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Caserta, Rifondazione si ripensa: critiche agli Enti locali dove pure è presente PDF Stampa E-mail
Martedì 23 Settembre 2008 09:52

RICEVIAMO E VOLENTIERI PUBBLICHIAMO UNA PARTE DELLA RIFLESSIONE DI RIFONDAZIONE COMUNISTA CASERTANA SUL FUTURO DEL PARTITO E DELLA SUA AZIONE POLITICA IN DISCUSSIONE OGGI NEL SUO COMITATO FEDERALE.

 

CASERTA - Il tentativo di ricomporre il quadro interno e di avviare una gestione unitaria è naufragato di fronte all'ennesimo no dell'area di “rifondazione per la sinistra” che continua a ritenere possibile la costruzione di una forza genericamente “a sinistra” del PD, senza elaborare fino in fondo il lutto per un progetto politico a cui tanti di noi hanno partecipato, con maggiore o minore convinzione, e che si è rivelato con evidenza non poter essere la risposta alla crisi della politica e alla debolezza della sinistra, e che anzi è stato un rimedio peggiore del male.

Il 14 aprile ci ha consegnato, con la chiarezza e la durezza che i fatti spesso hanno, a dispetto delle opinioni, l'inadeguatezza del nostro partito e di una sinistra "radicaleggiante" e "sradicata" e la realtà di una inesistente incidenza elettorale del ceto politico dirigente e di una scarsa o nulla utilità sociale delle organizzazioni. Inevitabile è l'autocritica su come abbiamo interpretato l'evoluzione dei rapporti tra le classi negli ultimi decenni e su come abbiamo inteso valutare i rapporti di forza politici nell'ultimo biennio. Appare necessario un lungo e faticoso lavoro di reinsediamento, ripartendo dalla classe e dalle sue reali condizioni di vita, di lavoro e di coscienza. Non sono possibili scorciatoie politiciste: a sinistra c'è un vuoto, ed esso può essere riempito con una presenza politica critica, matura e radicata. In Italia questa presenza può e deve essere rappresentata anche da Rifondazione Comunista. E' il momento di concentrare le forze nel nostro partito che rappresenta una parte irrinunciabile della sinistra e che intende farlo senza rinunciare alla grande impresa di liberare la persona umana dal dominio della merce, e, cioè, all'orizzonte del comunismo . Si riparte, dunque, dal progetto della Rifondazione Comunista ed è innanzitutto necessario rimettere il partito nei luoghi del lavoro e nella società. Per questo è necessario un maggiore livello di autonomia dal Pd e un supplemento di impegno e di militanza. Bisogna costruire l'opposizione sociale e politica al governo Berlusconi e alle proposte di Confindustria e dentro questo processo bisogna lavorare alla costruzione dell'unità della sinistra, in un quadro di alternatività al progetto strategico del PD, avviando subito la campagna d'autunno e impegnandoci con convinzione e con determinazione alla costruzione della manifestazione nazionale dell'11 ottobre.

 

Autocritica e discontinuità negli enti locali

La svolta a sinistra consiste innanzitutto nella constatazione generale che si è chiusa la fase della collaborazione organica con il PD e la stagione del centro sinistra e che una politica autonoma ed alternativa dal PD è oggi per noi una condizione irrinunciabile.

 

Ciò ha un riflesso anche sulle giunte locali nelle quali la nostra presenza va verificata sulla base dei concreti risultati politici e della loro coerenza con gli obiettivi generali del partito.

La verifica nostra (interna, da non confondere con la verifica politica e programmatica richiesta da noi e da altri all'amministrazione e da realizzarsi in seno alla coalizione) deve avere tempi e modalità certi che vanno definiti dal comitato politico provinciale con il coinvolgimento territoriale dell'intero corpo del partito. Riteniamo che essa debba svolgersi entro questo autunno e che debba articolarsi come percorso di informazione e di discussione, consentendo ad ogni compagna/o interessato e all'intero gruppo dirigente di entrare nel merito politico e programmatico, acquisendo conoscenza e comprensione approfondita delle azioni amministrative e degli esiti concreti di quanto realizzato o mancato nei governi locali, a partire dalla Provincia, per orientare efficacemente la nostra politica verso obiettivi chiari e concreti senza i quali non avrebbe alcun senso, sul piano politico-programmatico, la prosecuzione delle esperienze di coalizione.

