MADDALONI (Caserta) – La figura umana e sacerdotale di don, anzi mons. Salvatore Letizia è parte dell’identità maddalonese, e più specificatamente del quartiere periferico “Montedecoro” per mezzo secolo[1]. Infatti, è a tutti nota la sua pluridecennale guida del Santuario e Parrocchia di Santa Maria di Montedecoro, nella omonima frazione maddalonese, dove era soprannominato “fegatiello” o “fgatiello” o “fcatiello”.
Il soprannome era legato al fatto che era un personaggio coraggio che non aveva paura di nessuno, non temeva di affrontare (per uno scopo costruttivo e socio benefico) eventuali antagonisti anche dalla dubbia fama. Aveva dunque il “fegato”[2] per tenere testa a chi doveva. Del resto nella sua quasi quarantennale esperienza parrocchiale a Montedecoro è noto per aver addolcito gli animi di personaggi “temerari”.
Spesso ha avuto modo di ricordarlo per le sue molteplici attività e presenze[3] fin dalla sua ordinazione sacerdotale avventa il 23 dicembre 1939 ma oggi a ventuno anni dalla morte penso sia doveroso un ricordo più articolato.
Salvatore (Maddaloni 19 ottobre 1911 Maddaloni 4 febbraio 2000) nasce da papà Angelo (Maddaloni1 febbraio 1882 – Maddaloni 18 ottobre 1965) e da Maria Menditto[4] (Maddaloni28 maggio 1884 – Maddaloni 15 aprile 1955)[5].
La caratterizzazione della famiglia d’origine coinvolgeva anche Salvatore e tutti gli altri componenti di casa nell’impiego professionale dei genitori. A tutti i figli era richiesto dividersi tra scuola e lavoro nella osteria[6] di famiglia[7], a Maddaloni[8], in via Brecciame gestita dai genitori, in special modo da mamma Maria[9].
Si badi che sono dopo la metà del secolo scorso sorgerà l’attuale via Libertà che collega Caserta a Maddaloni per poi cedere il passo al prosieguo che prende il nome di via Caudina e con via Forche Caudine / Strada Statale che conduce al beneventano. Dunque fino a quel periodo la strada di collegamento tra Caserta e Maddaloni e dunque il prosieguo era quella in cui insisteva proprio la locanda dei Letizia ed era il primo approdo abitato e ristorativo per chi proveniva da Caserta o l’ultimo del territorio alle porte di Caserta e quindi sede privilegiata anche di viaggiatori, di persone con ruoli e di tanti sacerdoti, come racconterà anche in mia presenza in tarda età lo stesso don Salvatore Letizia[10].
La formazione religiosa (per quella scolastica dopo l’iniziale a Maddaloni ha proseguito, con il Seminario Vescovile di Caserta e a seguire con gli altri confratelli al Maggiore. Considerata la data di ordinazione sacerdotale si presume che abbia avviato gli studi filosofici teologici con qualche anno di ritardo rispetto ai coetanei) di don Salvatore è legata alla chiesa parrocchiale di San Benedetto Abate e alla figura del canonico e vicario foraneo can. Giuseppe Santonastaso. Con don Salvatore Letizia all’ombra di questo sacerdote molto noto e impegnato anche a livello diocesano vi sono altre figure sacerdotali importanti come don Salvatore d’Angelo, don Salvatore Izzo e don Giuseppe Magliocca che saranno chi più chi meno legati a don Letizia. Lo stesso contesto vedrà la formazione di una riguardevole parte della società civile come il poeta e letterato Aniello Barchetta[11] o il politico Salvatore Cardillo, e cosi via.
Della stessa comunità parrocchiale don Salvatore Letizia sarà per un ventennio vice parroco mentre don Salvatore d’Angelo[12] sarà amministratore parrocchiale dalla morte del canonico Santonastaso nel 1961 fino alla nomina del parroco don Stefano Tagliafierro nel 1969.
Un profilo sintetico del sacerdote lo si ricava dalla lapida fuori la cappella cimiteriale a Maddaloni (datata in Montedecoro 4 ottobre 1996) e dall’Annuario della Diocesi di Caserta 1985 (a cura di Claudio Nutrito e Carlo Viggiano, Tipografia Russo, Caserta).
Complessivamente don Salvatore Letizia è stato Canonico del Capitolo della Cattedrale di, Caserta, primo cappellano del Corpus Domini (con privilegi lateranensi)[13] ad inizio carriera per un breve periodo fu parroco di Falciano della chiesa dei Santi Gennaro e Giuseppe nel 1959 e per tempo Commissario dell’Arciconfraternita di S. Maria de Commendatis di Maddaloni e della Confraternita di Santa Maria di Montedecoro, fu Rettore dell’eremo di S. Michele, ed ancora per 20 anni, essendo vice parroco di S. Benedetto Abate[14] ed ancora fu, grossomodo per ventennio aiutante di don Salvatore d’Angelo nel Villaggio dei Ragazzi di Maddaloni. Con la fine degli anni 50 e l’inizio degli anni 60 fu Parroco di Montedecoro, della chiesa di Santa Maria di Montedecoro, soprannominata la piccola Montelepre, dove passò non solo 37 anni (come dice la lapide fino al 1996, ma 41 fino al 2000) ovvero quelli che lui stesso ritiene i più belli della sua vita, tra i suoi parrocchiani che vollero che morisse in mezzo a loro perché sua madre Menditto Maria era originaria di Montedecoro. Negli anni ‘80 sarà anche Rettore di S. Maria Assunta.


Da seminarista devo sottolineare il forte impegno per le vocazioni e per il seminario diocesano di Caserta sia per l’impulso dato dalla pastorale vocazionale di don Valentino Picazio ma anche per la sua forte volontà di sostenere l’azione vocazionale cosa che ha fatto con una borsa di studio di 10 mila euro, con l’acquisto e dono al Seminario di una Fiat Uno bianca, e con ogni sorta di disponibilità alle giornate vocazionale o mese vocazionale proposto da don Nicola Lombardi e don Edoardo Santo, una volta alla guida del seminario diocesano, ed ancora sempre dei due giovani sacerdoti la proposta della formazione dei giovani in preparazione al percorso della Confermazione, della Santa Cresima. Nell’ottica vocazionale vi è stata anche la vocazione di don Carmine Ventrone che inizia a maturare la sua vocazione proprio nell’ambiente parrocchiale di don Salvatore Letizia.

Prima di accennare all’esperienza parrocchiale a Montedecoro vale la pena qualche considerazione sulla sua presenza presso la comunità di San Benedetto e con essa l’Eremo di San Michele e presso la Fondazione Villaggio dei Ragazzi dell’amico e parente don Salvatore d’Angelo.
La prof.ssa Anna Giordana, tra le fondatrici del CIF casertano e per decenni leader campano e casertano della stessa organizzazione, ricordando l’impegno nel e del Cif anni dopo guerra offre uno spaccato dell’attività del C.I.F. (Centro Italiano Femminile) a Maddaloni,: La realtà cittadina era evidente nel secondo dopo guerra, da qui si decise di poter svolgere le attività del CIF nel fabbricato detto della “Conceria”[15], ad uso della comunità parrocchiale di San Benedetto Abate (che ne è proprietaria). Figura carismatica di coordinamento era retta da don Giuseppe Santonastaso, che usava il fabbricato oltre che per le diverse attività pastorali anche come casa canonica. Intanto però don Giuseppe non è più solo a svolgere le attività comprese quelle di supporto al CIF, ed infatti, tra gli assistenti aveva don Salvatore d’Angelo, don Salvatore Letizia ed ancora altri tra cui don Salvatore Izzo[16].
Si consideri che don Giuseppe in virtù anche della propensione e della valorizzazione dei propri talenti si serviva in modo mirato dei suoi figliocci spirituali. A don Salvatore Letizia oltre ad affidargli l’incarico di vice parroco gli affidò quello di Rettore dell’Eremo di San Michele, fino agli anni ‘70 grosso modo, e con esso la cura dei festeggiamenti. Qui tra le figure laiche di primordine che supportarono il sacerdote vi era il cav. Salvatore Croce.

