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"La Trattativa" di Sabina Guzzanti presentata ieri al Duel Village di Caserta PDF Stampa E-mail
Scritto da Rossella Scialla   
Mercoledì 21 Gennaio 2015 11:49

 CASERTA -  «Cosa possono farci? Ci ammazzano? E che hanno concluso?». Sono queste le parole che Don Pino Puglisi, il prete ucciso dalla mafia nel settembre del 1993 era solito porre ai giovani della sua parrocchia e proprio con una testimonianza dell’assassino del parroco, Gaspare Spatuzza, si apre e si chiude il film La Trattativa di Sabina Guzzanti, proiettato ieri al Duel Village di Caserta dall’associazione Caserta Film Lab e dal movimento Agende Rosse di Salvatore Borsellino in Campania rappresentato da Mimmo Marzaioli. Il film, come si evince dal titolo e da quell’hashtag della locandina che sembra rimandare a qualcos’altro, racconta la trattativa Stato – Mafia che ha seguito il periodo oggi definito “stagione delle bombe” del ’92 e ’93 e lo fa attraverso un registro narrativo particolare: è un documentario, ma è anche una rappresentazione teatrale, brechtiana citando alcuni, in cui ogni attore recita più ruoli come i protagonisti, loro malgrado, di quello che d’ora in poi chiameremo per semplificare docufilm: politici mafiosi, mafiosi chiamati a fare politica, magistrati corrotti, in una pantomima che si fa strada tra i meandri più oscuri della storia del nostro paese, senza fare sconti e avendo come obiettivo quello di informare e sconvolgere. Dal pubblico le domande alla regista ospite in sala risultano pregne di amarezza, disinganno, sconcerto, cariche di toni che non prevedono alcuno spiraglio aperto, nella visione di una trattativa che continua anche oggi.

Il film della Guzzanti, presentato Fuori Concorso alla Mostra di Venezia 2014, è stato concepito nel settembre 2010 senza gli adeguati finanziamenti e privato del riconoscimento di interesse culturale e solo lo scorso anno è arrivato nelle sale. Anche allora, però la sua distribuzione non è stata semplice: dal 14 novembre, data della sua proiezione in Parlamento, il corso del docufilm non si è più fermato, dando vita a un’iniziativa dal basso che lo ha portato nelle sale, nelle aule scolastiche, nei teatri.

L’idea che “le cose non cambieranno mai”, infatti, non è un nostro pensiero, sottolinea la regista,  bensì ciò che uno stato profondamente corrotto come quello in cui viviamo ha voluto inculcarci. 

Il suo in particolare, il nostro pensiero volendo essere ottimisti, si fa più nitido nella scena che riprende ancora una volta Gaspare Spatuzza, il quale racconta come Don Pino Puglisi prima di morire avesse sorriso: sparato alla nuca, in un momento in cui difendersi gli sarebbe stato impossibile, quel sorriso lascia spazio a due interpretazioni. È il sorriso amaro di chi sa di essere rimasto solo, spoglio della protezione delle istituzioni e della stessa chiesa, e in questo caso il film della Guzzanti non farebbe sconti né a noi né al nostro futuro, ma è anche il sorriso sincero di chi dimostra, senza timore, come il contrario della parola coraggio non sia paura ma codardia: quella codardia stampata sul volto della mafia, che connota ogni suo azione e pensiero, spingendola ad agire nel buio e a colpire alle spalle, non solo metaforicamente.

Il sorriso di chi alza il velo di Maya e scopre il samsara che c’è sotto, rivelandolo. Perché altri mezzi non ne abbiamo e in silenzio non ci possiamo più stare.