
ROMA — Ho conosciuto Piotta nel 2024, a Villa Ada, in occasione di un reading poetico curato da Er Pinto. In quella serata, dieci di noi erano chiamati a leggere alcuni estratti delle poesie di Fabio Zanello — poeta, scrittore e sceneggiatore, nonché fratello di Tommaso, prematuramente scomparso. Potete immaginare la duplice emozione: da un lato l’arduo compito di restituire voce e dignità a testi di grande profondità e spessore; dall’altro, in platea, Tommaso che ascoltava. Con Giuliano Logos — amico e fondatore del collettivo Wow Incendi Spontanei — scegliemmo di portare una performance a due. Un momento che, ancora oggi, ricordo con grande trasporto.
Tommy, che cos’è per te la poesia? Ci sono poeti con cui continui ad avere un dialogo?
Per me la poesia oggi è una delle poche cose che restano profondamente umane. Forse è anche uno degli ultimi strumenti che abbiamo per provare a risollevare le sorti dell’umanità, per quello che stiamo vedendo accadere nel mondo. La poesia tenta di elevare l’anima, di ricordare all’essere umano che è una sorta di ponte tra la dimensione animale e qualcosa di più alto. A volte, quando scrivi, succede qualcosa di sorprendente: resti stupito dalla tua stessa scrittura, come se entrassi in contatto con qualcosa che era già dentro di te ma che appartiene a una dimensione diversa da quella del quotidiano, da quella subdola come quella burocratica che ti sottrae tempo, il bene più prezioso che abbiamo. La poesia prova a elevarci, prima singolarmente e poi collettivamente e ha questa capacità straordinaria di sfidare il tempo. Se devo dirti dei nomi, però, preferisco non farlo. C’è sempre quel rischio di effetto scolastico. Ci sono autori enormi, certo, ma la cosa bella è che spesso non sei tu a scegliere il poeta: è la poesia che sceglie te. Un po’ come succede con i libri.

Partiamo dal titolo del tuo nuovo album “Si riparano ricordi”. Si possono davvero riparare i ricordi?
A dirti la verità, il titolo corretto dovrebbe avere un punto interrogativo: Si riparano ricordi? La risposta è: ci si prova. A volte ci si riesce, a volte no. Ma il tentativo è comunque importante. Alcuni ricordi, però, oggettivamente non sono riparabili. La scrittura di questi ultimi due album — La notte infame e Si riparano ricordi — nasce da un’assenza profonda: quella di mio fratello Fabio (Fabio Zanello, poeta, scrittore, sceneggiatore n.d.r.). A quella perdita non posso porre rimedio. Posso solo cercare di mantenere un dialogo con lui, in una dimensione quasi metafisica. Lo faccio attraverso tutto quello che ha lasciato: i suoi libri, le rime, il materiale inedito nel suo computer. Ma anche attraverso i libri che ha letto. Perché Fabio, come me — forse più di me — aveva la mania di annotare tutto: sottolineava, scriveva commenti, faceva disegni a margine. A volte anche appunti emotivi che sembravano lontani dal testo. Così quando riprendo uno dei suoi libri e lo rileggo, è come se avvenisse una doppia lettura. Da una parte il libro, dall’altra il suo sguardo sul libro. E quella è una doppia botta emotiva.
Il primo brano è Poemetto Spurio, dove sentiamo la tua voce e quella di tuo fratello Fabio dialogare con il piano di Francesco Santalucia. “A me piace il delirio, quello che m’hai lasciato”. Cosa ti ha lasciato Fabio che porterai con te?
