Francesco Piccolo e “Il desiderio di essere come tutti”: confessioni di uno scrittore vincente

CASERTA – Si è parlato tanto, negli ultimi mesi, di Francesco Piccolo e del suo ultimo libro “Il desiderio di essere come tutti”, vincitore della LXVII edizione del Premio Strega 2014. Noi dell’Eco di Caserta, però, abbiamo voluto conoscere anche il lettore e l’amante della scrittura che sono in lui.

“Ho sempre pensato a questo libro come a un’autobiografia pubblica, e che una persona non può raccontarsi solo per ciò che le accade nel privato, ma anche in rapporto con il mondo nel quale vive. Questo libro, come del resto tutti gli altri, l’ho scritto per me stesso. Ha avuto una gestazione molto lunga, cinque anni durante i quali ho fatto tante cose, perché il punto essenziale non è tanto cosa scrivere, ma come riuscire ad affrontare ciò che si vuole scrivere”.

L’intervista

Partiamo dal titolo, quel “TUTTI”, scritto in maiuscolo e in rosso, proprio come la prima pagina dell’unità, il giorno dopo i funerali di Berlinguer. Da dove è nata l’idea?

Questo tutti ha a che fare con quella giornata e con la storia del Paese. E la domanda che viene posta e affrontata nel libro é: questo tutti siamo tutti noi di sinistra, diversi dal resto del Paese; o tutto il Paese? E in questa differenza c’è tutta la storia politica di Berlinguer e del compromesso storico. Per me, invece, è importante e grave perché quel giorno c’erano tutti, meno uno, perché io non ci sono andato. E questo è stato uno dei tarli che mi ha accompagnato per tutta la vita. E il libro cerca di darne una spiegazione.

 

 

Questo “Desiderio di essere come tutti”, dunque, è un bene o un male?

A mio avviso questo desiderio racconta, soprattutto, un tentativo di ribellione al conformismo del voler essere diversi, che poi è parte integrante della storia della sinistra. Il cercare di appartenere a questo Paese è, in un certo senso, un anticonformismo. La sinistra, dal giorno del funerale a oggi, si è staccata dal resto del Paese, perché si è sentita migliore. Pasolini parlava di un Paese nel Paese. Di fare una parte bella, in un Paese brutto. Questo è un modo di stare al mondo non responsabile. Il desiderio tenta di fare il contrario. Di vedere quante somiglianze ci siano tra le due parti. Avere delle idee molto belle, ma che non vengono messe in gioco, a me non piace. Mi sembra che le idee debbano essere un po’ meno belle ma che servano di più al Paese.

 

Parlando di vita pubblica e di vita privata, e di quel mito di Diana e Atteone che, più volte, ritorna tra le pagine del tuo libro, per te oggi è ancora possibile vivere, in maniera sentita e concreta, questo senso di collettività?

La differenza tra pubblico e privato, a mio parere, non deve esistere dal punto di vista dell’interiorità, ma dal punto di vista della socialità. È questo il mito di Diana e Atteone. Credo che la vita pubblica possa ancora essere, non soltanto un impegno, ma anche una passione. E sono fortemente convinto che la vita privata di una persona e la vita pubblica di un Paese siano la stessa cosa, l’una che si alimenta nell’altra e viceversa.

 

“Il desiderio di essere come tutti” è un’importantissima testimonianza degli anni Settanta e Ottanta, sia per chi li ha vissuti, sia per chi, come me ad esempio, ancora non c’era. Andando in giro per l’Italia che riscontro hai avuto nei giovani?

Il riscontro che ho percepito è stato forte. Probabilmente piace perché è una sorta di libro di storia recente. Di quella storia che non si studia a scuola ma che racconta emotivamente l’Italia. Terzani diceva che bisogna guardare al passato per cogliervi le somiglianze con il presente. Il passato serve ancora. Per questo bisogna raccontarlo.

