“Anema e core” è una canzone popolare del 1950 composta dal paroliere Tito Manlio e messa in musica da Salve D’Esposito. Di questo brano sono note le esecuzioni e le interpretazioni, tra gli altri, di Roberto Murolo, Gigliola Cinquetti, Massimo Ranieri e Ornella Vanoni, con la partecipazione del brasiliano Toquinho, a dare un pizzico di animo jazz. Meno nota è la reinterpretazione, lo si dice per giubilo, di don Carmine Ventrone, parroco presso le Chiese Santissimo Salvatore e Santa Maria Assunta di Recale, nonché membro del Consiglio Affari economici della Diocesi di Caserta. Già, perché per lui si dovrebbe parlare, oltre che di anima e cuore, anche di corpo. Scoprirete il perché tra le righe della chiacchierata che ci ha donato.
«Grazie ai fondi dell’8×1000 ho ereditato la parrocchia Santissimo Salvatore in ottimo stato dal parroco precedente, don Silvio Verdoliva, che adesso svolge il suo ruolo a Casagiove. I lavori di ristrutturazione della maggior parte della struttura sono stati ultimati nel 2022. Il plesso è stato riconsegnato alla comunità quale centro di servizi di accoglienza e punto di riferimento per le famiglie della diocesi. Al momento la struttura è in via di sviluppo, ed è composta dalla casa canonica e da una serie di luoghi dedicati alla pastorale. I lavori devono essere completati. Alcuni plessi sono ancora in fase di recupero, perché parliamo di una struttura vecchia e quindi c’è ancora bisogno di fare qualche intervento.
L’idea è di aprire questi luoghi alla comunità. In primo luogo, sicuramente, l’oratorio della parrocchia, che è lo spazio più importante. Bisogna cogliere e dare seguito a quelle che possono essere le utilità pastorali, iniziando dalla famiglia.
Nella nostra Diocesi è in corso di svolgimento un progetto inaugurato dal vescovo D’Alise e portato avanti con successo dal vescovo Lagnese sulla pastorale familiare. Abbiamo tenuto dei convegni ma il monsignor vuole restituire alla Diocesi, concretamente, tutto il lavoro compiuto, partendo proprio dalle famiglie.
In secondo luogo, a Recale, l’idea è quella di unificare le due parrocchie (Santa Maria Assunta e Santissimo Salvatore), e mettere in atto una sola azione pastorale. Stiamo parlando di un lavoro e di un investimento a beneficio di circa 8000 abitanti e fedeli. Le due chiese devono imparare a camminare insieme per essere un tutt’uno. Vogliamo che diventino “un cuor solo e un’anima sola”, citando la Sacra Scrittura, e che rappresentino un punto di riferimento per tutto il territorio, partendo dall’aspetto caritatevole, per arrivare all’aspetto familiare, per continuare sulla via sacramentale di accompagnamento nelle diverse tappe della vita del credente».
Don Carmine, quale dovrebbe essere, secondo lei, il ruolo della Chiesa nel sociale?
«La Chiesa non deve mai dimenticare la propria natura, che è quella di annunciare Gesù Cristo. Questa è la missione più importante. Altrimenti rischiamo di diventare assistenzialisti, meri sostituti di quella che dovrebbe essere l’azione civile. Noi dobbiamo essere un punto di riferimento sociale. La nostra cura è rivolta all’anima e al corpo. Questi due aspetti non vanno separati. Quando la Chiesa cura, cura tutta la persona: la sua sfera interna e quella esterna, dando la giusta dose sia all’una che all’altra. Mi piace sottolineare il fatto che Gesù sia rinato proprio in anima e corpo. Se forniamo solo il genere alimentare, stiamo facendo assistenza sociale. Se predichiamo solo la parola di Dio, stiamo facendo spiritualità. Dobbiamo donare l’una e l’altra cosa, insieme».
Quindi spiritualità ma anche materialità, o per meglio dire concretezza: sono due facce della stessa medaglia? Bisogna arrivare alla mente ma anche alla pancia delle persone, ai bisogni di tutti i giorni?
«Esatto, c’è bisogno di concretezza nell’azione. Ciò che conta è tutta la persona, nella sua interezza. Dietro al pasto che offriamo ci dev’essere anche una forma di fede, che va coltivata, altrimenti ci sostituiamo ad una qualsiasi agenzia sociale presente sul territorio. Ma non è questa la nostra natura, la nostra vocazione».
Quale dovrebbe essere il rapporto ideale della Chiesa con le istituzioni? Di cosa si dovrebbe occupare la prima, di cosa invece le seconde?
«Le due realtà possono collaborare nella misura in cui sappiano rimanere fedeli alla propria vocazione, nel rispetto dei propri ruoli. La persona è, ad un tempo, cittadino e fedele».
Anche qui due facce della stessa medaglia?
«Assolutamente. La stessa amministrazione comunale rappresenta sì la parte politica e civile del paese, ma al contempo è composta da fedeli delle nostre parrocchie: devo curare e ricordare loro l’aspetto religioso. E loro ricordano a me l’aspetto civile, in quanto anch’io sono un cittadino di Recale. Siamo due mani dello stesso corpo».
Tornando alla materialità, quali sono le vostre fonti di sostentamento economico?
«In primis l’8×1000, su cui c’è da sfatare un mito: per molti serve solo per sostenere economicamente i preti, ma non è vero, perché tramite esso si realizzano tanti progetti che la CEI sponsorizza. Si pensi a quello che è successo ultimamente in Emilia-Romagna: la CEI ha dato una grossa mano pescando dai fondi dell’8×1000. Quindi è una risorsa che viene reinvestita nel territorio, non è soltanto un sostegno al sacerdote: egli a sua volta, con quella fonte, sostiene le attività pastorali. Ad esempio è stato possibile intervenire sulla struttura del Santissimo Salvatore grazie all’8×1000. È importante ricordarsi che con un piccolo sforzo noi riusciamo a compiere gesti concreti di vicinanza, assistenza e di prossimità ad ogni persona che incontriamo nel nostro cammino pastorale. È una parte del sostentamento economico del clero, ma è tutto l’insieme a fare la differenza. L’8×1000 è importante per noi perché possiamo mettere in atto interventi caritatevoli sotto ogni forma. Ad esempio da quel tesoretto noi attingiamo anche per il contributo alla Caritas, al fine di tendere una mano alle famiglie: vengono persone a chiederci un aiuto per le bollette; ci può essere la necessità di acquistare un farmaco; oppure materiale per la scuola, per i figli. Ho comprato di recente degli zaini, dei testi didattici, oltre che delle scarpe per i più piccoli. Sono denari che vengono immessi nuovamente in società, senza trattenere nulla».
Quanto al profilo della trasparenza e della tracciabilità di queste spese, è tutto rendicontato?
«Assolutamente sì, fino all’ultimo centesimo. L’anno scorso, per fare un esempio, ho comperato 2500€ di buoni spesa: li ho distribuiti alle famiglie nel mese di settembre, con tanto di fattura e bonifico. Più trasparente di questo non so cosa ci possa essere!»
Cosa direbbe a un fedele che è indeciso sul donare o meno alla Chiesa cattolica?
«Vorrei rassicurare che non si tratta di un mantenimento della persona del prete, ma sono fondi che servono per arrivare ad altre persone, che non si conoscono, ma che hanno bisogno e traggono un grande beneficio dall’8×1000. Siateci.»