Don Salvatore a cui non sfuggiva il rapporto, talvolta anche più che “religioso” dei maddalonesi nei confronti del Santo e della Festa ed ancora del pellegrinare dell’effige per le strade cittadine e della campagna, seppe ben svolgere questa sua funzione di cura spirituale e di guida pastorale, per quanto era possibile sul monte, anche in considerazione che l’eremo poi santuario era espressione e di fatto “appendice” della chiesa di San Benedetto. Tanti sono i ricordi di questo impegno, anche fotografici, che richiamano tra le altre cose la presenza sul monte, durante la festa dell’apparizione dell’8 maggio un altro sacerdote, tra gli altri, Padre Salvatore La Farina che con don Salvatore Letizia condivideva la collaborazione con il confratello don Salvatore d’Angelo nella Casa del Fanciullo poi Villaggio dei Ragazzi. Ciò, al di là della volontà condivisa di poter fare qualcosa per l’infanzia nel dopoguerra, era anche supportato giuridicamente dal fatto che la futura fondazione di don Salvatore nasce e per lungo tempo sarà “appendice” della stessa chiesa parrocchiale di San Benedetto.
Nella Casa poi Villaggio don Salvatore si occupava del refettorio e dei rapporti con la cucina. Era sempre disponibile con don Salvatore d’Angelo ed all’occorrenza in altre mansioni. Non è sfuggito a nessuno che si trattava di due caratteri forti, più accondiscendente magari era Padre La Farina con cui collaborava, e che qualche volta non si trovavano pienamente d’accordo magari sfociando anche in qualche discussione. Ma così si riusciva a costruire anche meglio per i bene dei fanciulli e ragazzi.


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Grazie alla consultazione dell’archivio fotografico del Villaggio da parte di Franco La Farina, che si ringrazia, è stato possibile accertare al di là della collaborazione stabile nelle attività quotidiane anche la presenza di don Salvatore alle Messe, Comunioni , Cresime e altri eventi di rilievo.
A questo punto, per completare l’argomento e contestualizzare la presenza di don Salvatore Letizia propongo una panoramica dei sacerdoti che hanno collaborato con don Salvatore d’Angelo nel Villaggio e nelle comunità di cui gli è stato chiesto di occuparsi come le chiese di San Benedetto a Abate e SS Corpo di Cristo di Maddaloni oppure della Cattedrale di Caserta Vecchia. Ebbene don Salvatore d’Angelo è stato assistito da subito da don Giuseppe Magliocca, don Salvatore Letizia (responsabile del refettorio[17], che riceveva talvolta sonori richiami dal fondatore del Villaggio dei ragazzi per il suo interloquire in dialetto che non si confaceva con l’educazione che si voleva dare ai ragazzi), don Salvatore Izzo, un certo don Vigliotti, don Michele Sordillo, don Angelo Rienco, a seguire da Padre Salvatore La Farina (15/01/1900-10/01/1972), Padre Greco e don Stefano Tagliafierro che lo ha assistito fino alla fine e nato vocazionalmente nel Villaggio si può dire che è rimasto nello stesso fino alla nascita al cielo.
Nella chiesa di Montedecoro ha vissuto il grosso della sua vita coinvolgendo tutta la comunità e sopratutto quella socialmente, culturalmente e politicamente impegnata per il bene comune. A titolo esemplificativo si ricorda come ospitò nei suoi locali anche una succursale dello sportello anagrafici civile comunale per il servizio alla comunità.

Anche i momenti di festa erano la giusta occasione per fare comunità, come ricorda il cav. Giuseppe De Lucia, che dalla prima ora, testimonia, ha collaborato con don Salvatore per organizzare la festa patronale parrocchiale.
I Collaboratori di quegli anni mi hanno testimoniato come don Salvatore aveva un carattere socievole, scherzoso e, a volte, anche divertente con tutto il popolo.
Era sempre disponibile ad ogni richiesta e, soprattutto per questo, era ben voluto.
Amava le feste patronali, le processioni, le ricorrenze ed incoraggiava i volenterosi a darsi da fare per organizzarle con la sua attiva partecipazione. Segue una foto in cui è insieme ad uno dei vari comitati dei festeggiamenti con il cav. Giuseppe de Lucia.

Era una “buona forchetta” e gradiva che in occasione delle suddette feste si mangiasse abbondantemente.
Amava le bande musicali ed i “concertini in piazza” a cui partecipava con piacere.
Amava essere invitato ai pranzi di matrimonio, comunioni e cresime ai quali partecipava con piacere.
Supportava l’Azione Cattolica e, oltre alle normali incombenze, mise a disposizione della stessa il giardino situato dietro la chiesa dove fu costruito un campo di calcetto e divenne luogo di aggregazione.
Nei mesi scorsi ho provato a condividere foto di don Salvatore su Facebook per comprendere fino a che punto fosse ancora vivo il ricordo e che ricordo i suoi fedeli hanno di don Salvatore Letizia.
Tanti, davvero tanti i contributi, liberamente visibili nei diversi gruppi tematici su Maddaloni e Montedecoro di Facebook.
Ad esempio Teresa Merola ricorda di conoscerlo e che il rapporto di conoscenza era familiare e partiva dai genitori a cui aveva celebrato il loro matrimonio. Cosa condivisa e vissuta da tanti e tanti residenti e parrocchiani. Un legame spirituale che continuava con i battesimo dei coniugi, con la comunione e cresima dei figli, fino al loro matrimonio e così da capo con la nuova famiglia. Certo qualcuno ricorda anche momenti tristi e luttuosi che hanno visto in lui una spalla su cui poggiarsi, un amico con cui confidarsi e da cui ricevere conforto.

La testimone dice “La sua presenza costante ci ha accompagnati nel corso della vita. Non dimenticherò mai il suo sconforto alla morte di mio Padre in giovane età. Ha aiutato tante persone del paese, ma in particolar modo due ragazzi portatori di handicap. Ci vorrebbero ore per raccontarle il tutto”. Un legame che era forte e non certamente alimentato da un legame familiare visto che si trattava del parroco e non del parente. Un impegno molto più forte anche di quello del sangue visto il ricordo di taluni che parlano del suo spendersi anche presso tribunali civili ed ecclesiastici per i suoi figlioli spirituali.

Una presenza nella vita che consente anche di andare a cogliere un “copione” vincente, ovvero quello delle omelie per specifiche ricorrenze. Per la serie “buona la prima” non si cambia. Il tutto forte della conoscenza della sua gente e della conoscenza del fatto che il linguaggio adottato era funzionale al di là del momento storico e incisivo rispetto allo scopo posto. E così Anna D’Angelo racconta con un sorriso “virtuale” che aveva prediche standard, ricordando che tutte le comunioni di tre generazioni a cui lei ha assistito erano caratterizzate “dalla stessa predica”, tra le i pensieri proposti: “e guai a colui che scandalizza uno di questi bambini meglio mettersi una corda al collo e gettarsi nelle profondità delle acque” e concludeva “ora andate e festeggiate… e saluto amici nemici e conoscenti e tutto il popolo di Montedecoro”. E guai a sostare in chiesa o nelle prossimità, lì cambiava il tono e “simpaticamente” li invitava ad andare via. Un attimo dopo questi “solleciti” tutto ritornava in serenità e come il più caro degli amici lo si poteva trovare al tavolo di questo o quell’altro festeggiato/a a vivere la festa dell’evento[18].
Altro “repertorio” di omelia per i matrimoni[19] e per i funerali. Aveva molto in considerazione il desiderio dei defunti ed infatti non si tirava mai i indietro nell’assecondare i desideri del defunto e della sua famiglia. Certamente non si poteva celebrare se in sagrestia[20] c’era confusione e se accadeva al via la “sceneggiata” e poveri i malcapitati. Tra l’altro molti ricordano la brevità della sua messa, intensa e concretata.