 

Questa fase di dibattito interno e appunto di “verifica” dovrà essere segnalata con efficacia alla opinione pubblica, alla coalizione e all'amministrazione, con le modalità che il comitato politico deciderà: con una comunicazione di “lavori in corso”, oppure con la sospensione della nostra partecipazione alle attività di giunta, o ancora con il ritiro dell'assessore e la consegna temporanea della delega dei nostri assessori, o con altri provvedimenti di medesima efficacia, che non intendono prefigurare l'esito, perché ovviamente la decisione definitiva verrà presa a fine percorso dall'intero corpo del partito, ma piuttosto segnalare con forza il fatto che si tratta di una verifica vera e non di un balletto. Una verifica che però sarebbe sterile se restasse confinata nell'ambito della politica politicienne e non si accompagnasse alla ripresa intensa dell'iniziativa politica e sociale del partito, affinché il tema non resti confinato nel giudizio su una esperienza amministrativa, ma si estenda alla prospettiva del miglior posizionamento in funzione della costruzione di un blocco sociale a sostegno di un'alternativa a sinistra del quadro politico. Dobbiamo dunque essere capaci di articolare un giudizio, ma anche di legare la verifica politica alla ripresa della nostra iniziativa sociale, di promuovere e partecipare ad una vasta mobilitazione in provincia sul tema delle politiche amministrative e della democrazia partecipativa.

 

La provincia di Caserta

E' necessario anche entrare subito nel merito delle questioni. Dobbiamo esprimere con urgenza la massima preoccupazione del nostro partito per la modalità delle rimodulazioni e del rimpasto della Giunta provinciale, senza alcun collegamento o discussione sui reali problemi del territorio, palesando un modo di procedere tutto interno alle dispute del ceto politico – tra l'altro sensibile più ai poteri forti che ai ceti subalterni – che rischia di aumentare il distacco tra istituzioni e cittadini.

Da più di un anno, ormai, i contrasti di potere tra parti rilevanti delle componenti che oggi costituiscono il PD, il precipitare di tutte le tensioni sul terreno del potere in quanto tale, la mancanza di una seria discussione sulle scelte strategiche di fondo stanno deludendo le istanze di innovazione ed impediscono di fatto all'amministrazione provinciale di affrontare in maniera adeguata le grandi questioni del territorio. Nonostante il precipitare del quadro politico nazionale e regionale, con la crescita rapida della egemonia della destra, della sua forza elettorale e culturale, in questa provincia si continua imperterriti a evitare la discussione e il coinvolgimento, generando un preoccupante logoramento del governo provinciale, così come di alcune amministrazioni comunali, a partire dal capoluogo.Con questa impostazione dobbiamo caparbiamente riannodare i fili della verifica programmatica di coalizione, interrotti durante la stagione estiva a causa dei durissimi scontri interni al PD nonché in seguito al dibattito congressuale nostro e di altre formazioni politiche, rifiutando l'idea che la necessaria nuova fase di rilancio del governo provinciale possa trovare fondamento e forza nella semplice operazione di rimodulazione dell'architettura dell'esecutivo, al di là e al di fuori di una verifica e di una ridefinizione della programmazione e della scelta degli obiettivi nonché di un chiaro ed efficace indirizzo delle progettualità, delle risorse e delle concrete azioni amministrative, a cominciare dal tema essenziale delle grandi vertenze in difesa del lavoro, dell'occupazione e dei siti industriali.

