CASERTA – “Un uomo che si è fatto amare come uomo prima ancora che come vescovo, per la sua umiltà â€, questa in sostanza la sintesi dell’intenso messaggio di benvenuto del preside Nicola Melone (che ha portato anche il saluto del magnifico Rettore Francesco Rossi) ricordando i passaggi oramai storici della nascita dell’Università a Caserta, che, senza il contributo del vescovo, avrebbe subito nocivi ritardi.
Questo anche il succo dei tanti interventi commossi dei rappresentanti delle associazioni all’incontro aperto della Civitas Casertana e delle altre Cittadine della Diocesi casertana tenutosi il 30 giugno nell’aula Magna della Facoltà di Scienze di via Vivaldi.
Assenti ingiustificati i politici, i rappresentanti degli Enti Locali, delle Istituzioni. “Che questo presule fosse stato scomodo lo si era letto, ma che nessun rappresentante abbia voluto porgergli un grazie per il valore enorme delle sue azioni per il bene della collettività , questo è sembrato a tutti molto grave†– è quanto ha sottolineato Aldo Altieri, uno degli organizzatori dell’iniziativa. Nonostante – aggiungiamo con acredine – Nogaro sia stato il perno sul quale si sono poggiate tutte le vertenze provenienti dall’Università , dal mondo del sociale e del volontariato, dall’associazionismo ambientalista, dal mondo del sindacato e della classe operaia, dai bisogni delle persone svantaggiate, dalla lotta alla criminalità organizzata.
Tanti interventi a braccio, fatti col cuore e col senso di appartenenza ad una Civitas cementata dalla presenza di un uomo umile, proveniente dal Friuli, che ha saputo amare Terra di Lavoro dimostrandolo ogni giorno con perseveranza e abnegazione.
Una dedizione così sincera che ha portato le lacrime agli occhi dei convenuti, soprattutto a quelli che si sono professati laici, atei o agnostici e non solo quindi al corteggio solito di un uomo di Chiesa. Proprio per le parole ricordate dallo stesso preside, citando il presule che un giorno rassicurò il suo disagio (cioè di un laico-agnostico-diffidente): “Cristiano non è colui che fa atto di fede ma colui che vive con le sue azioni nella cristianità â€.
Tutti concordi sulla provenienza della commozione nata non tanto per la cerimonia “accademicaâ€, ma da una sete di riscatto della civitas casertana, da un enorme desiderio di senso di identità e appartenenza, che di certo questo vescovo di frontiera e di trincea ha inculcato nei cuori degli astanti.
“Dallo sviluppo eco-sostenibile alla cultura dell’accoglienza e della solidarietà di Terra di Lavoro“ questo il tema su cui verteva il dibattito. L’intervento di Giuseppe Messina ha snocciolato i dati locali tra disastri ambientali e sviluppo sostenibile, dalla disoccupazione alla enorme presenza delle cave (si pensi che la Campania è prima in Europa come densità ), dal saccheggio del territorio all’incidenza dei tumori.
Inoltre, per indicare i temi ai quali dedicare l’attenzione della lotta politica, ha elencato dei punti imprescindibili da cui partire: Area verde del Macrico per il parco urbano, guerra alla Cementir di Moccia, occhio alle risorse agrarie e ai monti Tifatini, salvaguardia dei beni monumentali, culturali, paesaggistici, cultura dell’accoglienza e del buon vivere.
Fabio Basile del Centro sociale ex Canapificio ha raccontato la presenza al loro fianco del presule nel lontano ‘ 95 per l’ottenimento di uno spazio che fungesse da luogo di aggregazione per i giovani, la grande importanza della nascita dello sportello per i rifugiati politici, la breccia aperta nel dialogo con Questura e Prefettura dopo l’occupazione del Duomo da parte dei migranti, per protestare contro una legge ingiusta, la Bossi-Fini.
A moderare i lavori, Giuseppe Vozza capo-scout. Tantissimi gli interventi dei rappresentanti delle Associazioni socio-culturali impegnate sul territorio, di un rappresentante della Stampa e di singoli cittadini.
L’intervento conclusivo del vescovo è stato allora intonato all’atmosfera. Prima di tutto ha parlato dei politici che nulla hanno fatto per questa città bistrattata, poi ha raccontato che forse avevano ragione i suoi amici a suggerirgli che la sua promozione a vescovo fu una punizione più che un premio.
Pertanto ha raccontato con enorme simpatia: un bel giorno a Udine aveva aperto il Duomo ai poverissimi, alcuni “odorosi di alcolâ€, che sostavano per strada. E questo – lo sappiamo e immaginiamo, commentiamo noi – non fu visto di buon occhio. Quindi più volte, all’età di 40 anni, prima di diventare vescovo (e che vescovo!), per questo motivo, ebbe a essere forse sgridato dai suoi superiori.
Ma forse è stata opera della provvidenza. Infine – immaginiamo noi, sempre malpensanti – spedito da Udine nel profondo SUD. E noi tutti diciamo grazie anche alla provvidenza.
