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A Theory of Everything, The Imitation Game, Big Eyes. I tre film della settimana PDF Stampa E-mail
Scritto da Rossella Scialla   
Venerdì 16 Gennaio 2015 15:30

 

Tra i film in uscita nelle sale italiane ne abbiamo scelti tre, tre diversi registri stilistici, tre forme d’espressione, storie il cui unico collante è rappresentato dall’autenticità. Sono storie vere quelle con cui lo spettatore dovrà confrontarsi, e sappiamo bene come tale veridicità implichi all’occorrenza una riflessione più accurata, uno sguardo critico su ciò che è realmente accaduto, generatore di “responsabilità cognitiva”, di legittimità e di un sentimento empatico cui possiamo riconoscere estemporaneamente, felici di non doverne indagare le ragioni, un fondamento. Si abbandona la leggerezza, l’automatismo del pensiero per abbracciare uno spirito più analitico, travolto anch’esso però dall’emotività, come nel caso del primo film che presentiamo.

The theory of everything – La teoria del tutto di James Marsh è la storia vera del fisico Stephen Hawking, interpretato da Eddie Redmayne, della malattia del motoneurone che lo colpirà giovanissimo, conducendolo gradualmente all’immobilità del corpo ma non a quella del pensiero, ma è soprattutto una grande storia d’amore e di conversione alla vita.

Hawking è alla ricerca di una teoria del tutto, un’equazione perfetta che spiegando l’origine dell’universo ne individui anche la fine, e la troverà proprio in quell’ingranaggio temporalmente imperfetto che è l’amore, capace di riempire i buchi neri del tempo e di assegnare alla sua trama un’estensione e una forma diversa, sensata seppur inafferrabile. La sua ricerca si protrarrà negli anni, superando ampiamente i due di vita previsti dalla scienza medica, e lo condurrà all’elaborazione di una teoria cosmologica sull’universo privo di confini, lo stato di Hartle Hawking, infinito come l’amore di cui ravvisa le tracce dappertutto, linfa vitale da cui attinge la forza per restare in vita, l’entusiasmo per continuare a scrivere anche attraverso una macchina, la dolcezza per ricominciare ogni singolo giorno.

Se Hawking ha svelato l’enigma del tempo e da questo enigma è stato in qualche modo salvato, Benedict Cumberbatch nel ruolo di Alan Turing, protagonista del film The Imitation Game di Morten Tyldum, ha decriptato attraverso le milioni di possibilità ogni giorno diverse il Codice segreto nazista Enigma, gioco da “geni irascibili”, contribuendo a svelare le mosse tedesche e inventando una macchina che porta il suo nome, antesignana degli odierni computer: considerato uno “strano”, fin dall’infanzia Alan abbandona il tentativo di farsi capire dalle persone o lo sforzo di capirle, per abbracciare solo lo studio dei numeri e dei codici.

Le persone non dicono mai quello che vogliono dire, dicono sempre altro. Eppure si aspettano che tu li capisca, ma io non li capisco. Non è la stessa cosa”, così si giustifica da bambino, aprendo le porte a un’integrità monolitica e alla solitudine che lo aspetta negli anni a venire. Anche l’incarico più importante della sua vita e l’incontro con l’unica donna della squadra, nella quale riconosce qualcosa che gli appartiene da sempre, non basta a sanare le ferite di una solitudine esistenziale che lo condanna dalla nascita, fino alla morte.

Processato per il reato di omosessualità e castrato in seguito, Turing rinuncia così alla vita, dimostrando come il gioco imitativo, l’imitazione di una realtà ideale all’interno della propria, formula non poco convenzionale, in un universo i cui spazi e i cui confini non siano valicati da un altro, sia pressoché impossibile.

Anche nella terza pellicola, Big Eyes di Tim Burton la protagonista cerca di decifrare un messaggio, questa volta nascosto negli occhi dei bambini che dipinge, grandi occhi smarriti che osservano il mondo in attesa di una risposta alla domanda che li attanaglia, come sospesa per tutta la durata del film; sono gli occhi dei trovatelli dipinti da Margaret Ulbrich interpretata dalla neovincitrice di un Golden Globe per questo stesso ruolo Amy Adams, di una cassiera che la osserva in un supermercato -– ed è in quella scena insieme a poche altre che ritroviamo il Tim Burton più caro e in questo film così rimpianto -– sono i suoi stessi occhi, intravisti nel riflesso di uno specchio, ma è una domanda di maturità alla quale Margaret non è ancora pronta, non sa ancora fornire la giusta risposta.

La sua ingenuità, il suo distacco da un mondo che abita come dice lei stessa ma che non affronta mai del tutto, la vede come relegata nell’individualità della sua arte, un’arte personale, cui non sa dare voce. Divorziata, si risposa con Walter Keane, Christoph Waltz la cui pittura, solo millantata, si limita a tele raffiguranti strade parigine: lei dipinge solo bambini dai grandi occhi, lui solo strade, quelle strade nelle le quali sa destreggiarsi con abilità, con la maestria di un agente immobiliare, è questo il suo vero lavoro, ma che attraversa semplicemente, senza osservare gli occhi dei passanti, prestando loro attenzione. E così quando tra questi passanti appare lei, delicata e silenziosa in un mondo che fa tutto a voce alta, l’uomo capisce di avere tra le mani il bottino della vita e inizia a derubarla, togliendole dapprima la dignità di artista, quando la convince a firmare i suoi quadri e a presentarli al pubblico come propri, poi quella di donna, una sequenza spesso invertita nel mondo dell’arte.

La pittrice lotta per tutelare la sacralità di un’ingenuità mai abbandonata, dipinge soggetti adulti per sfuggire alla realtà anche solo frapponendovi una tela ma questa volta non basta; gli occhi delle sue controfigure artistiche continuano a implorarla, fino a quando Margaret non decide di dare loro ascolto e soprattutto voce.

Quei grandi occhi smarriti, man mano che la pellicola acquista forma e significato, sono anche i nostri, ma la domanda da porre la conosciamo bene: dov’è finito Tim Burton? Senza dubbio, c’è molto del poliedrico regista negli occhi di quei bambini, ma siamo noi a sentirci orfani questa volta. Perché se è vero che l’ingenuità va abbandonata, come lui ci insegna e come si evince in quella sorta di climax ascendente rappresentato dalle tre pellicole, è anche vero che una sua parte ci chiede fedeltà e riconoscimento, ciò che abbiamo assegnato al cineasta californiano fin dai suoi esordi.