E ancora massima disponibilità nei confronti dei fotografi, Come ricorda Pasquale Di Nuzzo, che li metteva a loro agio e ne agevolava l’operato purché anche loro rispettavano il luogo e il rito in celebrazione. Il Fotografo Antonio Cicchella ricorda che in occasione di un matrimonio ci fu un problema con l’impianto elettrico e don Salvatore, anche conoscendo i presenti e le loro abilità anche “informali”, chiese se qualcuno poteva intervenire così da proseguire. Un po’ per vergogna un po’ per paura della reazione del sacerdote se i tempi e i risultati dell’intervento non fossero stati in linea con le sue previsioni, nessuno intervenne. Così da causare l’ira del sacerdote che li accusò di essere tanti “masti” all’esterno ma nei fatti quando servono …, una parola è troppa e due sono poche!
Don Salvatore Letizia è stato uno dei personaggi più popolari della seconda metà del secolo scorso a Maddaloni, anche tra i giovani, come emerge da questa testimonianza di Enzo Larizza: “Grande “Fegatiello” fa parte di diritto del nostro “Amarcord” e perciò vivrà in eterno nel ricordo di chi lo ha conosciuto. Su di lui giravano tante storielle e una domenica, noi giovani universitari impegnati, decidemmo di andarlo a trovare nella sua parrocchia a Montedecoro. Prima assistemmo alla sua funzione per la verità un po anomala, ma molto partecipata anche se sbrigativa. Allora la messa era in latino ed il suo era un po maccheronico, a un certo punto il chierichetto inginocchiato alla sua destra si distrasse e all’elevazione non fece funzionare la campanella che aveva in mano, Fegatiello senza scomporsi si volta verso il malcapitato e lo apostrofa così ” ‘Uaglio che tagg’ ritt’, quann’ i’ aiz’ l’Ostia tu adda’ scampania’, ‘e capit’ ‘o no” e quello immediatamente fece funzionare il campanello! Ma noi malcapitati che avevamo assistito alla scena, tra l’altro eravamo in prima fila, per poco non ci sentimmo male perché ci guardammo negli occhi e volevamo ridere di brutto, ma non si poteva e dovemmo soffocare la risata. Per fortuna gli altri fedeli non si accorsero di niente e la Messa procedette tranquilla fino alla fine. Finita la funzione lui ci invitò nella canonica a prendere una pastarella e un liquorino. Casa sua era molto spartana, se non ricordo male c’era la stanza dove si entrava che funzionava anche da cucina e da tinello, da li si accedeva ad un’altra stanza dove c’era una brandina, allora notai che affianco c’era un fucile da caccia e gli chiesi a che cosa servisse e lui ineffabilmente un po ci vado a caccia, poi sapete qua sono circondato da “fetienti” e non si può mai sapere… Poi ci disse che i parrocchiani volevano che lui portasse il santo protettore in processione per le loro case, però non volevano fare le offerte e lui questo a loro glielo diceva. Guardate, se volete che io vado girando con la processione per le campagne dovete fare le offerte, perché ci sono molte spese per le funzioni ed io con quello che mi danno non ce la faccio. Mi è rimasto impresso come uno dei personaggi buoni e simpatici della mia giovinezza!”.
La presenza giovanile e l’animazione liturgica porta a un altro bel ricordo che vede il coinvolgimento del Maestro Antonio Barchetta, di casa presso la chiesa e la canonica di don Salvatore Letizia. Il Maestro Antonio Barchetta (classe 1949) al dà dell’amicizia che legava il padre, Maestro Aniello con don Salvatore Letizia, con la sua attività di costituzione e guida del coro della chiesa del SS. Corpo di Cristo/Corpus Domini dal 1970 al 1980 e dall’Annunziata dal 1980 ma soprattutto presso la chiesa parrocchiale di Montedecoro dal 1964 fino alla morte di don Salvatore Letizia, ha avuto uno stretto rapporto con il sacerdote da qui da portare nella chiesa periferica il gruppo di giovani che seguiva in città. Ed è proprio quello che accade a metà anni ‘90 allorquando venne più organicamente coinvolto per l’animazione del mese mariano e la presenza dei giovani fu garantita dal gruppo che fu prima nascente coro nella chiesa del SS. Corpo di Cristo e che via via si costituì nell’Associazione La Sorgente che ebbe principalmente sede presso la chiesa della SS. Annunziata. E proprio in un periodo in cui questa ospitalità non fu possibile si venne a creare un sodalizio più forte a Montedecoro con la supervisione del sacerdote e del Maestro Barchetta e della figura guida e coordinamento della Sorgente, ovvero Luca Ugo Tramontano (voce storica dell’Associazione Culturale Musicale Onlus “Aniello Barchetta” e promotore della maddalonesità nel mondo), che così ricorda: “Nella primavera del1994 i Padri Carmelitani non intesero più avvalersi della collaborazione del Gruppo cattolico La Sorgente è, quindi, richiesero la sede. Il Gruppo si ritrovò in poco tempo senza sede. A questo sopperi’, prontamente, il parroco di S. Maria di Montedecore don Salvatore Letizia. La Sorgente si trasferì nella frazione dalla primavera del 1994 all’estate del 1996, animando le varie funzioni parrocchiali. Il Parroco concesse al Gruppo la disponibilità della Chiesa, del Cortile, dei locali e del campo di calcetto. Il Gruppo, oltre ad animare tutte le Funzioni, coinvolse gli adolescenti della Parrocchia nell’animazione, nella formazione di una Corale e nelle attività ludico-sportive. Inutile sottolineare la grande disponibilità del sacerdote che, anche per la grande amicizia nei confronti del maestro Antonio Barchetta, accolse l’intero Gruppo ed insieme aiutarono a far crescere la Comunita ‘ e i giovani. Ricordo don Salvatore come sacerdote disponibile. Davvero ci mise tutto quello che aveva a nostra disposizione. Il suo sorriso lo precedeva e accontentava qualsiasi nostra richiesta. No dimenticherò che, in un momento di bisogno, don Salvatore ci accolse e ci dedicò molto del suo tempo. Grazie don Salvatore a nome di tutto il Gruppo La Sorgente. Furono piu di due anni di intensa e proficua collaborazione”.



La Corale del Maestro Barchetta in quegli anni diede la possibilità di formare al canto e alla musica molti fedeli e collaborò fattivamente con l’azione cattolica parrocchiale, come ricorda Francesco Zampella: “Nel periodo anni1994-’95 noi della corale Barchetta Antonio e la Sorgente andavamo ad animare la messa della domenica nella sua chiesa a Montedecoro e [don Salvatore ndr] ci racconto’ di un ragazzo andato da lui per confessarsi e gli disse che aveva rubato nel suo giardino la frutta , furibondo don Salvatore gli rispose azz mu vien pur addicer prendendolo a schiaffi cacciandolo dalla chiesa”[21].
Tra chiesa e canonica, oratorio ed asilo in canonica (molti ricordano maestra Liliana) la presenza di don Salvatore e della sorella Graziella, persona squisita e buona, completava don Salvatore nella cura dei fedeli e dei concittadini perché tutti potessero dignitosamente vivere in armonia.
Don Salvatore era una figura attività in città a Maddaloni[22] e a Caserta[23], dagli eventi di natura si sostegno alla religiosità popolare, come poteva essere la benedizione di una cappellina in strada (penso ad esempio all’edicola della Madonna delle Grazie, tra via La Rosa e via Libertà, “A devozione” e realizzata a cura di Giuseppe Santonastaso nel 1964) o la festa patronale di Sant’Anna a Caserta.



Ricordo come la sua presenza nella valorizzazione delle origini della Diocesi e a tal proposito ricordo come è don Salvatore Letizia nel 1985 a commissionare e donare alla Diocesi la statua di Sant’Augusto che secondo la tradizione è il primo vescovo della Diocesi di Caserta. La statua è in una vetrata all’ingresso, pian terreno, dell’accesso agli appartamenti del Vescovo nel Seminario di Caserta.


