
Ci sono film il cui fine non è semplicemente quello di raccontare una storia, ma quello di restituire allo spettatore uno sguardo diverso, un punto di vista rinnovato.
San Damiano, il documentario diretto da Gregorio Sassoli e Alejandro Cifuentes, appartiene a questa categoria: un’opera che non giudica, non edulcora, non abbellisce, non edifica ma si limita a mostrare l’essere umano nella sua nudità, nella sua più intima e cruda rappresentazione. Nella sua tremenda fragilità.
Il protagonista, Damian, trentacinquenne polacco fuggito da un ospedale psichiatrico, trova rifugio a Roma, nei pressi di Termini. Non accetta di vivere per strada come gli altri senzatetto: si arrampica su una torre delle Mura Aureliane e la trasforma nella propria casa sospesa, fortino da cui osserva il mondo.
Attorno a lui prende forma una comunità di invisibili, figure che il film non tratta mai come comparse ma come volti, donne e uomini che hanno un nome proprio. Tra questi, Sofia, donna senza dimora ma con una forza magnetica, che intreccia con Damian un rapporto denso di amore e conflittualità.
La scelta stilistica dei registi è radicale: immagini verticali, video sporchi, frammenti rubati da un tablet, alternati a inquadrature di grande potenza lirica. È un linguaggio che richiama la lezione del neorealismo italiano — De Sica, Rossellini, Pasolini — quanto il rigore del cinéma vérité francese. Se i primi posavano lo sguardo sulla miseria del dopoguerra per ridare dignità agli ultimi, Sassoli e Cifuentes adottano la stessa prospettiva nella Roma del Giubileo 2025, restituendo alla città i suoi esclusi.
Il film vibra costantemente di un senso di umanità bruciante, spesso contraddittoria. Damian urina su una moto, beve, esplode in violenza. Ma lo stesso uomo pronuncia parole che restano scolpite:
“Mamma, io non so cosa devo scegliere, se essere un dio o un diavolo.
Se io sarò un dio mi uccideranno subito.
Però, mamma, se io sarò un diavolo, avranno paura di me.”
È in questa ambiguità che San Damiano trova la sua grandezza: non separa il “buono” dal “cattivo”, il “giusto” dallo “sbagliato”. Lo spettatore non è invitato a comparare, ma a identificarsi con chi i margini li abita, li vive quotidianamente.
Come nei lavori di Herzog o di Kiarostami, il documentario è denso di momenti di poesia visiva: la torre di Damian non è solo un rifugio ma una metafora dell’essere umano che si isola per difendersi, ma al tempo stesso desidera ardentemente essere visto, amato.
In un tempo in cui il cinema spesso si rifugia nel rapido consumo, San Damiano si erge come un gesto poetico e politico. È il cinema che parla di noi, della città che abitiamo, dei volti che incrociamo ogni giorno con indifferenza, chiusi come siamo nel nostro vorticoso cinismo autoassolvente.
Forse il più grande merito di Sassoli e Cifuentes è proprio questo: ricordarci che, come nel neorealismo del dopoguerra, l’umanità è sempre lì, ostinata, anche tra le macerie. Sta a noi avere la capacità di riaccogliere la sfida, alzare lo sguardo, scorgere i barlumi di umanità sepolta dallo sconquasso e dalle contraddizioni di una società che ha abbandonato gli ultimi, marginalizzandoli e criminalizzandoli, ignorando chi non rientra nelle logiche stringenti di un capitalismo deumanizzante che non guarda più in faccia niente e nessuno.
