| Don Gerardo Sangiovanni racconta la vocazione ad Avvenire: Io cappellano militare in Finanza |
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| Scritto da Don Gerardo Sangiovanni | |||
| Mercoledì 29 Ottobre 2008 13:59 | |||
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Pubblichiamo un articolo di don Gerardo Sangiovanni, casertano, cappellano miliare della Guardia di Finanza della regione Campania, sulla sua vocazione di cappellano militare, uscito oggi sul quotidiano nazionale Avvenire. Ieri don Gerardo ha compiuto 25 anni di messa, tanti auguri anche dall'Eco. CASERTA - Sono un cappellano militare. Uno dei circa 200 preti appartenenti a quella che io considero una delle più giovani diocesi italiane: la Chiesa dell’Ordinariato Militare. La mia 'diocesi' non è legata a un territorio, ma alle persone: dove ci sono i militari – con le loro famiglie – lì c’è la diocesi. E non solo in Italia, ma anche all’estero. Io credo che ove c’è l’uomo, la Chiesa – obbedendo al comando di Cristo –annuncia la buona notizia, spezza il Pane e serve ogni uomo e donna, in questo caso, 'con le stellette', nel loro esercizio di costruttori di pace, di giustizia e di libertà. Perché la vocazione a questo compito particolare? Semplice, perché la divisa già girava per casa quand’ero piccolo… Mio padre era un appuntato dell’Arma, quotidianamente la indossava. La locale stazione dei carabinieri era la mia seconda casa, conoscevo e crescevo con i figli e i colleghi di papà: si respirava aria serena e pulita. Partecipando al giuramento solenne di mio fratello – ora luogotenente, sempre nell’Arma – a Campobasso, durante il 'rancio speciale' servito nella mensa gremita da giovani carabinieri e loro familiari, si avvicinò a me l’anziano cappellano, con le stellette e i gradi sulla talare: un incontro semplice. Dal colloquio scaturì un invito: «Perché non essere prete per questi ragazzi?». Fu come un chicco caduto nel solco della mia anima. Che poi è germogliato. Svolgo questo ministero da 23 anni... e ne sono contentissimo! Non sono un cappellano che offre solo dei servizi religiosi, ma un vero parroco, con e nella mia porzione di popolo di Dio affidatami dal vescovo. Non mi limito al culto, certo: il mio ministero esige una pastorale completa in grado di vivere, accompagnare l’intera vita delle persone e della comunità. Non basta esserci, bisogna farsi vedere e operare. La natura insegna che il violento temporale non penetra il solco, scorre via e non disseta la terra. La pioggia fitta e continua colpisce meno l’attenzione ma và nella profondità delle zolle, ristora e feconda. Così è per il mio ministero di cappellano militare: vivo nel reparto, curo con attenzione i rapporti quotidiani, con gesti di accoglienza, di ascolto e di bontà, mi interesso alla vita dei singoli e delle loro famiglie; sono gesti ordinari ma assomigliano a una sorta di 'pre-evangelizzazione', quella che don Bosco chiamava 'la pastorale del cortile'! Inizio presto la mia giornata – come tanti sacerdoti – con la preghiera, la meditazione e la celebrazione eucaristica nella cappellina della caserma e poi: via. Nella mia vocazione di cappellano militare, riscontro vari aspetti tutti indispensabili e ben collegati tra loro: mi sento a volte un po’ 'certosino', quando nel tardi pomeriggio o alla sera quando la caserma è vuota, mi ritiro nella mia camera e lì nel silenzio prego. Mi sento un po’ 'gesuita', per lo studio, la ricerca e il continuo aggiornamento culturale che esige oggi da me questa stupenda realtà militare. Mi sento un po’ 'missionario' perché in ogni situazione pastorale – sono stato cappellano nelle Scuole, nelle truppe alpine e adesso in un reparto territoriale dellaGuardia di Finanza – devo saper individuare tempi e modi per annunciare e testimoniare l’Amore di Cristo, ed infine mi sento un po’ 'francescano', pur appartenendo alla realtà militare, perché mi sento libero e fratello con tutti…nessuno escluso! A chi mi incontra o incontro non chiedo mai «chi sei?», ma dico «eccomi!». Un sì che trova testimoni eroici nella storia e tradizione di tanti cappellani caduti in guerra per assistere i propri ragazzi, nelle trincee, nei campi di concentramento, sulle navi, nelle steppe della Russia. Buoni pastori, che hanno saputo donare la loro vita per le loro pecore.
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