E si muoveva con gli anni 60 con la bicicletta e poi la lambretta.
Mi piace avviarmi alla chiusura di questo ricordo scritto di don Michele Tagliafierro. Si tratta dell’articolo del quotidiano “Avvenire” pubblicato domenica 13 febbraio 2000 sulla “Pagina Caserta Sette” dal titolo “Un prete amato dalla gente”, occhiello “è morto don Salvatore Letizia”. Ecco il testo: «E’ morto ad 88 anni nella sua Parrocchia il giorno 4 febbraio, nella frazione di Maddaloni “Montedecoro”. Dopo una breve esperienza pastorale in Falciano di Caserta fu destinato in questa frazione alla periferia di Maddaloni. In effetti Montedecoro non ha per niente l’aspetto di periferia: è un vero e proprio paese; ben definito territorialmente è distinto dal grosso centro di Maddaloni; la stessa fisionomia topografica lo rende un vero e proprio nucleo urbano, con una sua propria cultura e un tipico fermento sociale nel quale i rapporti sono ravvicinati e nessuno è estraneo ad alcuno.
Agevolato dal suo carattere amicone e talvolta burlone, don Salvatore vi si inserì pienamente, diventando simpatico a tutti con quel suo stile sbrigativo e quasi pittoresco. Si, perché don Salvatore diventò subito un “personaggio”, celebre per la sua immediatezza nei rapporti, gradito per la sua estrema semplicità. Con essa condivideva nella sua gente i più piccoli bisogni quotidiani, le difficoltà della burocrazia spicciola, le scadenze festose e la buona convivialità paesana. A Maddaloni lo conoscevano tutti, sopratutto le fasce cosiddette “popolari” che lo sentivano vicine per il linguaggio che non disdegnava la forma dialettale, e per la cultura che valorizzava quelle cose e quei problemi che spesso, per pensare in grande, non si ha il tempo di accostare. Per tali ragioni, immerso nel tessuto quotidiano e diventato “uno di loro”, gli si attribuiva talvolta anche quello che era semplicemente frutto di fantasia, o di convinzioni personali bisognose di appoggi ideali, attinte magari all’immaginario collettivo.
Da personaggio ormai consacrato dalla benevolenza popolare, si offri Sacerdote e Parroco, amico e buon compagno con chiunque lo avvicinasse disponibile a qualunque aiuto, anche umile e di ordinaria soluzione. Con lui si semplificava tutto, forse un po’troppo.

Ma alla gente piaceva così, capace di annullare le distanze che spesso oppongono culture diverse e separano ceti sociali differenti. In un tale tessuto sociale don Salvatore ne assume i toni vivaci della “napoletanità”, e si manifestò nella missione catechistica e liturgica così, parlando il linguaggio di tutti. Non tutto poteva essere condiviso, come del resto di ognuno di noi. Certamente don Salvatore è stato un prete “che stava in parrocchia”. Lo si trovava immancabilmente al suo posto: se non era in chiesa lo si trovava sul marciapiede, o in una casa, o in un negozio, comunque tra la sua gente, sempre intento a fare qualcosa, a risolvere qualcosa, a comunicare qualcosa. In tempi come i nostri attuali, ove la fretta e la corsa contro il tempo pare abbiano condizionato gran parte della vita, lasciandoci poco tempo per riflettere e per pensare, aver vissuto a“misura d’uomo”e col passo grande quanto è la propria gamba, libero dalla macchina e dalle complicazioni talvolta inutilmente accresciute nel mirare a ideali impossibili, per don Salvatore può essere stato un pregio e un vero messaggio umano e sociale. Sabato mattina, febbraio, alla presenza di due Vescovi, Mons. Nogaro e Mons. Pietro Farina, con i quali hanno concelebrato più di 20 Sacerdoti, si sono celebrate le esequie nella sua parrocchia. Era presente quasi tutto il paese, come nelle buone tradizioni dei piccoli villaggi. Con lui se ne va il passato di Montedecoro e vi si sostituisce, con don Ciro Marseglia».
In chiusura un pensiero anche a don Giuseppe Santonastaso[24] che ho il piacere di conoscere soprattutto attraverso i ricordi di Vincenzo Santangelo[25]. Tra le altre cose quest’anno ricorrono i 60 anni della morte. Penso sia giusto far considerare come la figura di don, mons. canonico Giuseppe Santnastaso è molto importante (e i suoi figliocci avranno una invidiosa carriera) sia per quanto farà sul territorio, per decenni vicareo foraneo, e ancora per il peso che avrà anche a livello diocesano. Si dedicherà tanto alla pastorale vocazionale anche se sono pochi i sacerdoti che solitamente vengono ricordati come suoi figliocci. Tanta cura per la formazione dei giovani, pastorale oratoriale ispirata a don Bosco e l’impegno per l’Azione Cattolica. Nel 1938 sarà al fianco di mons. Vitaliano Rossetti nell’Ufficio catechistico diocesano, per volontà del Vescovo di Caserta mons. Moriondo, e nell’estate dello stesso anno sarà impegnato nel creare le condizioni per lo sviluppo dell’azione cattolica nelle 53 parrocchie diocesane essendo operativa realmente solo in 10 parrocchie tra cui la sua in Maddaloni[26].

Vincenzo Santangelo, ricordando don Giuseppe, dice di ricordarlo “attraverso gli occhi ed i ricordi, di un bambino adesso adulto, sfumati ed affievoliti perché molto molto lontani nel tempo ma pur sempre vivi nella mia mente e nel mio cuore”[27].
La figura di don Giuseppe Santonastasto è legata anche alla formazione giovanile e politica. Infatti la formazione politica dei giovani nati dagli anni 20 e ’30 in su ha contribuito allo sviluppo del territorio con figure come quelle dei tre sacerdoti don Salvatore citati ma anche di altre come Salvatore Cardillo e Giuseppe Caliendo. Al tempo la formazione religiosa, umana e politica a Maddaloni aveva il distinguo maschile e femminile. Quella maschile aveva come guida il can. arciprete Michele Cerreto che formava presso l’arcipretura di San Pietro Apostolo con la sua “Unione Cattolica Uomini”. Le componenti femminili avevano come punto la chiesa di San Benedetto Abate con il can. e vicario foraneo don Giuseppe Santonastaso ed i gruppi “Pia Casa di Apostolato” e il Centro Italiano Femminile. Va detto che una volta cresciuti il can. Santonastaso di servi per la sua formazione spirituale sociale e politica anche di alcuni collaboratori tra cui suoi collaboratori don Salvatore d’Angelo, don Salvatore Letizia, don Salvatore Izzo e don Giuseppe Magliocca. Vincenzo Santangelo ricorda che quando don Salvatore andava a trovare i piccoli nella “Pia Casa di Apostolato”, retta dalle signorine Anne e Olimpia, aveva sempre con sè due seminaristi Stefano Tagliafierro e Pietro Farina, ovvero le sue prime due vocazioni della “Casa del Fanciullo”.
Come di consueto quando propongo la storia dei personaggi della mia terra è doveroso chiarire che sono cosciente del fatto che la figura di don Salvatore Letizia sia ancora in gran parte, se non addirittura tutta, da scoprire, ecco, del resto, perché ho deciso di portare avanti questa esperienza, indagine, studio, progetto conoscitivo/biografico su e del sacerdote maddalonese. Non mi aspetto di essere esaustivo e di non cadere, involontariamente in qualche errore storico/testimoniale. La mia è un indagine che nasce dalle testimonianze dirette ed è supportata, dove è possibile anche da documentazione. Darò modo a chi vorrà replicare, integrare, chiarire etc. elementi emersi nel corso della fase di presentazione delle testimonianze e ricordi. Mi auguro che il libero e “gratuito” lavoro d’indagine venga accolto per quello che è. Legata al presente progetto è nata una Pagina Social, disponibile al link https://www.facebook.com/ donSalvatoreLetizia/ e #ricordodidonsalvatoreletizia, oltre ad account di posta elettronica ricordodidonsalvatore@gmail.com dove poter ciascuno fornire testimonianza, testuale e fotografica se opportuna, etc., e comunque si raccomanda la necessità di riportare i propri dati e i propri recapiti per opportuno contatto.

