Don Peppe Diana e Giovanni Falcone, due martiri della legalità

Ieri, 23 maggio, abbiamo commemorato la strage di Capaci di ventinove anni fa nella quale morirono il giudice Giovanni Falcone, sua moglie e gli agenti della scorta. Un giorno che tutti ricordiamo come uno dei più neri della storia italiana.

Caso ha voluto, ma credo nemmeno tanto, che ieri sera la Rai ha trasmesso la fiction “Per amore del mio popolo” che racconta la storia di Don Peppe Diana, ucciso dalla Camorra il 19 marzo del 1994.

Io ci trovo numerose analogie tra le vicende di questi due uomini, entrambi mossi dall’amore per la giustizia in lotta contro due attori, diversi ma dello stesso tipo. Entrambi martiri di quel meschino e balordo sistema secondo il quale chi si permette di dire o fare qualcosa contro sedicenti uomini d’onore merita la morte. Ma Giovanni e Peppe non potevano restare immobili a guardare e, ognuno a suo modo, ha lottato e vinto contro la malavita, seppure a costo della vita.

Parlo di vittoria perché le loro morti hanno segnato per entrambe le organizzazioni criminali l’inizio della fine. A seguito dei due delitti la gente, ormai era stanca di sopportare soprusi e angherie, ha avuto il coraggio di ribellarsi e far sentire la propria voglia di giustizia. Palermo come Casal di Principe, che ancora oggi combattono a testa alta contro le ingiustizie, con le lenzuola bianche ai balconi e alle finestre con la speranza di non rivederle più a coprire morti ammazzati. Nel primo caso, poi, il colpo di grazia a Cosa Nostra l’ha dato l’uccisione del giudice Paolo Borsellino, un paio di mesi dopo quella di Falcone.

Oggi assistiamo ai tanti cambiamenti che sono frutto anche delle azioni e delle parole di Falcone e Don Diana. C’è sicuramente ancora tanta strada da fare ma smuovendo le coscienze, educando i giovani sin da piccoli alla legalità ed inculcando loro la voglia di giustizia potremo essere spettatori di un futuro migliore privo di sopraffazioni e violenze come speravano Giovanni, Peppe e le tante altre vittime di mafia.