Tra le tante cose, una in particolare: l’assenza totale di pregiudizio verso qualsiasi vita. È qualcosa che abbiamo sempre condiviso, ma lui l’ha portata molto più in fondo. Io magari non giudico certe realtà, ma scelgo di non frequentarle. Fabio invece ci si immergeva completamente. Da poeta, proprio. Si buttava dentro le vite degli altri senza paura traendone linfa. Chiaramente, quell’immersione comportava anche dei rischi. In Poemetto Spurio si parla degli “ultimi”, come le persone che gravitano attorno alla stazione Termini. Quelle notti Fabio le ha vissute davvero, in piena estate con il caldo di Roma; quando non riusciva a dormire, usciva e camminava da Piazza Regina Margherita fino a Termini. Arrivava verso le quattro del mattino, mentre la notte diventava alba. E lì dialogava con chiunque: homeless, persone ai margini, spacciatori. In quella poesia dice: “A me piace il delirio”. È un verso che sintetizza molto bene il suo spirito. Rispetto a un certo mondo borghese, lui si sentiva più autentico proprio nel caos delle vite marginali. Come se in quelle persone vedesse uno specchio.

Nel disco ci sono feat importanti come quello con Simone Cristicchi, Frankie Hi-nrg, Tormento. Non sembra essere la classica operazione commerciale per aumentare gli streems quanto più una scelta artistica ponderata basata sulle risonanze e sull’intreccio di percorsi condivisi. È così?
Sì, mi oriento un po’ come farebbe un regista. Anche se una canzone è soprattutto audio, chi ascolta conosce i nomi degli artisti e quindi immagina anche la loro presenza. Per esempio, quando parlo delle notti della mia adolescenza hip hop, è naturale che accanto a me ci sia qualcuno come Tormento (n.d.r. Massimiliano Cellamaro) oppure Frankie (n.d.r. Francesco Di Gesù) perché evocano esattamente quel mondo. Per “Più a fondo“, invece, ho pensato a Simone Cristicchi per la sua sensibilità spirituale e per il percorso che ha fatto tra musica e teatro. Poi c’è Fabrizio Bosso con la tromba. La tromba di Fabrizio, per me, è quasi una voce interiore. Nel brano immaginavo di guidare di notte dal Lazio all’Abruzzo per scrivere. E in quella scena sonora la tromba era perfetta. Ci sono anche omaggi a figure come Piero Ciampi e a Pier Paolo Pasolini, che per me rappresentano un certo tipo di poesia e di libertà artistica.
Con la tua grande esperienza di live, discografica, di grandi successi, che idea ti sei fatto della situazione discografica attuale? come si orienta un artista che mette l’arte al primo posto?
Io continuo ad andare avanti per la mia strada, come ho sempre fatto. Osservo quello che succede, anche perché ho un’etichetta discografica e quindi è giusto farlo, ma cerco di non farmi condizionare troppo. La tecnologia cambia il modo di pubblicare musica. Il digitale, per esempio, permette di far uscire brani molto velocemente, quasi come se fossero editoriali su un giornale. Ma bisogna stare attenti a non far entrare troppo queste logiche nella scrittura.
“Chi non riesce a fare luce è pregato di non fare ombra”. Questo verso tratto dal brano che dà il titolo al disco mi ha fatto pensare alla situazione politica attuale, di un occidente vecchio e stanco che non riuscendo a fare più luce sta sprofondando in un’ombra abissale. Che idea ti sei fatto dei tempi che stiamo vivendo?
Quando ho scritto quel verso non pensavo a una dimensione politica globale. Era più un pensiero crepuscolare. Ma è giusto che ognuno trovi il proprio significato. Guardando il mondo oggi, però, ho la sensazione che stiamo vivendo l’opposto di quello che ci era stato promesso quando eravamo giovani. Ci dicevano che l’umanità, dopo le tragedie del Novecento, avrebbe imparato dai propri errori. Invece sembra che non sia successo. Le notizie che oggi leggiamo — guerre, violenze — sembrano uscite da un film distopico. E le voci che si levano contro tutto questo sono ancora troppo poche.

Il feat con Giuliano Logos, primo campione del mondo italiano di Poetry Slam, mostra una tua particolare attenzione non solo per ciò che accade attorno alla musica ma anche un interesse per mondi diversi, come la Spoken World. Come è stato per te duettare con Logos e pensi che in futuro ci possa essere spazio per nuovi generi in italia?
