
ROMA – Senza dubbio, siamo di fronte a uno degli artisti dalla personalità e dal talento più forti che abbia mai incontrato. Ricordo la prima volta che lo vidi, in uno speakeasy a Napoli, nel 2018. Una saletta buia, già strapiena, carica di un’aspettativa legata al fatto che si sapeva che era un lusso poterselo gustare in un locale intimo poco prima della ribalta nazionale, che di lì a poco arrivò inevitabilmente. Io lo seguivo già da tempo: avevo intercettato su YouTube il fenomeno Satiriasi (collettivo di stand up comedian), e fu subito chiaro che Montanini avesse un altro passo rispetto agli altri. Più netto, più radicale, più esposto. “Re Giorgio“, come lo chiamano i fans, non ti dà la sensazione di star semplicemente assistendo ad uno spettacolo ma di vivere un’esperienza significativa per linguaggio, per corpo, per quel tipo di creatività che disattende il pubblico in ogni punto del monologo. Un’altra volta, a teatro, sempre a Napoli, eravamo tre amici in prima fila. A un certo punto iniziò a prendersela con la nonna morta di Mariano. Fu uno degli spettacoli più divertenti della mia vita.
Giorgio, che cos’è per te la poesia? Ci sono poeti o riferimenti che ti hanno segnato?
Se per poesia intendi quella didattica, i poeti veri e propri sono probabilmente la branca dell’arte che conosco meno. Se invece parliamo di poesia in senso più astratto – tipo considerare De André un grande poeta – allora sì, i riferimenti ci sono. Poesia non ne leggo. Da profano, per me la poesia è la capacità di esprimere concetti e sensazioni in modo molto intimo, attraverso un legame forte tra forma e sostanza. C’è chi lo fa in maniera diretta, viscerale, e chi invece riesce a sedimentare tutto e trasformarlo con un linguaggio più ricercato. La poesia può esserci in una canzone, in un romanzo. C’è poesia in tutto ciò che subisce una trasformazione. Può stare anche in un analfabeta, se riesce a dare una dimensione a quello che prova. La poesia è il contrario della superficialità.
Nel tuo lavoro la risata arriva spesso come conseguenza di un ragionamento. Quanto tempo dedichi alla scrittura dei monologhi? E che rapporto c’è, per te, tra scrittura e performance?
Artisticamente non concepisco la risata come fine. La risata non è mai il fine, così come non lo è l’assolo di chitarra per un chitarrista o la rima per un poeta. Se uno sta in televisione a fare Zelig, Colorado o LOL, allora sì: la risata è il fine. Ma lì non parliamo di arte. L’artista deve veicolare un pensiero. E la scrittura è fondamentale. Per un comico dovrebbe esserlo più che per chiunque altro, perché il regista ha mille mezzi per mascherare le cose: un grande cast, una fotografia, un montaggio. Il comico sta lì da solo, con sé stesso. Negli ultimi due anni mi sono voluto divertire di più a livello catartico, gli spettacoli li ho scritti più per me. Il prossimo spettacolo, invece, sarà come ai vecchi tempi, perché sto bene, mi sento tornato come prima. La scrittura è fondamentale, ma ogni monologo deve essere scritto sulle mie corde perché quello che scrivo io posso scriverlo solo per me: se lo dessi a un altro risulterebbe poco comico. Il testo scritto, da solo, non fa ridere. Poi lo fai cinque, sei, sette volte, e comincia a prendere forma. Il mio spettacolo è al top quando faccio l’ultimo.

Cosa e quanto ti ha dato l’esperienza di Satiriasi sul piano artistico?
Quasi tutto sul piano creativo. Mi sono confrontato con i migliori d’Italia: intelligenti, colti, profondi. Tutti comici fortissimi. Ho imparato a scrivere, a confrontarmi. Per me è una tappa imprescindibile. Senza Satiriasi non avrei potuto fare quello che faccio ora. È stata la tappa più importante della mia vita. Andavo a Roma tutte le settimane, dormivo in albergo o facevo avanti e indietro, ho fatto questo per anni. Avevo più di 34 anni, ero già adulto e disincantato: non lo vivevo come sogno. Se ti trasferisci a Roma e prendi casa in affitto finisci poi per fare il cameriere e ti demoralizzi ancora di più. Io sto a due ore da Roma, sono rimasto a Fermo, dove sono sempre stato.
C’è stato un momento in cui hai pensato: “ce l’ho fatta”? Prima come artista, poi come uomo?
Non è legato al successo. È legato al fatto che riuscivo a camparci. Anche con pochi soldi. Quando mi sono reso conto che era un anno intero che vivevo facendo solo questo, ho pensato: ho raggiunto il sogno. Non volevo fare nient’altro, mai. Quella cosa lì, per me, vale quanto il successo che ho adesso. Certo, col successo stai più sereno. Ma la ricerca del successo è la cosa più meschina che ci sia. Vivere tutti i giorni inseguendo soldi, fama, follower, ti snatura. Vai incontro all’esigenza del pubblico. Quando ho capito che ci campavo, quella è stata la svolta vera.

Quanto c’è di politico nel tuo essere l’artista che sei?
Il cento per cento. Qualsiasi cosa è un atto politico, anche se questa frase è stata ormai banalizzata. L’attitudine quotidiana è un atto politico. Se uno artisticamente non compie un atto politico, allora cosa sta facendo? Io mi riconosco completamente, politicamente, in quello che porto sul palco. Se non lo facessi, tradirei me stesso.
Se un governo introducesse una censura reale sugli spettacoli dal vivo, con testi approvati da una commissione, come reagiresti?
Se mi fai una domanda del genere vuol dire che siamo già in una dittatura. E a quel punto il problema non sarebbe solo mio, sarebbe di tutti. Io il microfono lo lascerei e imbraccerei qualcosa di più efficace. Di sicuro non sarei uno che si adegua. Lì ci sarebbe un problema enorme, e bisognerebbe fare qualcosa di altrettanto serio. Come è stato fatto ottant’anni fa.
C’è un comico giovane o emergente che stimi? E che differenze vedi tra l’esperienza di Satiriasi e la stand-up di oggi?
La comicità, tra musica, cinema e teatro, è la forma d’arte che oggi sta meglio di tutte. Le altre sono in involuzione. Siamo passati a una comicità al passo coi tempi. Poi è chiaro che ci sia ancora un gap con altre realtà a livello mondiale. Prima eravamo in sette, oggi siamo settemila. Se devo fare un nome, dico Eleazaro Rossi. Non è quello più simile a me, ma tra i nuovi è quello che mi fa ridere. Oggi ci sono stand-up comedian che fanno duemila persone. Sono loro che riempiono i posti. Anche se siamo diversi, questa cosa mi rende contento.
Nel mondo della comicità sei considerato un punto di riferimento. Come ti fa sentire? Cosa ti diresti a un giovane che oggi sogna di fare questo lavoro?
Questa cosa non mi dispiace affatto. Se fossi morto ieri, sarei morto felice: quello che volevo fare l’ho fatto. Quando abbiamo iniziato noi, questa roba non c’era. Sapere che oggi qualcuno guarda a me come riferimento e non a Bisio mi rende contento. A chi si avvicina a questo mondo dico solo una cosa: se hai qualcosa da dire, sali sul palco. Se non ce l’hai, è inutile salirci. Continua a vedere spettacoli finché non senti davvero di avere qualcosa da raccontare.

