Dall’Iran, la favola di Pasqua

CASERTA – Quando nasce un bambino, è usanza accoglierlo nel nuovo mondo con uno schiaffetto per stimolare il suo pianto, che diventa un po’ il suo saluto alla vita. In effetti, non si tratta di un’usanza, ma di una necessità fisiologica, che consente al neonato di immagazzinare la prima aria nei polmoni, regalandogli quell’autonomia respiratoria, che gli mancava nel grembo materno. Dunque uno schiaffo che dà la vita. E’ a questo che ho pensato, leggendo quanto avvenuto martedì scorso in Iran, paese tristemente famoso per l’elevato numero di condanne a morte eseguite. Una madre, come previsto dalle leggi locali, avrebbe dovuto sferrare un calcio alla sedia, lasciando che Abdollah Hossenzaideh, l’assassino di suo figlio, già bendato e con la corda al collo, pagasse con la pena capitale la sua colpa. Lei, musulmana, ha fatto sue le parole del Signore: “Non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e creda”. Così ha lasciato che il suo dolore si sfogasse in uno schiaffo, mentre il marito toglieva il cappio al condannato e la madre di quest’ultimo la stringeva piangendo in un lungo abbraccio. E’ incredibile come un gesto che normalmente è sinonimo di violenza, si sia miracolosamente trasformato nel più bel gesto di perdono e d’amore. Uno schiaffo a chi viene al mondo per la prima volta, uno schiaffo a chi torna alla vita, dopo aver visto in faccia l’inferno e la morte. E’ bello poi che tutto questo sia avvenuto alla vigilia della Santa Pasqua, quando in tutte le chiese i fedeli si riuniscono ad annunciare la resurrezione di Cristo. Se in un mondo, come quello di oggi, in cui c’è sempre meno spazio per la clemenza e l’amore per gli altri, perfino una mamma è capace di mettere da parte i sentimenti di vendetta e perdonare l’assassino di suo figlio, allora abbiamo ancora margini di speranza nel futuro e possiamo finalmente comprendere il significato dell’annuncio: “Cristo è veramente risorto”.