[1]Mio nonno materno, Michele Letizia, mi raccontava da piccolo che, tra le altre cose, era cugino di don Salvatore Letizia, anche se non sono riuscito ancora a ricostruire l’albero genealogico di famiglia per definire bene questo legame di parentela.
[2]L’espressione “avere fegato” è parte del nostro linguaggio e ha lo scopo figurato di indicare una persona coraggiosa, infatti, secondo la mitologia e la letteratura epica il fegato rappresenta un simbolo di coraggio e di forza fisica, e per i greci sede della forza, della caparbietà e delle passioni. Vi è anche un mito collegato a ciò, quello del titano Prometeo osò rubare il fuoco agli dei donandolo agli uomini. Anche se Zeus, scoperto il furto, condannò Prometeo alle catene per l’eternità su di una roccia del Caucaso e dispose che di giorno un’aquila gli divorasse il fegato che poi di notte ricresceva, per riprendere il supplizio.
[3]Michele Schioppa, “Maddaloni, Festa di Cristo Re 2013 nel ricordo di Don Salvatore Izzo” in L’Eco di Caserta del 24 Novembre 2013; Michele Schioppa, “Maddaloni, Ricordare don Salvatore d’Angelo … nel racconto della prof.ssa Anna Giordano” in L’Eco di Caserta del 23 Ottobre 2015; Michele Schioppa, “Maddaloni, la Congrega dei Sacerdoti del 1903… nel cimitero di Maddaloni” in L’Eco di Caserta del 1 Novembre 2015; Michele Schioppa, “Maddaloni, don Salvatore Izzo: il buon sacerdote ricordato a 40 anni dalla Nascita al Cielo” in L’Eco di Caserta del 21 Novembre 2016; Michele Schioppa, “Maddaloni, oggi il ricordo don Salvatore Izzo dopo 39 anni della Nascita al Cielo” in L’Eco di Caserta del 21 Novembre 2015; Michele Schioppa, “Maddaloni, il cav. Giuseppe De Lucia 82 anni ma non li dimostra, oggi Presidente onorario U.N.A.C.” in L’Eco di Caserta del 11 Gennaio 2017; Michele Schioppa, “Maddaloni, Angelo Salvatore Letizia direttore di corsa del Giro della Campania in Rosa 2017” in L’Eco di Caserta del 28 Aprile 2017; Michele Schioppa, “Maddaloni, ricordare don Salvatore Izzo a 90 anni dalla nascita: nascita, vocazione e formazione” in L’Eco di Caserta del 7 Luglio 2017; Michele Schioppa, “Maddaloni, Domenico Letizia, storia personale di un Uomo nel centenario della nascita 1920 – 2020” in L’Eco di Caserta del 23 Aprile 2020; Michele Schioppa, “Maddaloni, il giorno di San Benedetto nel ricordo dei maddalonesi del Borgo dell’Oliveto” in L’Eco di Caserta del 11 Luglio 2020. Ed ancora si veda Michele Schioppa, “Appunti su don Salvatore Izzo di Maddaloni”, Ed. Abaco Service, Maddaloni 2001; Michele Schioppa, “Aniello Barchetta – note biografiche sul violinista compositore”, Ed. Associazione Onlus Culturale Musicale “Aniello Bachetta, Tipografia La Fiorente, Maddaloni 2001. Per le foto si ringraziano in particolare la dott.ssa Maria Letizia, l’amico Angelo Salvatore Letizia, il Maestro Antonio Barchetta, l’amico Luca Ugo Tramontano, l’amico Francesco La Farina con le sue foto storiche del Villaggio dei Ragazzi, l’amico Vincenzo Santangelo, l’amico Francesco Corazza, l’amico Umberto Palmiero, il cav. Giuseppe de Lucia e quanti hanno condiviso sui social maddalonesi i propri scatti per consentire questo ricordo.

