CASERTA – E’ stato presentato a Roma, alla Radio Vaticana, il libro «Angelo Narducci e Avvenire» di don Giuseppe Merola, sacerdote casertano della diocesi di Capua. Il volume è dedicato al direttore di Avvenire, che guidò il prestigioso quotidiano nazionale negli anni Settanta, forse i più tribolati d’Italia dal dopoguerra in poi.
Il libro è stato presentato da Angelo Paoluzi, ex direttore di Avvenire; Angelo Scelzo, sottosegretario al Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali; Massimo Franco, editorialista del Corriere della Sera; Marco Tarquinio, attuale direttore di Avvenire e Giuseppe Costa.
Nel 1969, a 39 anni, Angelo Narducci, aquilano, caporedattore al «Popolo» di Ettore Bernabei e poi vicedirettore della «Gazzetta del Popolo», veniva chiamato a sostituire Leonardo Valente alla guida di «Avvenire».
Giornalista, ma non solo, Narducci, a 25 anni dalla scomparsa è al centro dell’indagine di don Merola: Angelo Narducci e «Avvenire». Storia di un giornalista, poeta, politico con l’ansia di essere cristiano, Aracne editrice. Don Giuseppe Merola è il direttore dell’Ufficio Comunicazioni sociali della Diocesi di Capua. Con metodo da vero studioso, don Merola ha «letto» da cima a fondo un decennio e oltre del giornale attraverso la vicenda umana e professionale di un direttore attento e misurato nei toni, quanto poliedrico nelle espressioni di un talento che andava ben oltre la dimensione professionale.
Narducci infatti Amava la poesia e scriveva versi quasi di nascosto, per non correre il rischio, affermava, di «non essere preso sul serio né come poeta, né come giornalista». Le liriche finivano generalmente nelle mani di amici, ma nel ’58 fu però pubblicata una raccolta (Il ragazzo che ero, editore Sciascia, prefazione di Giacinto Spagnoletti).
Un’altra raccolta, pubblicata postuma nell’87, porta la prefazione del suo conterraneo Mario Pomilio. Chiamato ad «Avvenire» da Paolo VI, e in rapporti di amicizia con Aldo Moro, Narducci ha vissuto in maniera straordinariamente intensa i drammi e le tragedie di quel decennio, fino al terribile epilogo di via Caetani.
E gli editoriali di «Avvenire» di quei giorni, più che articoli sono veri e propri documenti di un’epoca. È in questo senso che al poeta, e al politico viene a sovrapporsi l’ansia di essere cristiano.
La formazione da intellettuale, con i primi articoli su di Giambattista Vicari, le scoperte di Mounier e Maritain, le letture di Bernanos e Mazzolari, oltre che l’affinità politica con il pensiero di de Gasperi e Sturzo, di Dossetti e La Pira, non faceva velo a un impegno ordinario scandito dai ritmi e dalle esigenze di una macchina complessa qual è quella di un giornale.
