EDITORIALE/ Le buone qualità del diacono di Raffaele Nogaro

 

CASERTA – “Sìì fedele fino alla morte e ti darò la corona della vita” (Ap. 2,10), scrive Giovanni all’angelo della chiesa di Smirne. Avere la coscienza di non abbandonare mai “il primo amore”, Gesù (Ap. 2,5). Praticare lo sforzo di compiere la volontà del Padre ad ogni costo: “Io sono venuto per compiere la volontà del Padre”. In ogni età della vita è necessario conservare l’infanzia spirituale: “In verità vi dico, chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso” (Mc. 10,15). Il “bambino piccolo” (Lc. 18,15) non prescinde dalla madre, è naturalmente fedele a lei e infallibilmente, non esprime la sua umanità se non mediante la madre.

Così “sii fedele fino alla morte e ti darò la corona della vita”. Il Diacono deve evitare di agire per interessi personali (beni materiali, famiglia, carriera), o per proprio compiacimento (esteriorità vistose, fiere della vanità). È spoglio da ogni pretesa di compensazione terrena (è Dio che Ricompensa in modo gratuito e supremo). La parresia è il coraggio di frontiera, che non teme alcun ostacolo. È “la freschezza” (At. 4,13) di Pietro e Giovanni, che di fronte alle minacce degli uomini del Sinedrio, replicano: “È giusto obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato” (At. 4,19-20).

La parresia chiede le scelte radicali: “o Dio o Mammona”. Il legame alle cose della terra impedisce ogni vera conversione: “cercate anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia e le altre cose vi saranno date in aggiunta” (Mt. 6,33). Così “forti nella speranza, ci comportiamo con molta franchezza; affermando che il Signore è lo Spirito e dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà” (2Cor. 3,12.17). La perseveranza: “Il Regno di Dio è in mezzo a voi” (Lc. 17,21). Ma “il Regno di Dio non è di questo mondo” (Gv. 18,36). “Corriamo dunque con perseveranza la corsa che ci sta davanti, tenendo gli occhi fissi su Gesù autore e perfezionatore della fede” (Eb. 12,1-2). Nella realtà dell’incarnazione “ognuno deve farsi violenza per entrare nel Regno di Dio” (Lc. 16,16). “Ma chi persevererà fino alla fine sarà salvato” (Mt. 10,22). E “al Vincitore darò da mangiare dall’albero della vita, che sta nel paradiso di Dio” (Ap. 2,7). Il Diacono allora potrà dire come Gesù: “Padre, io ti ho glorificato sulla terra compiendo l’opera che mi hai dato da fare” (Gv. 17,4).

*vescovo emerito di Caserta