Summer School Ucsi/ Rompere gli schemi: il mondo arabo raccontato da Francesca Paci

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CASAL DI PRINCIPE (Caserta) – Rompere gli schemi, ragionare con la propria testa e in base a ciò che si vede. E’ forse l’imperativo più difficile in un periodo storico, come il nostro, nel quale si ha paura di ciò che è diverso e altro rispetto alla realtà alla quale siamo abituati. Conoscere la diversità, il mondo, la complessità e comprenderla, è la soluzione a pregiudizi e paure non necessari.

È per questo che, noi dell’Eco di Caserta, abbiamo deciso di intervistare Francesca Paci, inviata de La Stampa, e in prima linea nelle primavere arabe e nel califfato, affinché desse, alla luce della sua esperienza personale, una lettura diversa – potremmo dire dall’interno – del mondo orientale. L’occasione cì è stata data dalla Summer School di Giornalismo investigativo dell’Ucsi tenutasi simbolicamente a Casal di Principe, nel Casertano, la capitale, fino a  qualche anno fa del violento e potente clan dei Casalesi. L’unico luogo in Italia dove lo Stato ha vinto contro la criminalità organizzata e dove bisogna mantenere la guardia alta per impedire un ritorno del “male”. 

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Rosaria Talarico de Il Fatto Quotidiano e Francesca Paci

Come svolge il suo lavoro in territorio straniero?

Quando vado in un territorio nuovo, che sia nei Paesi Arabi o nel nord della Francia, il mio approccio è da cronista. Cerco giornali locali o giornalisti del posto che possano darmi informazioni, adopero i social network, e mi affido a un buon interprete. Molto spesso, però, il sommo specialismo può essere un limite, per cui capita che mi scontri con realtà diverse da quelle che avevo immaginato. In ogni caso, la prima e più importante preparazione è il buon senso. Il mondo arabo, del resto, non è così diverso da tutti gli altri mondi.

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Piazza Tahir, Egitto

Qual è il ruolo del giornalista oggi?

Noi giornalisti non dobbiamo dimenticare il nostro ruolo: non siamo antropologi. Ma riusciamo – questo è vero – ad acquisire un gran numero di informazioni nel più breve tempo possibile. L’11 settembre 2001 ha cambiato radicalmente il modo di approcciarsi alla realtà dei fatti. Ha rotto definitivamente gli argini tra esteri e interni, cambiando i termini di ciò che significa fare geopolitica. E con l’avvento prepotente dei social media è cambiato anche il modo di fare questo mestiere.

Cos’è per lei il giornalismo?

Il giornalismo è occuparsi di storie, e per quanto tutte si somiglino, sia quelle a lieto fine che quelle tragiche, al contempo si differenziano tra loro, perché diverse sono le persone di cui parlano. Il cinismo porta a vedere ciascuna storia uguale all’altra, e il giornalismo non è questo. Le vicissitudini dei profughi, ad esempio, si assomigliano, perché parlano della stessa sofferenza, del dolore di chi ha perso tutto. Ma ciò non mi impedisce di partire ogni volta, per raccogliere nuove informazioni in ciascun campo profughi del mondo. Ciò che no giornalisti dobbiamo evitare è di pensare di andare al di fuori dei confini del mondo a noi conosciuto, per cercare di migliorarlo e di migliorarci

Quale difficoltà ha incontrato, da donna, nello svolgere il ruolo di cronista nel mondo arabo?

Nonostante i rischi ci siano, soprattutto in territori di guerra, ho constatato che le donne hanno una forma innata di prudenza, maggiore rispetto agli uomini, che sono più presi  da una sorta di “macismo” dell’essere in prima linea. E questo in molti casi può aiutare, se non addirittura rivelarsi vantaggioso. Ovviamente un altro aspetto che va tenuto in conto è il confronto con realtà più conservatrici e tradizionali. Il buon senso sta nel comprenderle, dosando l’approccio con le persone e con le istituzioni che si incontrano.

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Qual è la sua opinione in merito alle primavere arabe, che ha avuto modo di vivere sin dagli albori?

Con l’espressione primavere arabe si fa riferimento a quelle rivolte o rivoluzioni – così come meglio si preferisce – che hanno attraversato i regimi arabi nel corso del 2011. Esse hanno portato in piazza, e poi al potere, le parti più conservatrici. Prima di allora esistevano due blocchi sociali, le caserme e le moschee, una vera e propria dicotomia. L’idea che nel 2011 sia emersa una piccola parte della popolazione che ha pensato potesse esistere una terza forza, oltre alla standardizzata economia, è un qualcosa di rivoluzionario. Gli islamisti non sono gli unici, è questo ciò che è emerso dal 2011. Quei giovani hanno fallito, ma ci riproveranno. Del resto nessuna rivoluzione della storia ha mai portato a risultati immediati.

Cosa pensa della situazione siriana?

La rivoluzione siriana, rispetto alle altre, non è iconica. Non ha riscosso lo stesso interesse. Ed io che l’ho vista nascere mi sono sempre chiesta per quale motivo la Siria non scaldasse i cuori. La riposta che ho cercato di darmi in tutti questi anni è che il problema di questo disinnamoramento dipenda dalle categorie del ‘900. In un articolo del 31 marzo 2014 scrivevo: “Perché la Siria non scalda i cuori? Chi ci lavora fa una sintesi cruda: la Siria appare una giungla in cui non si distinguono i buoni dai cattivi, viene percepita come uno strascico delle ormai abusate primavere arabe e, diversamente dalle catastrofi naturali, induce a pensare che la popolazione se la sia un po’ cercata per cui noi, con tutti i guai che abbiamo, possiamo fare ben poco”. Il mondo si è sempre diviso per schieramenti. E con la Siria ciò non è stato possibile, perché politicamente non sapevamo da che parte stare.

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Scontri in Siria

Pertanto l’invito che faccio a tutti noi giornalisti è quello di abbandonare ogni forma di griglia valutativa, per essere il più obiettivi possibili. Del resto ovunque e a tutte le latitudini esistono fasce di società simili, che si tratti del Medio Oriente o dei Paesi Occidentali. Mi piace pensare che esista un popolo comune, con un differente passaporto. Non esiste lo scontro di civiltà, di cui tanto si parlava dopo l’11 settembre. Quello che tutt’ora sconvolge il mondo intero è, piuttosto,  uno scontro di inciviltà.