 

Il comune capoluogoAnche la situazione del comune capoluogo presenta situazioni similari: dobbiamo registrare una seria difficoltà in generale sulla istanza partecipativa, negata in maniera frontale prima sulla questione rifiuti ed oggi sulla vicenda Macrico: in entrambi i casi il partito ha sofferto e soffre della impermeabilità dell'amministrazione nei confronti dei movimenti e delle associazioni e di una insofferenza verso il dibattito nella stessa maggioranza politica. Sulla questione Macrico in particolare appare incomprensibile come a fronte di un progetto avanzato e condizionato da un governo questa volta “non amico”, vi sia un atteggiamento remissivo da parte dell'amministrazione e della maggioranza, lasciando peraltro campo libero alla destra che così si ritrova comodamente a cavalcioni e può alzare la voce e criticare “in nome del popolo” a Caserta il progetto del suo governo e allo stesso tempo può programmare gli affari da Roma sul Macrico. La difficoltà di dialogo dentro la maggioranza appare spesso una cortina fumogena per nascondere la scarsa considerazione che si ha delle tematiche sociali poste dal nostro partito – tra cui, per fare un esempio, la questione del Parco Primavera, in cui il finanziamento per l'acquisizione alla proprietà comunale dell'immobile ottenuto grazie ad una nostra battaglia rischia di restare inutilizzato, aprendo la porta a brevissimo giro ad una serie di sfratti che costituirebbero un vero e propria ferita sociale ma anche politica, difficilmente rimarginabile. Il profilo “decisionista debole” assume, inoltre, caratteri di vera e propria esclusione o predeterminazione politico-gestionale, come è avvenuto e continua ad avvenire nel campo dei servizi sociali di Caserta, settore nel quale siamo impegnati direttamente attraverso una delega “spacchettata” e condizionata da un quadro dirigente che non risponde alle nostre sollecitazioni.

 

Il bivio

La maggioranza che regge la provincia di Caserta e quella che regge il capoluogo devono capire che non sarebbe utile ripetere il copione del governo Prodi e che siamo ad un bivio: o si rilanciano queste amministrazioni, riconquistando una sintonia reale con il popolo e gli interessi delle masse, rischiando anche di cadere, ma a testa alta, oppure per quanto ci riguarda non ci stiamo a farci trascinare nel vortice e ci toccherà cominciare a lavorare da subito ad una nuova alleanza che possa rappresentare una reale alternativa a sinistra dell'attuale quadro politico.

 

L'organizzazione di rifondazione comunista non può limitarsi alla ridefinizione degli organigrammi interni, al raffinamento di qualche meccanismo organizzativo e alla mera ricollocazione del partito rispetto al governo nazionale o ai governi locali. Essa si configura come una fase di ricostruzione, di radicamento e di relazioni sociali, di battaglia culturale e politica. Dobbiamo riorganizzare il partito affinché partecipi pienamente e con proprie posizioni a tutte le vertenze: da quelle per il diritto alla casa e per il lavoro, contro l'insicurezza e la precarietà a quelle per la legalità. da quelle per il diritto all'ambiente e alla qualità della vita a quelle di difesa dell'agibilità degli spazi sociali. Bisogna partire dalle contraddizioni immediate delle masse popolari ed essere capaci di indicarle, senza voler imporre niente a nessuno. Al contrario mantenendo un approccio rispettoso dei livelli di coscienza delle masse e dei movimenti e realizzando un lavoro costante e paziente. Per farlo bisogna rompere con la concezione del partito di opinione non tanto e non solo nella enunciazione ma nella pratica concreta, ricostruendo la motivazione ma anche un quadro di riferimento comportamentale che permetta alle/ai compagne/i di passare dal ruolo di “parlatrici/ori” a quello di attiviste/i, di autori e autrici del movimento reale.

 

 

I firmatari:

 

Giosué Bove, Margherita Colella, Maria Emilia Cunti, Antonio Dell'Aquila, Agostino Del Monaco, Antonio Erpice, Enrico Milani, Francesco Rozza, Giovanni Savino.