[4]Maria Rosaria Del vecchio ricorda che la famiglia era assistita dal padre dott. Luigi Del Vecchio, medico di base del quartiere e non solo.
[5] Angelo e Maria avranno sette figli: Vincenzo (27 settembre 1909 – 4 maggio 1943) che con una scivolata da cavallo si procura danni ad un’anca che successivamente gli causa il decesso a soli 34 anni. Don Salvatore, nato a Maddaloni il 19 ottobre del 1911 e deceduto, all’età di 89 anni, il 4 febbraio del 2000. Vi era dunque Maria (3 marzo 1914 – 3 aprile 2001), poi Filomena (30 gennaio 1916 – 20 luglio 2015) a pochi mesi della soglia del centenario essendo quasi, ormai, tutto pronto per festeggiare i suoi 100 anni di vita. Seguono Domenico nato Maddaloni (CE) il 23 aprile 1920 e morto a San Giorgio del Sannio (BN) il 13 gennaio 1997 (ospite di una struttura per anziani in quanto colto da una grave forma di demenza senile e Parkinson); quindi Grazia (27 agosto 1923 – 27 febbraio2002) ed, ultimogenito, Aniello, (21 settembre 1925 – 9 gennaio 1932) morto in tenerissima età.
[6]Il corpo di fabbrica principale dell’osteria è quello a fronte strada su via Brecciame. Non sappiamo quale insegna specifica avesse avuto nel tempo però sappiamo che la sua collocazione in via Brecciame angolo via Pintime era detta “ncopp ‘u pusulone”. Al piano terreno dell’edificio, di proprietà del papà di Domenico, vi erano di 2 ampi locali e un cucinotto, mentre nel piano interrato vi era una fresca ed idonea cantina per il ricovero delle botti di vino ed altre masserizie. Infine, al piano superiore vi era l’abitazione della famiglia e lì dovrebbero essere nati i figli tutti, sicuramente Domenico.
Questa stessa osteria/cantina ricorda di averla vista, non poteva essere altrimenti, anche Maria, futura moglie di Domenico, allorquando da piccola, aveva sei anni circa, a metà/fine anni ’30, per la prima volta giunse a Maddaloni per conoscere la città natale dei genitori.
La struttura alle spalle, sulla sinistra, dal lato di via Pintime è successiva alla gestione di mamma Maria è fu costruita da don Salvatore Letizia e per qualche breve periodo fu anche suo domicilio soprattutto nel periodo in cui era parroco a Falciano di Caserta e fino all’incarico di parroco a Montedecoro. Dopo il trasferimento a Montedecoro di don Salvatore l’edificio fu casa del padre, essendo-nel mentre-morta la madre. Questa è costituita da doppio locale al piano terreno e idem al primo piano.
Entrambi gli edifici, sia quello dell’osteria sia quello di don Salvatore Letizia sono stati abitati sino agli anni ‘90 da vari inquilini.
[7]L’osteria/cantina era sita, ed il rudere è ancora visibile, nell’incrocio tra via Brecciame e via Pintime, un tempo la zona era detta Località Brecciame. Realizzando l’arterie di via Libertà solo dagli anni ’50, precedentemente questa strada era la strada principale che univa Maddaloni con Caserta e quindi a portata di mano per i viaggiatori in ingresso a Maddaloni. Una contestualizzazione propriamente maddalonese della funzione e delle caratteristiche delle osterie e cantine maddalonesi del secolo scorso, e ancor più di questo periodo, la offre lo studioso Francesco D’Orologio in due studi del 2007 editi in proprio, ovvero “Tempi Belli di una volta”e “Aspetti della vita amministrativa di Maddaloni , tratti dalle delibere comunali dal 1900 al 1950”.
[8]Oltre alla cantina dei Letizia in città, nel secolo scorso, ve ne erano a decine. Facendo un’indagine tra conoscenti e social, quelle più rinomate erano quella dei Carafa nei locali poi ospitati dall’oreficeria De Simone, quella detta ‘A cantina I Suppa che era di ristoro per chi “scendeva da San Benedetto prima dell’applicazione della legge Merlin”. Infatti, lungo la strada che portava alla “Cunceria” e poi alla chiesa di San Benedetto, quasi a specchio, seppur a distanza, con piazza Santacroce, vi era una casa di tolleranza. E nei ricordi popolari si riferisce che qui la pietanza più gettonata (anche in altre cantine) era quella degli spaghetti con sugo di soffritto. Altre pietanze offerte agli ospiti erano i lupini, olive verdi e nere, qualche piatto di trippa con peperoncino che aiutavano a bere un bicchiere di rosso.
Tornando alle cantine ve ne era una in zona Santa Margherita che forse dovrebbe essere quella detta di “Cuoppolo, la cui attività fu ripresa a fasi alterne e in essere fino a qualche anno fa solo su prenotazione. In essa spesso sono state visite guidate (anche alla cantina vera e propria) e serate con prodotti tipici.
Ma andando avanti c’è chi ricorda la cantina della Giubba ‘copp e’ Carcere (via Nino Bixio), qualcuno in loco aggiunge sempre cantina u Vuardianiello ncoppe e Carcere, quella Montuori poi Samuele in vicolo Maddalena, e ancora quella di Furgillo in via Santacroce. Vi era la cantina “i Pullastre” abbasc “Ù fuoss” ovvero via Caudina/via Libertà, cioè di fronte la sala di proiezione del cinema “ì vasc” (di Bove chiamato Cinema Italia). Nell’elenco appuntato risulta poi la cantina “ro scarplin” in via Roma, ‘A cantina ‘i Cesare mmiezzo San Pietro, e quella ru Cassusaro a via Bixio, e poi quella a Pastora ncoppe i Ponti, verso i Ponti della Valle.
[9]Mentre mamma Maria (originaria della frazione di Montedecoro di Maddaloni dove il figlio don Salvatore sarà parroco 37 anni) portava avanti l’osteria, papà Angelo si dedica a un altro impiego. Infatti papà Angelo è impegnato nella sua attività di commerciante. Esso, si occupa, in special modo, della commercializzazione della canapa, mestiere che lo tiene lontano, ovvero non operativo, dall’attività di famiglia, alla quale si dedica nei ritagli di tempo del suo lavoro primario di commerciante di canapa.
[10]La locanda doveva essere particolarmente famosa al punto che anche il giornale d’oltreoceano “L’Italia” “Morning daily news”, “Giornale quotidiano del Mattino”, edito in San Francisco, in California , lunedì 9 gennaio 1905 (Anno XIX, n. 7), a pagina 3 nella rubrica “Cronaca delle Città Italiane” riporta l’articolo “Un malato ucciso o letto”: “CASERTA, 22 dec. – Stanotte nella locanda “Letizia”, di Maddaloni, certo Michele Carbone uccideva a coltellate certo Dambrosio Donato che giaceva in letto ammalato. L’omicida, arrestato, non ha voluto confessare quali motivi lo abbiano spinto al delitto. Tanto l’uccisore che l’ucciso erano bovari, nativi di San Giuseppe di Ottaiano”.
[11] Tra i tanti fatti di cronaca e vita, nonché aneddoti e curiosità che legano don Salvatore Letizia e Aniello Barchetta (Michele Schioppa, “Aniello Barchetta – note biografiche sul violinista compositore”, Ed. Associazione Onlus Culturale Musicale “Aniello Bachetta, Tipografia La Fiorente, Maddaloni 2001 pag 46) ve n’è uno che vale la pena ricordare: “Aniello era poliglotta, da qui con la venuta degli alleati non ebbe problemi ad entrare in contatto con loro, e vista la sua capacità d”adattamento della sua vena artistica, impianto subito scalette di pezzi con orchestrine dello stile e della cultura americana. La sua amicizia con lo straniero e la sua abilità nel colloquiare con la lingua di quest`ultimo ha permesso al già don Salvatore Letizia, in vita parroco di Montedecoro, di scampare il carcere. Infatti, il sacerdote nel pieno della presenza dello straniero si avviò a caccia con il fucile, mentre era vietato girare armati. Scopertolo i militari lo fermarono, non avendo riconosciuto il suo status presbiterale; si consideri che il sacerdote non aveva modo di comunicare nella loro lingua e quindi di spiegare il perché era armato e chi realmente fosse. Fu Aniello a perseguire la causa dell`amico d’infanzia. Si ricorda infatti che nel quartiere “Pignatari” oltre al Barchetta, vivevano anche Salvatore d’Angelo (poi don e fondatore del Villaggio dei Ragazzi). il cugino Salvatore Letizia (poi don), già visto, ed altri, tutti insieme, compresa la sorella dell`ultimo (Grazia, amichevolmente chiamata da tutti “zi “Razziella) giocavano. Quest’ultima con la complicità del fratello e del cugino, in età adolescenziale, era solita nascondere il violino di Aniello”.
[12] Aprendo una piccola parentesi su don Salvatore d’Angelo va chiarito che il lega lo stesso (che a don Salvatore Letizia oltre all’amicizia lo accomuna un rapporto di parentela/ cuginanza per parte di madre di entrambi) con il suo quartiere non tramonterà mai anzi andrà sempre più consolidandosi, e anche quando per normali distribuzione dell’assetto ereditario la casa in cui è nato è passata oltre la famiglia era solito do tanto in tanto recarvisi per ricordare la nascita e la fanciullezza. Del resto, don Salvatore, alla morte del suo parroco di don Giuseppe Santonastaso, ha assicurato la conduzione della parrocchia di San Benedetto Abate direttamente o per interposta persona con l’ausilio dei suoi collaboratori, cioè padre Bernardino prima e don Salvatore La Farina poi, a cui si aggiungeva quella di don Salvatore Izzo. Precedentemente essendo in vita don Giuseppe collaboravano anche don Salvatore Letizia e don Giuseppe Magliocca. In seguito poi all’ordinazione sacerdotale di don Stefano Tagliafierro a quest’ultimo lasciò una certa autonomia di gestione. Bisogna ancora aggiungere che le presenze di don Salvatore nella comunità parrocchiale dopo la morte di don Giuseppe si intensificarono.
Don Salvatore con tutti quelli del rione Pignatari mantenne sempre un rapporto di amicizia con i residenti, con i quali ci si dava del tu, negli incontri anche sporadici, nei saluti, etc. Va detto, del resto, che il rione è stato la sua base elettorale, alla luce della partecipazione alle competizioni politiche. Anche perché don Salvatore era visto come persona concreta e pratica, sempre teso a risolvere i problemi della sua Casa del Fanciullo, poi Villaggio dei Ragazzi e della Città di Maddaloni.
Sempre in relazione e fin dalla presenza di don Giuseppe Santonastaso alla guida della forania di Maddaloni don Salvatore aveva un ottimo rapporto con il clero locale e finché a capo della Diocesi di Caserta c’era il vescovo mons. Bartolomeo Mangino. Don Salvatore è stato un sacerdote che rispettava l’obbedienza dal vescovo al vicario foraneo. La nipote Marietta, ad esempio, ricorda che mons. Mangino fin dai primi tempi era solito venire alla Casa del Fanciullo alla buon’ora e comunque per le sette e mezza del mattino e andarsene nella cameretta di don Salvatore che se non era ancora addormentato comunque era a letto, e qui il vecchio vescovo si accomodava sul letto del sacerdote e parlavano, sicuramente della cura spirituale ma probabilmente anche di quella materiale di tanti figli di Maddaloni e della Diocesi. Mangino è lo stesso vescovo che intitolò la lettera pastorale alla Diocesi del 24 febbraio 1952 “I problemi della Diocesi. Direttive norme disposizioni. Lettera pastorale per la Quaresima 1952”, tutta incentrata sui problemi sociali, e su tre Enti in quegli anni si focalizzò l’attenzione del Vescovo: il Seminario Diocesano, il Villaggio dei Ragazzi di Maddaloni e l’Orfanotrofio Maschile Sant’Antonio di Caserta.
[13] Data la necessità di collaborazione, fin dagli anni della guerra, prima e l’età avanza poi di don Gennaro Bove, parroco di Sant’Aniello e Rettore della chiesa del SS. Corpo di Cristo oggi Basilica Pontificia Minore del Corpus Domini, capitava che don Salvatore Letizia, don Salvatore d’Angelo e don Salvatore Izzo collaborassero anche con questa comunità parrocchiale. Va aggiunto che il giorno 8 marzo del 1963 essendo morto in quello stesso giorno don Gennaro Bove, mons. Bartolomeo Mangino, Vescovo di Caserta, con decreto incarica temporaneamente della cura delle anime don Salvatore Izzo.
In verità qualche volta celebravano anche presso la chiesa dell’Annunziata retta dai Padri Carmelitani Scalzi. Ebbene, tra i tre citati quello che più ha collaborato fino agli anni ‘70, si ricorda la sua celebrazione della messa domenicale dei bambini alle ore 10.20, era don Salvatore Letizia. A chiamarlo dopo don Gennaro e don Salvatore Izzo fu anche don Benedetto Bernardo, come testimonia Francesco Zampella che gli faceva da chirichetto. Questa presenza e collaborazione gli ha consentito di maturare il ruolo di primo cappellano del Corpus Domini (con privilegi lateranensi).
[14] Si consideri che la chiesa parrocchiale rimase priva di parroco dopo la dipartita della storica guida spirituale don Giuseppe Santonastaso morto l’11 giugno 1961Â (nato a Maddaloni il 27 novembre 1876 da Carmine e Diana Della Valle), nella sua casa di via Troiani 22 a Maddaloni alle ore 20, e fu affidata al vicario don Salvatore d’Angelo e passo solo successivamente a don Stefano Tagliafierro quale parroco della chiesa di San Benedetto Abate con nomina del 1 marzo 1969 di mons. Vito Roberti anche se il possesso lo ebbe nel luglio dello stesso anno. Alla luce di queste informazioni e dato l’impegno parrocchiale a Montedecoro e altri incarichi si ipotizza che il ventennio di vice parroco di don Salvatore Letizia possa essere quello di tutto il decennio degli anni 50 e 60 fino all’avvento di don Stefano Tagliafierro. Si veda per approfondimenti Michele Schioppa, “Maddaloni, la comunità ricorda don Stefano Tagliafierro nella sua parrocchia” in L’Eco di Caserta di sabato 27 gennaio 2018.

