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LEGGICINEMA / Il rapporto madre - figlio nel film "Mommy" di Xavier Dolan PDF Stampa E-mail
Scritto da Rossella Scialla   
Lunedì 26 Gennaio 2015 10:03
CASERTA - “Ognuno si salva da solo”, recita l’opera omonima di Margaret Mazzantini. Ognuno può salvarsi da solo sembra dirci Xavier Dolan, il venticinquenne regista canadese del film Mommy, quinto lavoro premiato dalla giuria al Festival di Cannes. Non a caso il formato utilizzato per le immagini non è il classico 4:3 ma un 1:1, soffocante come la morbosità del rapporto descritto e come la scelta finale che non prevede spazi alternativi. La solitudine. È la storia di una madre (Anne Dorval), vedova psicastenica e di suo figlio (Antoine - Olivier Pilon), affetto per i medici dell’istituto in cui si trova a inizio pellicola da AD/HD, sindrome da deficit di attenzione e iperattività.

“L’amore non può salvarlo, signora”.

“Gli scettici dovranno ricredersi”.

Perché l’amore tra una madre e un figlio, nonostante i litigi, le urla, la violenza che nel film si scatena tra i due, è per sua natura la prima forma d’amore, quella da cui si parte per imparare e si attinge tutta la vita allo scopo di tentarne una fedele o adultera riproduzione. E qui Nolan fa un passo in avanti: quello su cui riflette mettendolo in discussione non è l’amore, al limite del patologico, ma la sua discendenza, come sopravviviamo a un distacco inevitabile, nel rapporto materno. Partendo dall’idea di un amore totalizzante, in cui i ruoli sembrano talmente definiti e completi da non consentire alcuna trasformazione successiva, sembra impossibile una vita diversa che non sia più da figlio ma da marito, non da madre ma da donna. E in questo rapporto a due, incapace di aprirsi al mondo, si insinua Kyle (Suzanne Clément), la vicina di casa balbuziente che frappone alla loro spirale di violenza e incomunicabilità un modo alternativo di comunicare, rivelandosi il contraltare del ragazzo. Lui urla e lei balbetta, in un’inversione di ruoli in cui è il figlio, con quelle grida, a balbettare alla madre: “Non smetterai mai di amarmi, vero?”.

Nolan ha già affrontato il tema nel suo primo film J’ai Tué ma Mère, Ho ucciso mia madre, e che sia un matricidio o un "figlicidio" simbolico sembra non lasciare spazio all’idea di una riconciliazione finale. E lo spettatore va via subendo il peso di un film coraggioso, più del messaggio che intende trasmettere, forte più del distacco che subisce, a sua volta, impotente.