
Ho conosciuto Elena Starace nel 2018, lavorando insieme a un musical teatrale. Io ero agli inizi della mia vita d’attore, lei era già un’attrice affermata, con alle spalle esperienze importanti tra teatro, cinema e televisione. Nonostante questo, ciò che colpiva subito non era solo il talento – evidente, solido, non ostentato – ma qualcosa di più raro.
Elena ha un garbo d’animo fuori dal comune, una sensibilità autentica che si manifesta tanto in scena quanto fuori. In un ambiente attraversato per lo più da un egocentrismo rumoroso, talvolta inversamente proporzionale al valore artistico, la sua presenza è un’anomalia felice. Questa intervista nasce da una stima che negli anni si è trasformata in dialogo e dal desiderio di restituire il ritratto di un’artista che vive il proprio mestiere come una ricerca continua, aperta e in movimento.
Elena, che cos’è per te la poesia?
Se potessi scegliere una dimensione tra la poesia, l’arte visiva cinematografica, o la performance dal vivo come il teatro, sceglierei la poesia. È la forma che più si adatta al mio spirito, il linguaggio in cui entro meglio. Sono una lettrice lenta, una fruitrice lenta: questo è il mio ritmo, un ritmo ondeggiante. In questo momento, manco a farlo apposta (ride imbarazzata) ho davanti a me aperte diverse pagine su William Blake, c’è un libro di Chandra Livia Candiani e un altro Virginia Woolf. Non ho un metodo nelle letture: ci arrivo attraverso giri strani, percorsi che si muovono per immagini e associazioni.

Partiamo dalle origini: quanto ha contato Caserta nella tua formazione umana e artistica? C’è un luogo della città in cui vivi che senti ancora come “casa creativa”?
Non la sento più come un luogo creativo, però da ragazzina è stata molto utile. Le possibilità erano poche, ma di grande qualità. I miei primi laboratori li ho fatti tra Caserta e Capua. Oggi la trovo meno stimolante, anche se ci sono realtà che, in modo spesso affannato, continuano a trasmettere amore per l’arte e per la bellezza.
Quando inizia il tuo percorso come attrice?
Ho iniziato a 12 anni con vari laboratori, fino all’ingresso al Bellini a 18 anni. L’accademia che ho frequentato è l’Eutheca, a Roma: è lì che ho ricevuto la formazione principale, la disciplina, un programma di studi ben strutturato. Poi un’agente ha creduto in me e ho cominciato a fare provini.
Il primo contratto importante è arrivato con Benvenuti a tavola: lavorare accanto ad attori così esperti, che mi mostrarono stima nonostante la giovane età, mi fece capire come funzionavano le cose a livello energetico. E soprattutto capii che quella strada mi rendeva felice: era la via giusta.

Oggi, rispetto agli inizi, com’è cambiato il tuo rapporto con quest’arte?
Ho perso e quindi guadagnato tante cose: la paura, l’idea della performance “rispetto agli altri”. Oggi ho una sicurezza che non deriva dalla presunzione, ma dal fatto che vengo per dare e per imparare, non per mostrare o per raggiungere chissà quale traguardo. La vivo benissimo perché non vivo nessun sentimento estremizzato: cerco di non identificarmi in nessun ruolo. Io non sono un’attrice, sto sperimentando questo mestiere. Questo mi mantiene lucida e mi evita molte frustrazioni.
Cinema, fiction, teatro: dove ti senti più libera, e dove trovi più sfide?
Il teatro è la sfida più grande: una sfida fisica, totale. Devi attivare tutte le antenne, anche quelle che non usi nella vita quotidiana. Al cinema reciti con gli occhi e con le intenzioni, mentre in teatro devi fare un upgrade di te stessa: sei tu, ma anche una sorta di avatar. In televisione mi sento più a casa. La sfida, lì, è con il personaggio: mi piacerebbe essere più stimolata nell’affrontare ruoli diversi, perché spesso mi ritrovo un po’ stretta in personaggi simili tra loro.

C’è un ruolo che ti ha cambiata o che ha cambiato il modo in cui ti percepisci?
Sì. Nei Bastardi di Pizzofalcone ho interpretato Alvia Valletta, un’assassina che finge fino a tre quarti dell’episodio. Approfondire quel campo psicologico è stata una sfida molto interessante: un lavoro “di cesello” che cambia totalmente nel finale. Un ruolo piccolo che ho amato è Concettina ne I fratelli De Filippo. La regia di Rubini era curatissima, anche se non ero una protagonista: prove, letture, niente lasciato al caso. E lì ho conosciuto Domenico Pinelli, con cui poi sono entrata in compagnia. Con la produzione de Gli Ipocriti di Melina Balsamo siamo in tournée dall’anno scorso. Ripartiamo l’8 gennaio con 80 date di Ditegli sempre di sì di De Filippo, con la regia di Domenico.
Quanto influisce sul tuo lavoro il fatto di essere napoletana?
Tantissimo, al momento. Molte produzioni sono ambientate o girate a Napoli. Mi piace, perché sono legatissima alla mia terra, alla lingua, alla cadenza: è un valore aggiunto. Però è anche una moda, qualcosa di passeggero. Le storie che restano davvero, secondo me, sono quelle universali.

Il personaggio di Noemi in Gomorra è quello per cui il pubblico ti ricorda di più?
Sì, ma dipende molto dal successo della serie: quando una serie funziona, a cascata dà luce un po’ a tutti. Sono passati dodici, tredici anni, è tanto tempo… ancora si ricorda, come per gli altri personaggi della serie, ma oggi mi sento un’attrice molto diversa, più matura — anche per ragioni anagrafiche (ride).
Guardando al futuro, come ti poni?
Lo sento molto dinamico, in movimento, in giro. Esco da un periodo di staticità in cui ho sradicato e cambiato molte cose, e ho capito tanto di me. La mia vera natura è il nomadismo, anche mentale: ho bisogno di imparare, capire, studiare, ricercare. Questo mi alimenta.
Anche come attrice voglio continuare a imparare e confrontarmi, magari anche con l’estero. Non lo so ancora. Vedremo.