[15] A questo stesso luogo è stata dedicata la poesia “A CUNCIARIA” di Vincenzo Santangelo: “Sempe se scetene e ricorde nda menta mia e penze a chill’arche nfronte a via ca porte a San Benerette. Quante vote sotte a chill’arche e rient o purtone aggiu pazziate a nasconnere, aggiu jucate a zecca a mmuro cu e frummelle, a jetta’ i palline rient na buca piccerella. Quante vote u viecchie Parucchiane s’affacciava a fenesta dinto o purtone e alluccave: guagliu’ nun facite ammuina!…. Puvurielle s’aleva fa a cuntrole primma e sagliere a San Benerette pe funzione serale. Sotte a chill’arche cu quante amice ce simme riunite, ci simme pure appiccecate e nun ci simme cchiu uardate. Quanta gente aggiu viste e passa’: e femmene mpagliaseggie, u cafone ca asceva e traseva asotte a chill’arche pu traine e quanne a sera turnava, roppe na e jurnata e fatiche miezz’ a terra, se metteve a vattere cu na pertica e lignamme i cannaucciule miezz’ o curtile. Sotte a chill’arche a vote e pariente ri spuse purtavene e seggie pe mmitate e festeggia’ u matrimonio ri figli, chiammavene pure a Zaza’, na perzona ru poste, pe ffa’ quatte macchiette. Sotte a chill’arche na vota all’anne s’accampave na famiglia “Sinti o Rom” che scenneve re muntagne i l’Abbruzze pe sverna’. Ferrave i cavalle e i ciucce, affelave i forbece e i curtielle, stagnava pure e caurare e cazzarole i ramme ca i spose purtavene comme currede primme e se mareta’. Sotte a chill’arche aggiu viste tante i chelle ccose comme quanne veneve na cumpagnia e l’opera e pupe….. Orlando, Rinaldo e chillu traditore di Gano di Magonza (nuje piccirille u chiammaveme Cane e Maganza) e quante mazzate aggiu viste e ra’ a Pulecenella. Chill’arche ra Cunciaria è state u tiatre nuoste, fa parte ra vita nosta e u porte sempe ndo o core. I guagliune I ogge nun cunosciene a Cunciaria, iatele a vere’ pecche’ è nu poste i Matalune troppe belle cercate i salva’ chesta memoria”. Da facebook su questo stesso luogo i ricordi sono tanti, sempre Vincenzo Santangelo ricorda: “A Cunciaria, la canonica della Parrocchia di San Benedetto Abate. Sotto la sua volta ne ho giocato di partite con le biglie con altri ragazzini. Nei locali della canonica finché vivo Don Giuseppe Santonastaso ci riunivamo noi ragazzini, eravamo distinti per età in ” fiamme bianche, verdi e rosse. Il termine Cunciaria forse deriva dall’attività artigianale della concia delle pelli e di tintoria che veniva svolta nel medioevo”.
Sempre Vincenzo Santangelo, in un altro dei commenti volti alla ricostruzione della memoria del luogo, riferisce che “ai lati della Cunciaria c’erano delle colonne paracarro, che non vedo bene dalla foto, su una di essa ero seduto quando per scherzo una bambina mia amichetta mi ha spinto giù a terra. Mi si è aperto il mento e mamma mi ha portato dal medico condotto dell’epoca Del Vecchio che ha cucito la ferita con punti e ciaps. M’è rimasto il segno”.
Gli fa eco Ottavio Santacroce raccontando che in quella zona e in particolare “dietro la chiesa i ragazzini facevamo gli scherzi a chi passava di la sera poiché era buia e con le pile in bocca faceva una luce strana. Scherzo del cavolo, a quei tempi si credeva molto ai fantasmi”. Ed aggiunge Maria Rosaria Colamonici: “In quella strada,da ragazzina, frequentavo l’Azione Cattolica. Bel portale”. In effetti il parroco don Guseppe Santonastaso era uno dei promotori diocesani e ferventi e operanti sacerdoti in questa missione educativa.
Tony Suppa, ricorda che nella “Conceria” “il parrocchiano aveva un animo buono ed era coadiuvato da tre esponenti dell’epoca,la signorina Olimpia,la signorina Anna dedita ad imparare le signorine del taglio e cucito. e poi zia Maria.Hai parlato della vita di allora con tutti quei giochi che erano in voga a quei tempi, la vita si svolgeva in strada o nei portoni di allora quando d’estate si dormiva con le case aperte e la mattina venivi svegliato dai venditori ambulanti .Bei ricordi che appartengono al passato e che qualche volta e’ bello ricordare e raccontarli ai nipotini”.
Frida Mercone, in questo fare memoria dice: “Ho vissuto la cunciaria attraverso i ricordi e i racconti di mia madre. era allieva della signorina Anna insieme ad altre ragazze. quando finivano dalla signorina tutte insieme x strada facevano chiasso. per questo motivo la signorina le faceva uscire a 2 alla volta, pensando che una volta separate non facevano più chiasso lungo la strada.
Le ragazze allora escogitarono questo sistema: uscivano a 2 alla volta secondo le disposizioni della signorina ma, anziché tornare a casa, si fermavano sotto la cunciaria e si aspettavano fino a quando non si ritrovavano tutte insieme. E solo allora continuavano la strada per casa, ovviamente facendo chiasso.
Questo racconto mi è stato fatto così tante volte che è come se l’ avessi vissuto personalmente a cunciaria e le amiche di mamma le signore: Maria Balbi, Maria D’Alessandro e la signora Genovese.
Mia madre era anche amica dei genitori della signora Maria Pia Lurini: Lisetta ed Amedeo. Mamma li ha sempre citati come esempio di un grande amore”.
[16] Don Salvatore Izzo, più giovane di don Salvatore Letizia, durante i periodi estivi degli anni del Seminario maggiore si dedicava allo studio, ci racconta il padre Antonio, in campagna sotto una pianta con un leggio; ed ebbe spesso lezioni di approfondimento da parte di don Salvatore Letizia. I due si incontravano nella località detta: A’ Teglia.
[17] Data la funzione di responsabile del refettorio di don Salvatore Letizia spesso distribuiva il pane e data la presenza di una voglia rosso violacea sulla mano qualche ragazzo un po’ sfrontato e maleducato diceva di non volere mangiare il pane perché in sostanza non lo voleva prendere dalle sue mani. Don Salvatore sapeva questo ma non se la prendeva perché essendo piccoli e con situazioni difficili alle spalle non aveva ancora la maturità di capire che il loro atteggiamento era sbagliato.
[18]Antonio Cerreto, come tanti altri sui sociale e di persona mi hanno espresso il concetto secondo il quale don Salvatore Letizia “Era un grande personaggio, diceva: acqua ad acqua e vino al vino. Amico della sua famiglia”.
[19]De ricordi delle omelie per gli sposi, Angelo Rosaria Bocchino ricorda che di solito diceva: “Carissimi la vita e una continua battaglia lotta il leone nella foresta lotta il marinaio nella tempesta così dovete lottare anche voi, a volte si confondeva dicendo lotta il leone nella tempesta lotta il marinaio nella foresta”. Ed ancora Sebastiano Trovato ricorda che era presente ad un matrimonio ed agli sposi il sacerdote disse: “…. e comme dice a’ canzone, ciente catene che nun se possono spezza’, neanche ‘st’ammore sa’ da’ lascia’!”.
[20]Michele Di Vico ricorda un aspetto a tanti noto ovvero la “doppietta” in Sacrestia, e ricordo qualche volta di aver sentito stesso al protagonista il fatto che la sua camera da letto si affacciasse nella chiesa e con il fucile pronto per eventuali intrusi, cosa che purtroppo come nelle altre chiese è capitato anche nella sua, e che lui era di guardia per farli scappare. Così come si sia servito della stessa arma per spaventare ad inizio mandato coloro i quali magari andavano a chiedergli certificati o altre cose nell’ora di pranzo dopo che tornava da impegni logoranti da Caserta e o Maddaloni e allora il sacerdote li invitava a tornare dopo poco ma questi insistevano e con modo pretestuoso da qui il sacerdote gli faceva capire che non c’era gara di forza a cui si sarebbe sottratto invitandoli a tornare dopo poco. E così accadeva.
