborato ai miei testi — sono solo tragedie. Andavamo su Rotten a vedere le foto. Era il 2002–2003 quando comincia a definirsi un’estetica che oggi mi viene attribuita. Stavamo sul divano, c’era un libro di mia cugina con dei problemi di matematica, a un certo punto aggiungiamo una domanda. Lì iniziammo a scrivere i primi problemi, e ancora oggi alcune persone restano scioccate. Io evito di fare le cose che ho scritto negli ultimi anni, perché mi fucilerebbero.

Ti è mai stato chiesto di ammorbidire la tua maschera, ad esempio quando hai lavorato in Tv?
A voglia! Ma niente. Me ne andavo, oppure mi mettevo nelle condizioni di farmi cacciare, di farmi schifare. Mi divertiva. Ti posso parlare di Colorado, dove in realtà mi sono abbastanza divertito. Arrivavo con un percorso opposto. Provavo dei pezzi per lo spettacolo, mentre altri portavano dei pezzi già rodati. Facevamo scherzi, rubavamo i cioccolatini agli sponsor. In questi momenti, sembrava una gita scolastica in cui dovevi fare dispetti per ingannare l’attesa. Una volta, durante la registrazione della puntata, l’archetto del microfono stava cadendo. È problematico, perché rifai il pezzo daccapo e il pubblico non ride più. Chiara Francini (la presentatrice n.d.r.) cercò di salvarmi aggiustandomelo, ma io giuro che facevo il tifo per il microfono. Era più onesto di me. Ho affrontato qualsiasi cosa abbia fatto in tv con questo spirito. Questo siamo: un microfono che cade. Ho sbagliato ad accettare le proposte televisive che negl’anni mi sono arrivate. Nel momento in cui una cosa viene presentata in una cornice che non è alla tua bassezza, ne esce mediata, sfigurata, depotenziata e vince sempre la simpatia di chi ti sta intorno. Odio la simpatia.
Come collochi la tua comicità all’interno della tradizione comica italiana?
Nessuno sceglie dove stare. Non scegliamo un cazzo di quello che siamo e di quello che facciamo. Siamo un fenomeno chimico. E come fenomeni chimici abbiamo tensioni innate e precise verso l’esistente che si declinano in modi diversi. Così come non ho scelto di nascere o di perdere i capelli. Quello che mi piace non è quello che sono. Le cose vanno fatte per urgenza, sennò si rischia di essere calligrafici o peggio oleografici. A me piace la musica. Il teatro mi fa schifo. Leo de Berardinis, nel suo sparire davvero — uno che se ne va a Marigliano e non gliene frega niente dell’esserci — è il numero uno. Merita un rispetto religioso. Sto al sesto programma Tv che rifiuto. C’è una questione: la volontà è sempre disonesta. Soprattutto oggi perché viene maggiormente canalizzata nelle strutture del reale. È un aborto in partenza. Diceva Gaber che la libertà è partecipazione. Per me la libertà è non partecipare.

Se dovessi parlare a un giovane attore oggi che osserva il tuo lavoro e che cerca ispirazione da quello che fai, cosa gli diresti?
Chi vuole fare l’artista oggi dovrebbe cercare di essere altro da sé stesso, e magari, zappare la terra.
Fino a quarant’anni fa la volontà non veniva fottuta sul nascere dalle strutture del reale. La volontà di Pasolini, di Leo de Berardinis, fino a un certo punto manteneva una sua onestà, perché le strutture capitalistiche arrivavano dopo. Oggi, nel momento stesso in cui esprimi una volontà, viene stroncata sul nascere. Chi continua a credere di esercitare una volontà e una libertà è agito. In questo momento storico bisogna negare la propria esistenza. Punto. Non bisogna avere la volontà di esistere. Chi vuole fare l’attore non deve farlo. Deve continuare a sognarlo, posto che sia possibile. Vuoi fare l’attore? Fatti una baracca nella foresta pluviale, sott’acqua, che ne so. Buttate il telefono. Per esempio, io faccio tante cose che non vedrà mai nessuno. È bello questo dispetto radicale di negare al mondo la fruizione di un’opera.