Penso che la poesia performativa abbia un grande potenziale. Magari resterà di nicchia nel mercato discografico, ma sul piano performativo può crescere tantissimo. Vedere qualcuno che performa una poesia dal vivo ha una forza incredibile. Una volta sono stato a una serata vostra (collettivo Wow Incendi Spontanei) allo Sparwasser e ho visto persone del pubblico salire sul palco per leggere testi scritti su esperienze dolorose della loro vita. Quello che mi è piaciuto che le persone che sembravano essere solo pubblico non erano solo pubblico ma formavano un blocco unico con i performer, un po’ come succedeva con noi con il rap quando iniziammo. Quella è stata una botta emotiva enorme. E poi la rende pop perché questo aspetto performativo aggancia chi è incuriosito, chi perché già gli piace, chi per un motivo o l’altro, comunque viene attratto: siete in tanti e siete tutti diversi il che è pure molto figo “i supereroi della poesia”. Con Giuliano Logos il rapporto è nato in modo molto naturale. Ci conoscevamo già da prima, anche grazie agli incontri fatti a Villa Ada, ma il vero punto di svolta è stato il progetto Scuola ABC, di cui Giuliano è uno dei veterani: ci siamo ritrovati nello stesso contesto, abbiamo parlato, ho visto una sua performance e lì è scattata subito la sintonia. Mi interessa molto portare avanti questo filo di luce della poesia dentro i miei dischi. In questo album c’è la voce di mio fratello Fabio, e poi c’è Giuliano, che rappresenta una nuova generazione della parola performativa.
“Siamo stati dei falliti e pure degli eroi”. Che rapporto hai con il fallimento e con il successo?
Li vedo come complementari. Non puoi davvero conoscere il successo senza aver attraversato il fallimento. Anzi, spesso sono proprio i fallimenti a farti crescere di più. Ho avuto la fortuna di fare rap in un momento in cui eravamo ancora pochi. Sono arrivate anche delle hit popolari e ne sono felice. Ma non ho voglia di ripetere sempre le stesse cose. Preferisco seminare altro. Per farlo bisogna studiare, leggere, migliorare continuamente. Come diceva Fabrizio De André: se hai poco da dire, devi rimettere qualcosa in circolo dentro di te.

Ho assistito al tuo live a Largo Venue. Per me che non sono romano, è stato palpabile sentire che il bene che ti vuole questa città va oltre il tuo essere un rapper, cantautore. Ti senti uno dei rappresentanti artisticamente parlando di questa città?
Mi sento rappresentante di Roma nella misura in cui è la città in cui vivo e che racconto nelle mie canzoni. La amo profondamente, difetti inclusi. Non penso che sia la città migliore del mondo. Ma è quella che vivo ogni giorno, quella che appare naturalmente nel mio diario quotidiano. Se vivessi a Bologna probabilmente racconterei Bologna. Scrivere di una città che non vivi davvero sarebbe, per me, poco sincero. Pochissimi sono i geni che ci sono riusciti: uno che mi viene in mente è Lucio Dalla che riuscì a scrivere benissimo di Roma e di Napoli, altri sono stati Fellini che era romagnolo e Pasolini di origine friulana. Ma devi viverla, se no è veramente impossibile.
Cosa ti sentiresti di dire a un ragazzo che, ascoltando i tuoi dischi, i tuoi live, ha scelto di voler fare questo lavoro?
Gli direi di essere se stesso il più possibile, di non cercare di copiare nessun altro.
Essere originali all’inizio può sembrare più difficile — e forse lo è davvero — perché si viene giudicati di più e non è semplice costruire subito un seguito. Devi creare qualcosa che prima non c’era. Ma se riesci a farlo, stai meglio tu e, in qualche modo, sta meglio anche il resto dell’umanità. Perché lasci qualcosa di nuovo, qualcosa che prima non esisteva. E questa, secondo me, è la chiave giusta.