[21]Un’attenzione particolare la riservava allo spiazzo davanti la chiesa, infatti, ricorda Vincenzo Piscitelli, le volte in cui “dopo l’uscita da scuola andavamo a giocare con le figurine davanti al portone della Chiesa appena ci vedeva scappavamo via come lepri”.
[22] Dal libro “Parrocchia di S. Sofia” a cura di don Matteo Coppola e Vincenzo Crisci del 2003 si legge, a pagina 11, che prima della costruzione della chiesa nel 1950 dal 1936 venivano incaricati sacerdoti per officiare la messa in un piccolo locale a mò di cappella tra questi vi era don Salvatore Letizia già parroco della chiesa di Maria Santissima di Montedecoro.
[23] Il fratello Domenico quando lo vedeva raggiungerlo al Distretto Militare di Caserta dov’era impiegato aveva sempre il broncio perché il modo scherzoso del sacerdote minava alla rigidità e rigore che lo stesso imponeva, per regime militare, ai suoi sottoposti.
[24] È nominato Prelati domestici di Sua Santità il 25 giugno 1949 AAS 41 (1949).
[25]Si veda anche Michele Schioppa, “Maddaloni, Ricordare don Salvatore d’Angelo … parla Vincenzo Santangelo” in L’Eco di Caserta di mercoledì 29 Luglio 2015.
[26] Olindo Isernia, “Il Bollettino Ufficiale della Diocesi (1923-1943)” in Vita Diocesana, Anno I, n. 1, Ottobre 2001, pag. 160 e seguenti.
[27] Vincenzo continua … “Per me è un atto dovuto, glielo dovevo, anche a distanza di anni per stuzzicare i miei coetanei un ricordo di questo prete e della nostra infanzia. Don Giuseppe Santonastaso, parroco della Parrocchia di San Benedetto Abate di Maddaloni nonché Vicario Foraneo, uomo rispettoso degli altri e dagli altri rispettato aveva un suo modo bonario e severo nel proporsi e nell’approcciarsi agli altri, molto stimato dal vescovo dell’epoca Mons. Bartolomeo Mangino, frequenti le visite di questi in Parrocchia ed alla Pia Casa di Apostolato delle sigg.ne Olimpia, Anna e Maria, quest’ultima molto più giovane anni dopo andò in sposa ma continuò a frequentare la Casa. Tralascio alcune funzioni della Pia Casa già ampiamente trattati da me in altri post. Don Giuseppe fu un grande organizzatore, aveva a cuore la formazione e lo sviluppo della catechesi, secondo i dettami del Vangelo, della gioventù, fornì da Vicario Foraneo gli input giusti ai parroci della forania di Maddaloni, si circondo’ e si avvalse della collaborazione di un gruppo di giovani preti tra i quali don Salvatore d’Angelo e don Salvatore Izzo, quest’ultimo ebbe la delega della formazione delle catechiste della forania. In Parrocchia c’era un nutrito gruppo di donne che si riunivano nella canonica della Cunciaria, a cadenza settimanale, sotto la guida spirituale di don Salvatore Izzo, compatibilmente con i suoi impegni di insegnante. Sotto l’impulso di don Giuseppe don Salvatore Izzo con la collaborazione della prof.ssa Ester Trapassi, laureata in Pedagogia e Filosofia, gettò le basi dell’Azione Cattolica e del CIF-Centro Italiano Femminile- in Diocesi. Tra l’altro la Ester Trapassi fu presidente diocesana dell’Azione Cattolica e del CIF mentre don Salvatore Izzo fu un prezioso Assistente Spirituale. Ricordo volentieri che negli anni 1958/1959 con mio fratellino Salvatore frequentavo la colonia estiva montana a Treglia di Pontelatone gestita dal CIF. Le funzioni religiose, le quarantore e le settimane precedenti le festività, richiamavano in Parrocchia un gran numero di fedeli e di bambini. Aiutavano don Giuseppe i giovani preti poc’anzi citati e spesso ho notato la presenza di due seminaristi don Stefano Tagliafierro futuro parroco e don Pietro Farina futuro e compianto vescovo che accompagnavano don Salvatore d’Angelo. Ricordo pure la presenza di don Salvatore Letizia e la sua voce squillante nei canti e durante le prediche. I miei rapporti con don Giuseppe iniziarono molto presto, ero molto piccolo quando mia mamma tutte le mattine mi accompagnava all’asilo della Pia Casa di Apostolato in via San Benedetto, mi lasciava là piangendo a dirotto e senza lasciarsi intenerire il cuore. Alle altre mamme imperturbabile rispondeva che i bambini crescono meglio e allargano i polmoni. Don Giuseppe tutte le mattine dopo la Messa era solito fermarsi per la colazione alla Pia Casa che zia Rosina, la mamma di sig.na Anna, aveva preparato. Appena sentiva le mie urla di pianto chiedeva a zia Rosina di chi fosse quel pianto, zia Rosina gli rispondeva è Enzuccio u figlie i Ngiulinella. Finito di sorseggiare il caffè, veniva in aula a sedersi vicino fissandomi negli occhi aveva il potere di zittirmi. Mi prese in simpatia e scherzando chiedeva sempre quando non mi vedeva dove fosse Enzuccio u chiagnazzaro. Durante le frequenti visite pastorali mi chiedeva di fare un discorsetto di saluti al Vescovo e mi sollecitava a cantare qualche canzoncina napoletana che lo dilettava molto. Si trattenne molto con me per addestrarmi a fare il chierichetto ad imparare a memoria le risposte che al celebrante doveva dare il ministrante in latino durante la celebrazione della Messa. All’epoca avevo 6 o 7 anni 1955/1956. Ricordo con piacere la fattiva collaborazione con i Padri Oblati della Chiesa di Maria Immacolata nella formazione dei giovani dalle medie alle superiori mentre noi piccoli ci pensava la Parrocchia. Ripeto ho già espresso in passato episodi e considerazioni di questo vecchio prete che ho voluto bene, esprimo questo sentimento perché lo consideravo il nonno da me mai conosciuto. Apro una parentesi in alcuni paesi all’interno della Sardegna il don per i vecchi parroci è stato sempre sostituito dalla più bella parola “Nonnu” seguita dal cognome del prete. Questo piccolo grande sacerdote insieme al Vescovo incoraggiò don Salvatore d’Angelo a trasformare la casa del fanciullo in “Villaggio dei Ragazzi – Opera dì Beneficenza e di Culto della Parrocchia di San Benedetto Abate” questa opera grazie ai protagonisti resterà per sempre nella storia di Maddaloni. Il mio cruccio attuale è quello di non ricordare le date delle morti di don Giuseppe e del Vescovo, forse furono in date ravvicinate, perché per la mia cresima la sede vescovile di Caserta era vacante Amministratore all’epoca Mons. Tommaso Leonetti arcivescovo di Capua per cui venni cresimato ad Acerra mio padrino Mario Finocchiaro”.
Vincenzo Santangelo in altro momento arricchisce il suo ricordo riferendo “di aver letto sul necrologio annunciante la sua morte tra l’altro il titolo di “Abate” non so chi glielo avesse conferito, secondo alcuni la Parrocchia di San Benedetto in illo tempore era una Abbazia benedettina e forse per questo derivò quel titolo. Ricordo ancora che quando scendeva da San Benedetto con quella sottana nera ed il tricorno in testa con il pon pon rosso aveva lo sguardo fisso a terra, dava l’impressione severa e scostante ma a suo onore, a dire il vero, con i bambini si scioglieva in un brodo di giuggiole”.
Sempre Vincenzo Santangelo, in questi giorni, su don Giuseppe Santonastaso mi diceva: “da un racconto del mio defunto papà:.Nell’inizio del 1944 di fronte alla canonica detta la Cunciaria nel caseggiato dirimpetto si festeggiava il matrimonio dei miei genitori, nozze celebrate da don Giuseppe, ad un certo punto il caseggiato fu circondato dalla Military Police americana che chiedeva spiegazioni in inglese di tanto baccano. Intervenne don Giuseppe che spiaccicava qualche poco di inglese e spiegò il perché di tanto baccano agli americani che se ne andarono dopo aver distribuito caramelle e cioccolatini agli invitati. Come vedi i ricordi restano sempre indelebili nella memoria”.