 

Nel libro troviamo varie letture. Parli dell’”Insostenibile leggerezza dell’essere” di Milan Kundera, di “Con tanta di quell’acqua a due passi da casa” di Raymond Carver, ma qual è il primo libro che hai amato veramente?

 Da bambino, il libro che ho amato di più, è stato “Il corsaro nero” di Emilio Salgari; quando ho capito veramente quanto importante fosse la scrittura per me, è stato “Alla ricerca del tempo perduto” di Marcel Proust, perché mi ha fatto intuire quanto siano gigantesche le parole. Ma i libri che mi hanno insegnato a scrivere, quelli che stanno nel mio cuore come scrittore, sono “I Sillabari” di Goffredo Parise; “Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg, “Ferito a morte” di Raffaele La Capria, tre premi Strega, oltretutto.

 

 

C’è un libro che, invece, avresti voluto scrivere?

Ce ne sono tantissimi. Oltre ai tre libri che ho nominato prima, ultimamente posso dire che avrei voluto scrivere “Vite che non sono la mia” di Carrère, perché è una scrittura a cui sento di poter aspirare. Dentro i suoi libri c’è lui come dentro i miei ci sono io.

 

 

C’è un momento in cui senti di avere l’ispirazione? E se dovessi dare consigli a chi voglia avvicinarsi alla scrittura, che cosa diresti?

Direi che bisogna dimenticarsi al più presto possibile dell’ispirazione, che è del tutto inconsapevole e bisogna lasciarla tale. Senza aspettarla, né capire quando arriva. Rilke in “Lettera a un giovane poeta” afferma che ciò che debba fare uno scrittore sia preparare la stanza dell’ospite, come se dovesse arrivare all’improvviso. Solo così quando l’ospite arriva la stanza è pronta. Bisogna scrivere tutti i giorni e in quella scrittura ci saranno cose brutte ma anche belle. E quelle saranno, probabilmente, giornate ispirate.

 

Parlando ora del Premio Strega, oggi che è passato più di un mese, oggi che lo stupore iniziale ha lasciato posto alla consapevolezza, che emozioni provi nel sapere che sei e sarai accanto ad altri grandi nomi, come Morante, Moravia, Pavese?

Non ci penso assolutamente. È una cosa enorme per me lo Strega, concreto, che sta lì, ma con il quale tendo ad avere un rapporto il più sdrammatizzante possibile. Quest’anno ho vinto anche il David di Donatello e il Nastro d’argento. Sono fiero delle cose che ho fatto, ma fortunatamente ho questa nevrosi di tornare a scrivere. Forse quando sarò vecchio osserverò, seduto in una stanza, i miei trofei. Adesso, però, è tempo di correre e di stare al mondo. Nel momento esatto in cui ciascuno sente di essere diventato importante e un esempio per gli altri, è morto. E io non voglio morire ancora.

 

 

Uno sguardo dentro il libro

“Chesaramai è la mia personale etica della capacità di risposta. La sua presenza diffonde sull’esistenza una patina di sopportabilità alla quale non ci si riesce più a sottrarre. Cos’è questa patina? È la superficialità che si è fatta elemento positivo, che è diventata una chiave interessante per saper stare al mondo. È diventata un vestito che posso indossare per uscire e andare a vedere cosa accade in giro, come stiamo noi dentro la vita pubblica, cosa ci succede in relazione con quello che accade lì fuori. Ed è diventato il sistema grazie al quale poi, tornando a casa, si riesce a rielaborare tutto ciò che accade, che sembra sopraffarci, e lo si trasforma in una sola, decisiva parola: sopportabile”.

 

Potremmo dire, dunque: “chesaramai” Francesco Piccolo ha vinto il Premio Strega. Che vuol dire: vabbe’ ha un po’ vinto il premio Strega. Senza per questo essere cambiato o aver cambiato il suo modo di vedere la vita. “Il desiderio di essere come tutti”, anche qui. Anche ora, nella vittoria.