
L’ho conosciuta qualche tempo fa e mi ha colpito subito per la sua versatilità: Chiara Cami è un’artista che non si lascia incasellare facilmente. Canta, scrive, recita, fa ridere e riflettere con la stessa naturalezza con cui passa da un palco a un video per i social. In lei convivono attitudini come ironia e vulnerabilità, leggerezza e profondità. L’ho intervistata per capire da dove nasce questa urgenza di esprimersi in così tante forme e cosa significhi, oggi, vivere d’arte.
Partiamo da una domanda semplice: che cos’è per te la poesia?
Se devo essere onesta, per me la poesia è una canzone senza musica. Leggo tutto in funzione della musicalità: da bambina è la prima cosa che mi ha colpito.
La poesia è una forma d’arte, un ingrediente di qualcosa di più grande. Non sono una grande appassionata di poesia scritta, ho letto Patrizia Cavalli e qualcosa di poesia contemporanea. Mi ha incuriosito invece il mondo del Poetry Slam, che ho conosciuto tramite Giuliano Logos. Una volta andai a vedere uno spettacolo dove, alla fine, c’era una jam con musica e parole. Lui mi invitò sapendo che sarei andata lì per la Jam non sapendone nulla di poesia. Mi piacque così tanto che decisi di inserirla anche nelle mie serate. Mi sono pure cimentata, ma non credo di esserci particolarmente portata.

Hai attraversato forme molto diverse: canto, performance, comicità, blogging. Se dovessi dire in quale di queste ti senti più rappresentata oggi, quale sceglieresti e perché proprio quella?
Domanda da un milione di dollari! È qualcosa a cui penso praticamente ogni giorno.
Mi riconosco solo nell’ibrido: non riesco a fare una cosa che sia solo una. È iniziato tutto con YouTube, poi nelle canzoni ho inserito elementi di scrittura e di racconto. Le canzoni che hanno avuto più risonanza sono proprio quelle ibride.
La prima a ottenere attenzione sui social è stata La coinquilina, che non è propriamente comica, ma la definirei leggera. In altre ho parlato di tematiche come il narcisismo. Forse “comica” è l’ultima definizione che mi darei: la comicità è qualcosa che, se ci penso troppo, non mi viene.
Identificarmi come comica mi crea disagio. Mi capita però di fare spettacoli come Severe, che porto con la mia collega Aurora Di Marcantonio, dove mi servo della comicità come linguaggio. Ma alla fine… non lo so esattamente.

La tua arte sembra muoversi sul confine tra ironia e vulnerabilità. Quanto c’è di autobiografico nei tuoi testi e quanto invece è costruzione scenica?
Tantissimo. Tutto è autobiografico, anche se a volte modifico delle forme o cambio piccoli dettagli per tutelare le persone coinvolte.
Contrariamente a quanto qualcuno può pensare, tengo molto alla privacy e all’identità delle persone: non mostro mai troppo sui social. Scrivere, per me, è un modo per mettere in ordine i pensieri. Nel momento in cui scegli di scrivere e di pubblicare, stai scegliendo anche un punto di vista: non è mai la verità assoluta, ma una somma di rielaborazioni.
Dirti che è tutto “in purezza” sarebbe una bugia: il personaggio è basato su cose vere, ma sempre filtrate da una forma narrativa.
Oggi “fare l’artista” significa anche confrontarsi con la visibilità, con i social, con un pubblico che giudica in tempo reale. Cosa ti spinge, nonostante tutto, a continuare a metterti in gioco online?
In questo periodo vivo un rapporto un po’ difficile con i social. Su Instagram mi sento in stallo, mentre su TikTok sto meglio: lì racconto storie, come facevo all’inizio.
Quando ho cominciato, ero una ragazzina sola, un po’ emarginata — o forse autoemarginata — e i social mi hanno aiutata a creare una comunità.
Oggi, però, li vivo con una certa oppressione. Mi sembra che anche chi non è artista si senta oppresso: è come se tutto fosse in vendita.
Continuo a usarli perché organizzo eventi e ho bisogno di promuoverli, ma personalmente li vivo sempre più con fatica. Credo che ci sarà un ritorno a YouTube, a spazi più lenti e narrativi.
Quello che mi spinge a restare è la necessità di indipendenza: gestire da sola la mia comunicazione, raccontare ciò che faccio. Su TikTok, almeno, mi diverto ancora — sia da fruitrice che da creator.

Guardando al tuo percorso, sembra che ogni linguaggio che scegli sia una diversa traduzione di un’urgenza. Cos’è che senti di dover dire, sempre, con qualsiasi mezzo?
È una domanda che mi faccio spesso: “Perché voglio scrivere? Ho davvero qualcosa da dire?”
In questo momento ti direi che la mia urgenza è comunicare che si può cambiare strada nella vita.
È quello che ho detto anche al TEDx di Mantova: ogni volta che scrivo una canzone è un giorno in più in cui non lavoro come avvocato.
Per quanto sia un privilegio, è anche una scelta possibile: c’è sempre qualcuno, là fuori, che vuole connettersi con te per ciò che hai da raccontare.
L’urgenza, per me, è costruire una comunità e continuare a esprimere la mia voglia di vivere attraverso la musica. Continuerò a farlo in tutti i modi in cui l’arte me lo permetterà.

